L’arte di essere impeccabili @Gallerie d’Italia

Entrare alle Gallerie d’Italia a Milano é come fare un salto indietro nel tempo. Il salone dei depositanti della vecchia Banca Commerciale Italiana, rinnovato con gusto impeccabile da Michele De Lucchi, riporta direttamente ai fasti da Belle Époque di una Milano ricca e borghese che non poteva neppure immaginare l’imminente strazio della guerra.

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Le mostre sono curate e allestite in modo c come ormai non usa più, con illuminazioni precise come lame di rasoio, una scelta delle opere inappuntabile e testi di chiarezza cristallina. La programmazione é infallibile, fatta apposta per mettere d’accordo tutti: la rassegna sul grande meneghino Hayez, quella delle opere restaurate in modo ineccepibile da Intesa San Paolo, ed ora, le 100 e più opere di Canaletto e Bellotto di cui una trentina mai esposte prima in Italia.

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Gli assistenti di sala sono irreprensibili nella divisa nera che fa un po’ ufficiale da marina dell’800.

Ma soprattutto c’è il pubblico, quello di una volta.

Signore impellicciate che, di fronte a una veduta di Piazza San Marco, raccontano quando nel primo weekend a Venezia, “il loro Gianni” le aveva portate al Caffé Florian (“con quello che costa…”). Nonni che si prodigano ad insegnare alle nipoti, più avvezze ai pezzi di Bello Figo che ai dipinti ottocenteschi, ad apprezzare la differenza tra la luminosità diffusa del Canaletto e le ombre più nette del nipote Bellotto. Nipoti che annuiscono compite, consapevoli che sia solo una corvée mensile da tributare alla famiglia in cambio di una tacita tolleranza sui risultati scolastici. Piccoli imprenditori calati da Varese in preda ad esaltazione per le vedute settecentesche di Gazzada (“ma l’é l’istess”!).

Ah, se ci fosse ancora un Gadda, un Pontiggia. Se Arbasino scrivesse ancora racconti…

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Storia di una capinera: la Monaca di Monza a Villa Reale

Storia nella storia per definizione, capace come poche altre di affascinare lettori e artisti con i suoi risvolti torbidi, quella di Virginia De Leyva, resa immortale dal Manzoni come la Monaca di Monza.

La città che ne ospitò la tragedia le dedica una mostra al Serrone di Villa Reale, puntando li sguardo non tanto sulla versione manzoniana quanto sulla vicenda storica documentata dai verbali degli interrogatori. Con i suoi lati meno conosciuti, proprio perché omessi o sorvolati per scelta letteraria dal Manzoni: la serie di rovesci familiari e il disinteresse del padre che portano la giovane Virginia al destino della clausura; il ruolo dell’intrigante confessore Don Arrigone e delle ingenue suor Benedetta e suor Ottavia nel “coprire” prima il corteggiamento di Giampaolo Osio (l’Egidio manzoniano), poi la relazione con la badessa e la nascita della figlia; gli omicidi orditi dai due per mettere a tacere i primi sospetti, come quello dello speziale Roncino e della novizia Caterina da Meda; la fuga inevitabile dell’Osio da Monza e il tentativo di sbarazzarsi di suor Ottavia e suor Benedetta, gettandole rispettivamente nel Lambro e nello stesso pozzo che aveva accolto la testa mozzata di Caterina. Dopo la morte dell’amante, tradito dall’amico che avrebbe dovuto ospitarlo, saranno proprio le due monache a svelare la vicenda durante l’interrogatorio, mentre Virginia sosterrà di essere stata guidata, nella sua accondiscendenza alle pressioni dell’Osio, da una sorta di potenza diabolica.

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Il racconto è affidato ad illustrazioni e ad uno sceneggiato dell’interrogatorio, nessuno purtroppo all’altezza della storia. Meglio lasciare la parola ai pittori dell’Ottocento che vanno a nozze con il personaggio soggetto modernissimo, scandagliandone la psicologia tormentata e lacerata tra un impulso irrefrenabile al peccato ed un desiderio di purezza: su tutti Francesco Hayez e il grande monzese Mosé Bianchi.

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La parte meno nota di tutte, però, é forse proprio la fine, che viene rievocata in mostra dal carteggio tra Virginia e il cardinale Federigo Borromeo. Colpito dalla sincerità del pentimento e dall’irreprensibilità mostrata nei 14 lunghi anni di detenzione, l’arcivescovo di Milano le concede la grazia nel 1622, additandola come esempio di pietà e devozione.

La mostra prosegue poi con un’analisi del fenomeno della “malmonacazione” – l’abitudine, invalsa purtroppo fino all’Ottocento nonostante il divieto ufficiale della Chiesa, di destinare all’abito le figlie a cui non fosse possibile procurare una dote – con una rassegna di dipinti ottocenteschi non esattamente indimenticabili (tranne due bellissimi Previati) e una raccolta di brani di autori da Boccaccio a Guido Piovene.

Il sipario si chiude con Testori, che proprio alla Monaca di Monza dedica nel 1967 uno dei suoi drammi più cupi, un atto d’accusa di lucidità spietata che colpisce tutti gli attori, riconvocati dalla morte a rivivere il processo: la badessa, colpevole di non aver vigilato abbastanza, i complici, il padre lontano e persino la madre Virginia Marino, colpevole di aver messo al mondo una creature votata alla disperazione, senza escludere naturalmente la stessa protagonista. Non si salva nessuno, ma nessuno può nemmeno essere giudicato.

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Tra tutte le voci, quella meno presente é paradossalmente proprio quella del Manzoni. Peccato, perché Don Lisander era stato l’unico a accontentarsi di scavare con delicatezza nelle ombre di Gertrude per scoprirla vittima indifesa, ma ad innalzarla a strumento inconsapevole della Provvidenza. É grazie a lei, infatti, che Lucia sfuggirà alla persecuzione di Don Rodrigo.

Bella cosa rileggere i classici, ma prima di tutto bisogna leggerli fino alla fine.

P.S. Anche Testori tornerà sulla vicenda nel 1984 ne I promessi sposi alla prova. Qui la tragedia é stemperata dall’ironia della cornice (puro “teatro nel teatro”) e Gertrude é un’attrice di mezza età con velleità da prima donna, un po’ gelosa dei giovani rampanti Renzo e Lucia. Il lato “nero” del personaggio non perde la sua profondità, ma diventa – alla luce di un disegno più ampio – il pilastro, nero appunto, che regge misteriosamente l’intera storia.