Il museo e il suo territorio: Il MUST di Vimercate (e Giacomo Manzù).

A proposito di musei civici, in quel di Vimercate – bassa Brianza, non lontano da Monza – c’è un esempio di come raccontar il proprio territorio. É il MUST – Museo del Territorio Vimercatese, inaugurato nel 2010 nei locali di Palazzo Sottocasa con un allestimento decisamente interessante.

Le testimonianze del passato celtico, romano e medievale della cittadina, per la verità non molto numerose ma non prive di valore – su tutte il trittico di sculture di scuola campionese provenienti dalla pieve di Santo Stefano – sono avvolte da fascioni grafici molto curati e affiancate da testi stringati ed efficaci che le contestualizzano nella rispettiva epoca. Dove mancano i reperti, ci pensano le installazioni grafiche e multimediali a rievocare i paesaggi storici, come nella raffigurazione sul pavimento del tracciato viario di età romana e nella sala dedicata alle “ville di delizia” della Brianza orientale, con plastici e video.

La sezione più originale é quella che racconta la storia recente del Vimercatese, risultato di un’industrializzazione tanto rapida e travolgente da rendere il territorio quasi irriconoscibile a distanza di un secolo. Nella galleria dell’Ottocento,  i personaggi e i luoghi più importanti del periodo sono presentati in modo prevalentemente visuale, con trovate geniali come la rappresentazione in scala reale di un gruppo di ferrovieri e le finestre che si aprono su immagini d’epoca delle istituzioni socio-assistenziali nate per mitigare gli effetti collaterali dello sviluppo industriale. Non é da meno la sezione dedicata al secondo dopoguerra, con la cassettiera che custodisce i cimeli delle tante imprese che hanno reso grande il territorio – dalle eccellenze tecnologiche come IBM, Telettra e SG alla mitica Crystal Ball, di cui si ricordano tutti i trentenni cresciuti a pane e  Bim-Bum-Bam (e se non se lo ricordassero, ci pensa il TV che trasmette a ripetizione pubblicità d’epoca creando un effetto ipnotico).

Completa il percorso una sala multimediale dove alcuni filmati ripercorrono le tracce di un passato pre-industriale: feste tradizionali, canti popolari, ricordi personali e strumenti di lavoro che sembrano lontani anni luce – basti confrontare le foto degli anni ’50, con le campagne puntellate di cascine e case di ringhiera, all’odierna, informe distesa di palazzine.

Il tutto molto efficace nel sintetizzare in pochi tratti l’identità di un territorio che, in fondo, è un esempio perfetto delle trasformazioni che hanno interessato un pezzo consistente del Nord Italia.

Come ogni museo che si rispetti, il MUST ospita anche mostre di grandi autori del Novecento: dopo i ritratti di Guttuso, fino a marzo va in scena l’opera del bergamasco Giacomo Manzù, nel 25o anniversario della morte. Noto soprattutto per le opere monumentali come la Porta della Morte in San Pietro e la serie dei Cardinali seduti (in mostra anche a Bellezza Divina), avvolti nelle loro forme quasi astratte, Manzù rivela un tratto delicato ed intimo nella raffigurazione degli affetti – come nel ritratto del figlio Pio, promettente designer morto prematuramente nel 1969 – ed uno sguardo affascinato sul corpo femminile – la cui leggiadria, nei Passi di Danza, sfida la pesantezza del bronzo – e sul mistero del’Eros, che porta gli Amanti a fondersi in una forma unica. Un lato fortemente umano che si ritrova anche nei bassorilievi delle Crocifissioni degli anni Quaranta, dove nel sacrificio di Cristo si rispecchiano le sofferenze della guerra. Ma Manzù è anche ottimo disegnatore, pittore, incisore e persino ceramista e orefice, come dimostrano il Vaso in ceramica del 1946 e uno splendido Dono di nozze giovanile in argento sbalzato e ottone.

IMG_20161218_163104277.jpg

 

Mostra semplice ed efficace, come il museo che la ospita.

INFO:

www.museomust.it.

Giacomo Manzù. L’accento sull’arte

Fino al 26 febbraio 2017
Orari d’apertura: Mercoledì e giovedì (ore 10-13); Venerdì, sabato, domenica: (ore 10-13 e 15-19)
Chiusure: 25 dicembre e 1 gennaio

Biglietti d’ingresso
5 € intero (museo + mostra)

 

 

Storia di una capinera: la Monaca di Monza a Villa Reale

Storia nella storia per definizione, capace come poche altre di affascinare lettori e artisti con i suoi risvolti torbidi, quella di Virginia De Leyva, resa immortale dal Manzoni come la Monaca di Monza.

