Storia di una capinera: la Monaca di Monza a Villa Reale

Storia nella storia per definizione, capace come poche altre di affascinare lettori e artisti con i suoi risvolti torbidi, quella di Virginia De Leyva, resa immortale dal Manzoni come la Monaca di Monza.

La città che ne ospitò la tragedia le dedica una mostra al Serrone di Villa Reale, puntando li sguardo non tanto sulla versione manzoniana quanto sulla vicenda storica documentata dai verbali degli interrogatori. Con i suoi lati meno conosciuti, proprio perché omessi o sorvolati per scelta letteraria dal Manzoni: la serie di rovesci familiari e il disinteresse del padre che portano la giovane Virginia al destino della clausura; il ruolo dell’intrigante confessore Don Arrigone e delle ingenue suor Benedetta e suor Ottavia nel “coprire” prima il corteggiamento di Giampaolo Osio (l’Egidio manzoniano), poi la relazione con la badessa e la nascita della figlia; gli omicidi orditi dai due per mettere a tacere i primi sospetti, come quello dello speziale Roncino e della novizia Caterina da Meda; la fuga inevitabile dell’Osio da Monza e il tentativo di sbarazzarsi di suor Ottavia e suor Benedetta, gettandole rispettivamente nel Lambro e nello stesso pozzo che aveva accolto la testa mozzata di Caterina. Dopo la morte dell’amante, tradito dall’amico che avrebbe dovuto ospitarlo, saranno proprio le due monache a svelare la vicenda durante l’interrogatorio, mentre Virginia sosterrà di essere stata guidata, nella sua accondiscendenza alle pressioni dell’Osio, da una sorta di potenza diabolica.

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Il racconto è affidato ad illustrazioni e ad uno sceneggiato dell’interrogatorio, nessuno purtroppo all’altezza della storia. Meglio lasciare la parola ai pittori dell’Ottocento che vanno a nozze con il personaggio soggetto modernissimo, scandagliandone la psicologia tormentata e lacerata tra un impulso irrefrenabile al peccato ed un desiderio di purezza: su tutti Francesco Hayez e il grande monzese Mosé Bianchi.

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La parte meno nota di tutte, però, é forse proprio la fine, che viene rievocata in mostra dal carteggio tra Virginia e il cardinale Federigo Borromeo. Colpito dalla sincerità del pentimento e dall’irreprensibilità mostrata nei 14 lunghi anni di detenzione, l’arcivescovo di Milano le concede la grazia nel 1622, additandola come esempio di pietà e devozione.

La mostra prosegue poi con un’analisi del fenomeno della “malmonacazione” – l’abitudine, invalsa purtroppo fino all’Ottocento nonostante il divieto ufficiale della Chiesa, di destinare all’abito le figlie a cui non fosse possibile procurare una dote – con una rassegna di dipinti ottocenteschi non esattamente indimenticabili (tranne due bellissimi Previati) e una raccolta di brani di autori da Boccaccio a Guido Piovene.

Il sipario si chiude con Testori, che proprio alla Monaca di Monza dedica nel 1967 uno dei suoi drammi più cupi, un atto d’accusa di lucidità spietata che colpisce tutti gli attori, riconvocati dalla morte a rivivere il processo: la badessa, colpevole di non aver vigilato abbastanza, i complici, il padre lontano e persino la madre Virginia Marino, colpevole di aver messo al mondo una creature votata alla disperazione, senza escludere naturalmente la stessa protagonista. Non si salva nessuno, ma nessuno può nemmeno essere giudicato.

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Tra tutte le voci, quella meno presente é paradossalmente proprio quella del Manzoni. Peccato, perché Don Lisander era stato l’unico a accontentarsi di scavare con delicatezza nelle ombre di Gertrude per scoprirla vittima indifesa, ma ad innalzarla a strumento inconsapevole della Provvidenza. É grazie a lei, infatti, che Lucia sfuggirà alla persecuzione di Don Rodrigo.

Bella cosa rileggere i classici, ma prima di tutto bisogna leggerli fino alla fine.

P.S. Anche Testori tornerà sulla vicenda nel 1984 ne I promessi sposi alla prova. Qui la tragedia é stemperata dall’ironia della cornice (puro “teatro nel teatro”) e Gertrude é un’attrice di mezza età con velleità da prima donna, un po’ gelosa dei giovani rampanti Renzo e Lucia. Il lato “nero” del personaggio non perde la sua profondità, ma diventa – alla luce di un disegno più ampio – il pilastro, nero appunto, che regge misteriosamente l’intera storia.

Cancellare per riscrivere: Isgrò vs Manzoni a Milano

Pomeriggio milanese di luglio, caldo ma stranamente secco e limpido. Poca la voglia di richiudersi per 2 ore a Palazzo Reale per vedere la mostra antologica di Emilio Isgrò, il grande cancellatore, artista che non posso dire di conoscere benissimo, ma che ho sempre trovato un tantino noioso.

