La realtà e il suo fantasma: Vitali e Agnetti a Palazzo Reale

L’arte non va mai in vacanza: chiusa la stagione delle mostre blockbuster, l’estate è il periodo ideale per riscoprire artisti dimenticati o meno conosciuti. Palazzo Reale ne approfitta dedicando due monografiche a due lombardi quasi coetanei, ma agli antipodi per poetica e linguaggio.

Classe 1929, Giancarlo Vitali cresce e vive la sua opera a Bellano, sulle sponde del Lago di Como, rimanendo nell’ombra di una tranquilla solitudine fino al 1983. Autodidatta ma tutt’altro che ignaro della grande pittura del suo tempo, Vitali guarda con ammirazione ai vari De Chirico, Rosai, Sironi, De Pisis e Pirandello, limitandosi però a flirtare con loro quel che basta, forse più per gioco che per emulazione. I soggetti sono rigorosamente “marginali”: paesaggi, passaggi a livello, nature morte e ritratti di famiglia che parlano di un piccolo mondo tagliato fuori dai grandi avvenimenti della storia ma del quale Vitali fa il proprio centro di gravità. I personaggi di paese (compreso l’immancabile matto) sono osservati con un’ironia che non ne cancella la dignità, ma li rende rispettabilissime controparti dei più seriosi ritratti dei pittori di Novecento. La pennellata è libera e intrisa di materia; i colori accesi si alternano alle tonalità terrose.

Quello di Vitali è realismo, senza dubbio, e non a caso sarà proprio il cantore dei pittori lombardi della realtà, Giovanni Testori, a scoprirlo e stanarlo dall’isolamento, allacciando con lui un’amicizia che li legherà fino alla morte dello scrittore.

Tra il 1983 e il 1986 il pittore si confronta con uno dei favoriti di Testori, Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto, ritrattista ufficiale dei marginali del Settecento, riprendendone in tre diverse versioni la Vecchia contadina. La descrizione impietosa si stempera in un sorriso benevolo, come a dire: “lo so che siamo fatti un po’ così, ma questi siamo e questi rimarremo”.

Non che nella pittura di Vitali manchi il dramma, che anzi ci viene quasi sbattuto in faccia nel grondante ciclo delle Carni. Amatissimo da Testori, tanto da dedicargli nel 1993 il Trittico del Toro, una delle ultime opere poetiche in cui il bue squartato diventa segno del dolore e della speranza della Crocifissione.

La fedeltà al dato reale impregna ancora le tavole sparecchiate, dove l’azione dell’uomo è evocata per assenza, e le deliziose nature morte di frutti e pesci, così vere che verrebbe voglia di addentare.

Negli anni Novanta, però, l’ironia di Vitali affila la propria lama, scavando la realtà fino ad affacciarsi alla caricatura. Il farmacista di Bellano e le vecchie spennapolli non sono ormai altro che squinternati fuori dalla storia e dalla ragione; le scene collettive diventano visioni surreali (la cena di nobili una sfilata di maschere grottesche, la processione un corteo di morti che ricorda tanto Ensor); l’attaccamento al reale finisce per dar forma ad una nuova realtà che della prima è come un’immagine rovesciata, governata dalle proprie leggi e dalle proprie logiche. Si comprende, in questo senso, il titolo Time Out – una pausa dalla storia e dalla realtà così come la conosciamo e la viviamo – scelto dal figlio e grande pittore Velasco Vitali, che ne è anche il curatore, per la mostra.

Vincenzo Agnetti, classe ‘26 e scomparso prematuramente nel 1981, esordisce come pittore solo negli anni Cinquanta, quando ormai regna l’Informale, ma si sbarazza ben presto delle proprie opere (quello che ho fatto, pensato e ascoltato l’ho dimenticato a memoria: è questo il primo documento autentico). Diversamente da Vitali, per Agnetti la storia è un fardello di cui liberarsi per ricostruire la cultura da zero, prendendo a modello quanto gli artisti concettuali andavano facendo negli Stati Uniti.

Il suo tentativo di reset dell’arte si risolve in un’analisi critica del linguaggio attraverso il linguaggio (e i linguaggi li usa proprio tutti, dalla scrittura alla fotografia passando per la performance). Come per Emilio Isgrò, per Agnetti “immagini e parole fanno parte di un unico pensiero”, ma mentre le cancellature del primo lasciano affiorare brani di significato, le raffinatissime operazioni del secondo si chiudono in un circolo autoreferenziale.

A distanza di quasi mezzo secolo le combinazioni verbali appaiono indecifrabili, i paradossi parlano solo di se stessi, le beffe giocate alle opere del passato non sorprendono più, mentre l’estetica asettica crea un effetto “sala operatoria”. Non mancano le intuizioni rivelatrici (es. l’Autoritratto del 1971), ma sono brevi lampi in un mare di noia.

