La solitudine dei musei civici (2)

Come rompere l’assordante silenzio dei musei civici?

La via più battuta negli ultimi anni è quella di organizzare eventi: quasi ogni museo ormai ha il suo calendario di mostre, visite guidate, aperture gratuite, iniziative didattiche, seminari e, nei casi più “evoluti”, di aperitivi serali. Soluzione spesso efficace a richiamare il pubblico e a fare notizia (e, in non pochi casi, ad aumentare i numeri facendo leva sulla gratuità), ma raramente sufficiente a creare o riallacciare un legame forte e duraturo con la comunità locale (a quanti è capitato di visitare un museo in gita scolastica e non tornarci più)? A meno che, come avviene a Milano e in altre città, non si dia ai residenti la possibilità di entrare gratuitamente nei musei per tutto l’anno tramite un’apposita card.

In ogni caso, quello che può spingere le persone a ritornare in un museo anche quando non ci siano occasioni straordinarie è la possibilità di partecipare ad una narrazione che parli al presente, in cui scoprire ogni volta qualcosa di nuovo.

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Un esempio che punta in questa direzione sono i Musei di San Domenico ad Imola, riallestiti nel 2011 all’interno dei bellissimi spazi dell’omonimo ex convento duecentesco. Qui la scelta originale ed intelligente è stata quella di unire le diverse collezioni – la Pinacoteca, le Ceramiche, il Lapidario, la Numismatica e i disegni di maestri emiliani – in un percorso unitario, capace di raccontare la storia della città dal Trecento al secolo scorso. Ai lati dei corridoi sfilano le testimonianze della pittura e della scultura (pale d’altare, affreschi e ritratti di privati) provenienti da luoghi scomparsi o trasformati, con piccoli capolavori di guidaccio da Imola, Francesco Albani e Lavinia Fontana. Al centro, invece, sono esposti gli esempi dell’arte applicata (ceramiche, oggetti di vetreria, monete e medaglie) che documentano la storia quotidiana e concreta della città. Ognuno con la sua didascalia e completati da pannelli di rara chiarezza che si concentrano sui periodi, sugli autori, sulle tecniche, sui luoghi di provenienza e sul ritrovamento degli oggetti. Un allestimento tanto semplice ed efficace da non aver neppure bisogno, per coinvolgere il visitatore, di apparati multimediali. Non è dato sapere se il pubblico abbia premiato finora il progetto, ma è difficile dubitarne.

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Oltre all’allestimento c’è il problema della gestione, sul quale i Comuni – soprattutto in tempi di spending review – si trovano sempre più in difficoltà. Spesso una risorsa fondamentale per tenere aperti i musei e accogliere il pubblico sono i volontari, ma perché siano all’altezza occorre una formazione (non c’è niente di peggio di un volontario invadente e impreparato) e comunque il volontariato non può essere la regola. Un’alternativa è la concessione dei servizi museali ad imprese o cooperative private, ma per evitare il rischio di portarsi in casa un gestore più attento alle economie di scala che alla cura delle collezioni e all’identità del museo servono competenze forti nella redazione di bandi di gara e dei contratti di servizio.

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Una terza via, esplorata con risultati promettenti da realtà come Venezia, Siena e Brescia, è quella di affidare la gestione dei musei cittadini a fondazioni pubblico-private create ad hoc: uno strumento flessibile con cui attrarre risorse private e nuove competenze manageriali ed adottare innovazioni organizzative e tecnologiche. Nel 2015 la Fondazione Musei Veneziani, che gestisce luoghi come Palazzo Ducale, il Museo Correr e Ca’ Rezzonico, ha raggiunto un tasso di autofinanziamento del 97%. Certo, siamo a Venezia, ma il dato è sbalorditivo per la realtà italiana, anche rispetto alle vicine Gallerie dell’Accademia, di proprietà statale, che contano prevalentemente su risorse pubbliche. D’altra parte, anche la Fondazione Brescia Musei si attesta su valori molto vicini.

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Naturalmente il risultato non è automatico e dipende in massima parte dalla qualità delle persone più ancora che dai meccanismi di governance. Il modello, tuttavia, è interessante e merita di essere sperimentato in altri contesti.

Il tema dei musei civici, in ogni caso, è più che mai aperto e da tenere monitorato…

La solitudine dei musei civici (1)

Si dice spesso che la più grande ricchezza dell’Italia è il patrimonio culturale diffuso sul territorio. I dati che si citano per monitorare lo stato dell’economia culturale italiana (come la crescita del 9% dei visitatori ai musei italiani registrata nel 2015), però, si riferiscono esclusivamente agli istituti statali. Da un certo punto di vista, l’equazione “museo = statale” è naturale (se pensiamo ad un museo italiano, molto probabilmente ci vengono subito in mente gli Uffizi o le Gallerie dell’Accademia – quelle di Firenze, quelle di Venezia è già più difficile…) ma anche fuorviante, perché in fondo i siti culturali di proprietà statale sono meno del 10% (437) del numero complessivo di musei, gallerie e siti archeologici diffusi in modo capillare sul territorio nazionale (4.588 nel 2011).