Cancellare per liberarsi dal peso delle parole e delle immagini, ok, ma per sostituire con cosa? Superata la provocazione iniziale, rischia di essere il solito giochino nichilista e sterile con cui tanti, troppi artisti contemporanei si sono divertiti alle spalle del pubblico dagli anni ’70 in poi. Ad incuriosirmi, nel percorso espositivo pensato per accompagnare la mostra, era però il tentativo di Isgrò di confrontarsi con una figura ingombrante come quella di Alessandro Manzoni, uno tra i più grandi creatore di parole ed immagini, agli antipodi di Isgrò per periodo storico, formazione e poetica. Letteratura vs arte, creazione vs cancellatura, moderno vs postmoderno: tutti gli ingredienti per un action movie tipo Alien vs Predator.

L’incipit, in verità, non è dei più emozionanti: alle Gallerie d’Italia, Isgrò “cancella” il celebre ritratto di Don Lisander firmato Hayez (esposto fino a pochi mesi fa nella mostra dedicata al pittore milanese) sovrapponendogli le classiche righe di testo annerite e lasciando intravedere solo gli occhi e la mano. Esattamente il tipo di lavoro che ci si aspetterebbe da Isgrò, riscattato però dall’ambientazione decisamente suggestiva nel caveau delle antiche poste, utilizzato per la prima volta come spazio espositivo, al cui centro l’opera appare come un gioiello gelosamente custodito. (Nel frattempo, in una videointervista l’artista illustra, profondendosi in un fiume interminabile di parole, come abbia deciso di cancellare le parole stesse).

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Sorprendente e ricca di colpi di scena, invece, la sezione site specific che si diffonde a casa Manzoni, affacciata su Piazza Belgiojoso, uno degli angoli più appartati di Milano dove si respira ancora a pieni polmoni l’atmosfera del suo Ottocento austriaco e pre-risorgimentale. Nella sala dedicata alle illustrazioni e all’iconografia dei Promessi Sposi, Isgrò cancella 35 volumi dell’edizione “quarantana” (quella del 1840), alludendo ai lettori che, con la sua fine autoironia, il fattore di Brusuglio aveva previsto per la propria opera e a cui si aggiungono, per l’occasione, 10 appestati.

Qui l’arte della cancellatura rivela una varietà inaspettata. Nel testo, i tratti neri densi e spessi si alternano a velature più leggere, da cui la parola torna ad affiorare quasi intatta e pienamente leggibile; paradossalmente, sono proprio le righe bianche ad operare la cancellatura più violenta. Nelle illustrazioni di Francesco Gonin, i luoghi e personaggi sono coperti da macchie bianche o nere, a tratti invadenti e a tratti quasi impercettibili: in ogni caso,  più che cancellare, il risultato è quello di evidenziare i contorni delle forme, con un modo di operare di natura indubitabilmente pittorica. Anche nel testo, le parole che sfuggono alla cancellatura generale finiscono per essere isolate, certo, ma anche potenziate nella loro capacità di significato, come particolari ingranditi di un quadro (uno dei filoni della produzione di Isgrò su cui si sofferma la mostra a Palazzo Reale). Come quando, del racconto straziante della madre di Cecilia, rimangono intatte solo le parole (“al petto”, “la morticina”, “Addio, Cecilia!”). In alcuni casi, poi, il rispecchiamento tra parola ed immagine è totale, come quando la forma del testo riproduce le silhouette delle figure.

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Fermando l’attenzione sul dettaglio, Isgrò offre così un omaggio poetico ad un uomo e ad una storia, quella di Renzo e Lucia, di portata universale, capace di plasmare la cultura di un’intera nazione non solo grazie al potere immaginifico della lingua, ma anche alla perfetta alleanza tra parola e raffigurazione.

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A sorpresa, la cancellatura si rivela la forma d’arte più affine a quello che è nucleo pulsante della poetica di Manzoni: la rivelazione discreta e misteriosa di un disegno provvidenziale all’interno di vicende troppo “forti”, almeno in apparenza, per potervi leggere un senso. Il famoso Dio nascosto (Deus absconditus), quel soffio di grazia inatteso e capace di illuminare in modo quasi impercettibile il cuore dell’uomo e le sue vicende, che arriva a Manzoni direttamente da Pascal.

Quello che manca ad Isgrò, e a noi – nel senso che non posiamo non provarne nostalgia – è proprio la capacità di Manzoni di cogliere, nel particolare, la presenza del disegno generale. Ma forse è anche colpa nostra: d’altra parte abbiamo iniziato il percorso dalla fine, la saga dal prequel. Per ricomporre i pezzi, meglio fare qualche passo indietro ed entrare a Palazzo Reale. In fondo, se fa caldo c’è l’aria condizionata.