Giudizio sommario, sicuramente, e dettato dall’aver visitato prima la mostra di Vitali. Ma passare dalla vitalità del bellanasco all’intellettualismo di Agnetti, appunto, è un po’ come passare dal cenone di Capodanno ad un soggiorno prolungato in un centro di dimagrimento svedese. Roba per masochisti puri, perché una volta assaporato il gusto della realtà è difficile (e forse inutile) rinunciare.

Guttuso. La forza delle cose e la violenza del colore @Pavia

Quando si nomina Guttuso, a tutti – compreso il sottoscritto – la prima cosa che viene in mente sono i grandi quadri di denuncia sociale e politica, come la grande Crocifissione che nel 1941 lo rivelò agli occhi del pubblico e della critica – recentemente esposta anche a Palazzo Strozzi nella mostra Bellezza Divina. Eppure Guttuso è stato anche, e forse soprattutto, un pittore delle cose, degli oggetti, della realtà quotidiana. Un lato meno conosciuto dell’artista siciliano su cui punta l’attenzione la mostra Guttuso. La forza delle cose, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, concentrandosi su un tema che ha accompagnato l’artista sin dagli anni ’30 al 1987: la natura morta.

A spingere Guttuso a dedicarsi con tenacia a questo genere è un ardore conoscitivo, il desiderio di cogliere e di esprimere attraverso la pittura “il significato delle cose”. Negli anni cambiano gli oggetti-chiave (le damigiane, le ceste, i bucrani), lo stile (dall’espressionismo di Corrente al neo-cubismo degli anni’40 sotto l’influenza dell’amico Picasso, fino al realismo degli anni ’60 e ’70), i colori (con un brusco passaggio da quelli spenti degli anni ’30 alle cromie brillanti che lo accompagneranno dagli anni ’40). Ma non cambia la ricerca di un rapporto con le cose, come testimoniano le belle citazioni che punteggiano le opere:

La realtà comincia quando un artista si pone di fronte al mondo, all’oggetto, quando questo appare all’artista, quando l’artista si scontra con l’oggetto per conoscerlo.

Se io non riuscissi  a vedere sempre le cose come se fosse la prima volta, vuol dire che non avrei più niente da dire.  Vuol dire che sarebbe il momento della mia fine. […] Non si capisce il mondo mai una volta per tutti, lo si capisce ogni volta.IMG_20161101_180308973.jpg

Forse è proprio per questa tensione verso le cose che Giovanni Testori arrivò a definire Guttuso un “lombardo di importazione“, a fianco dei grandi “pittori della realtà” come Romanino, Caravaggio e Ceruti. Non a caso, prima di stabilirsi definitivamente a Roma, Guttuso aveva trovato un osservatorio ideale sulla realtà a Velate, nel Varesotto, con la sua finestra affacciata sulle Prealpi.

Eppure, nel realismo di Guttuso c’è qualcosa che non torna del tutto. In alcune nature morte, specialmente nella seconda metà degli anni ’40 e poi dagli anni ’70, i colori sono talmente vividi e squillanti da apparire violenti, sovrastando e quasi soffocando le forme. Certo, per il pittore, il colore è l’espressione più diretta della “forza emotiva con cui è rappresentata ogni cosa”, ma la sua tendenza a prevalere sugli oggetti sembra introdurre una nota falsa in tutta l’operazione.

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Forse è quello a cui si riferiva Testori in un’impressionante lettera scritta nel 1947, a soli 23 anni (!!!) all’amico siciliano:

Così, per esempio, davanti alla tua fetta di anguria che il tuo siciliano vorrebbe addentare, vien da pensare che tu non sia passato dall’anguria al rosso, ma dal rosso all’anguria, e che, insomma, in te non sia un oggetto a determinare una forma, ma un colore a determinare un oggetto. Ma un colore ha in sé la forza necessaria per determinare un oggetto?

Francamente io non credo a questa strana generazione, che partendo da un astratto (il colore) vorrebbe arrivare a un concreto (l’oggetto). […] Caro Guttuso, io non credo che il problema sia di poter arrivare alla realtà, ma di potere partire dalla realtà. Di avere cioè una fede che questa partenza permetta. E non tanto per dipingere, credimi, quanto per vivere.

Come dire che una ricerca appassionata e tenace del “significato delle cose” è destinata inevitabilmente allo scacco se non parte dalla constatazione che, prima di tutto, la realtà esiste e precede qualsiasi tentativo di conoscenza e di rappresentazione.

P.S. tra le oltre 50 nature morte, c’è anche spazio per le gustosissime illustrazioni satiriche che Guttuso produceva per i periodici e rotocalchi negli anni ’50 e ’60 e per le foto che lo ritraggono al fianco di personalità e dive del tempo, a cui si deve la straordinaria notorietà al grande pubblico (Boom60 docet).

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