La città che ne ospitò la tragedia le dedica una mostra al Serrone di Villa Reale, puntando li sguardo non tanto sulla versione manzoniana quanto sulla vicenda storica documentata dai verbali degli interrogatori. Con i suoi lati meno conosciuti, proprio perché omessi o sorvolati per scelta letteraria dal Manzoni: la serie di rovesci familiari e il disinteresse del padre che portano la giovane Virginia al destino della clausura; il ruolo dell’intrigante confessore Don Arrigone e delle ingenue suor Benedetta e suor Ottavia nel “coprire” prima il corteggiamento di Giampaolo Osio (l’Egidio manzoniano), poi la relazione con la badessa e la nascita della figlia; gli omicidi orditi dai due per mettere a tacere i primi sospetti, come quello dello speziale Roncino e della novizia Caterina da Meda; la fuga inevitabile dell’Osio da Monza e il tentativo di sbarazzarsi di suor Ottavia e suor Benedetta, gettandole rispettivamente nel Lambro e nello stesso pozzo che aveva accolto la testa mozzata di Caterina. Dopo la morte dell’amante, tradito dall’amico che avrebbe dovuto ospitarlo, saranno proprio le due monache a svelare la vicenda durante l’interrogatorio, mentre Virginia sosterrà di essere stata guidata, nella sua accondiscendenza alle pressioni dell’Osio, da una sorta di potenza diabolica.

IMG_20161218_173239356.jpg

Il racconto è affidato ad illustrazioni e ad uno sceneggiato dell’interrogatorio, nessuno purtroppo all’altezza della storia. Meglio lasciare la parola ai pittori dell’Ottocento che vanno a nozze con il personaggio soggetto modernissimo, scandagliandone la psicologia tormentata e lacerata tra un impulso irrefrenabile al peccato ed un desiderio di purezza: su tutti Francesco Hayez e il grande monzese Mosé Bianchi.

img_20161218_172802866

La parte meno nota di tutte, però, é forse proprio la fine, che viene rievocata in mostra dal carteggio tra Virginia e il cardinale Federigo Borromeo. Colpito dalla sincerità del pentimento e dall’irreprensibilità mostrata nei 14 lunghi anni di detenzione, l’arcivescovo di Milano le concede la grazia nel 1622, additandola come esempio di pietà e devozione.

La mostra prosegue poi con un’analisi del fenomeno della “malmonacazione” – l’abitudine, invalsa purtroppo fino all’Ottocento nonostante il divieto ufficiale della Chiesa, di destinare all’abito le figlie a cui non fosse possibile procurare una dote – con una rassegna di dipinti ottocenteschi non esattamente indimenticabili (tranne due bellissimi Previati) e una raccolta di brani di autori da Boccaccio a Guido Piovene.

Il sipario si chiude con Testori, che proprio alla Monaca di Monza dedica nel 1967 uno dei suoi drammi più cupi, un atto d’accusa di lucidità spietata che colpisce tutti gli attori, riconvocati dalla morte a rivivere il processo: la badessa, colpevole di non aver vigilato abbastanza, i complici, il padre lontano e persino la madre Virginia Marino, colpevole di aver messo al mondo una creature votata alla disperazione, senza escludere naturalmente la stessa protagonista. Non si salva nessuno, ma nessuno può nemmeno essere giudicato.

IMG_20161218_180706119.jpg

 

Tra tutte le voci, quella meno presente é paradossalmente proprio quella del Manzoni. Peccato, perché Don Lisander era stato l’unico a accontentarsi di scavare con delicatezza nelle ombre di Gertrude per scoprirla vittima indifesa, ma ad innalzarla a strumento inconsapevole della Provvidenza. É grazie a lei, infatti, che Lucia sfuggirà alla persecuzione di Don Rodrigo.

Bella cosa rileggere i classici, ma prima di tutto bisogna leggerli fino alla fine.

P.S. Anche Testori tornerà sulla vicenda nel 1984 ne I promessi sposi alla prova. Qui la tragedia é stemperata dall’ironia della cornice (puro “teatro nel teatro”) e Gertrude é un’attrice di mezza età con velleità da prima donna, un po’ gelosa dei giovani rampanti Renzo e Lucia. Il lato “nero” del personaggio non perde la sua profondità, ma diventa – alla luce di un disegno più ampio – il pilastro, nero appunto, che regge misteriosamente l’intera storia.