Ed è proprio guardando ai territori, più che ai grandi “attrattori”, che ci si può fare un’idea più chiara del reale stato di salute del patrimonio culturale. Per esempio studiando il caso dei musei civici, che nascono dopo l’Unità per custodire le opere d’arte e gli oggetti provenienti da chiese e conventi soppressi in età napoleonica o da donazioni private: una vera e propria carta d’identità storica e artistica del territorio che però resta, spesso, coperta di polvere e dimenticata. Prendiamo alcuni esempi.

Il Museo della Città di Rimini, ospitato dagli spazi immensi dell’ex collegio dei Gesuiti, documenta l’intero arco della storia del capoluogo: dall’età villanoviana al Novecento. Non mancano pezzi di grande valore, come il Cristo morto sorretto da un angelo di Giovanni Bellini, belle testimonianze di epoca romana, polittici di scuola giottesca riminese del Trecento e tele seicentesche di Guercino e Guido Cagnacci, per finire in bellezza con i disegni ad alto contenuto erotico di Federico Fellini e Tonino Guerra (che, ebbene sì, oltre che poeta, sceneggiatore ed autore di celebri slogan pubblicitari fu pure valente illustratore). Il tutto però, affogato in un allestimento confusionario e votato all’horror vacui, dove gli oggetti sembrano accatastati per riempire gli spazi, e pannelli interminabili e tediosini (come nella sezione archeologica) si alternano a spiegazioni scarne o inesistenti (nella Pinacoteca). Risultato: nel calderone, tutto sembra avere la stessa importanza (poca) e il filo narrativo si perde quasi da subito. Certo, se guardiamo i numeri non sono affatto male, con 87.000 visitatori nel 2013, ma il merito è soprattutto della Domus del Chirurgo, che con i suoi splendidi mosaici, scoperti nel 1989 proprio a pochi metri di distanza dal Museo e visitabili con lo stesso biglietto, funge da attrattore principale.

Una situazione simile é quella dei Musei Civici di Pavia, ospitati dal magnifico Castello Visconteo, che possono sfoggiare una bella collezione romana e altomedievale ed una delle migliori raccolte di pittura rinascimentale della Lombardia: la Pinacoteca Malaspina, dove spiccano la splendida Pala Bottigella di Vincenzo Foppa, una Sacra Famiglia giovanile di Correggio ed opere di Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Veronese e Cerano. Anche qui, l’allestimento è datato e polveroso; i pannelli eccessivamente fitti e tecnici nella sezione archeologica e medievale, quasi inesistenti nella Pinacoteca; l’illuminazione vagamente funerea. A meno di non essere degli esperti, è difficile cogliere l’importanza della collezione.  In effetti, nel 2014 i Musei Civici sono stati visitati da 25.000 persone: pochini, se si considera anche l’effetto-traino esercitato dalle grandi mostre ospitate dalle Scuderie del Castello.

Anche quando si lavora sull’allestimento, poi, si può arrivare a toccare con mano (insieme ai pregi) i limiti oggettivi dello spazio espositivo. Come al Museo Archeologico “Paolo Giovio” di Como, dove le sezioni dedicate alla Protostoria e all’età romana sono state ridisegnate nei primi anni Duemila con un progetto sobrio e rispettoso del contesto (il settecentesco palazzo Giovio) che le ospita. Come in tutti i musei archeologici, però, purtroppo i frammenti isolati dal proprio contesto originario dicono poco di sé. In questi casi, una ricostruzione (fisica, grafica o multimediale) della collocazione originaria può aiutare, ma é difficile inserire strumenti aggiuntivi all’interno di spazi non enormi e certamente non nati per ospitare un museo. Per di più, il “Paolo Giovio” è tagliato fuori dall’itinerario più battuto dai turisti, quello che dal lungolago si addentra nel centro storico fino al Duomo o, al massimo, fino alla Basilica di San Fedele. Risultato: il museo raggiunge a fatica i 10.000 visitatori all’anno, in una provincia che sfiora i 3 milioni di presenze turistiche.

Quali vie d’uscita all’impasse dei musei civici? Qualche spunto, e qualche esempio alla prossima puntata…

 

Residenze sabaude tra conservazione e valorizzazione (2): lo strano caso della Palazzina di Stupinigi e dell’Ordine Mauriziano

Prosegue il nostro tour delle dimore sabaude con la Palazzina di Stupinigi, luogo di delizie voluto nel 1720 da Vittorio Amedeo II nei pressi di Torino come scenario per la celebrazione settimanale del rito della caccia al cervo (a fugare ogni dubbio sulla destinazione è l’inconfondibile profilo della statua che campeggia alla sommità della facciata, ora sostituita da una copia: strano che animalisti e vegani non siano ancora scesi in piazza per chiederne la rimozione).

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Il complesso, capolavoro del barocco concepito dal genio di Filippo Juvarra, condivide con la Venaria Reale e il Castello di Rivoli una storia di splendore e di abbandono, seguite da un lungo processo di recupero coronato con la riapertura al pubblico nel 2011, in occasione del 150 anniversario dell’Unità d’Italia.

L’esperienza di visita non è forse spettacolare e coinvolgente come quella della Venaria ma di comunque di alta qualità: gli ambienti sono perfettamente conservati ed arredati con gusto impeccabile, il biglietto di ingresso include l’audioguida e la musica barocca diffusa dagli altoparlanti offre un’idea di quella che doveva essere l’atmosfera ai tempi dei Savoia.

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Alcune sale chiuse al pubblico nell’ala ovest indicano, però, che il percorso di restauro è ancora in progress. I pannelli introduttivi offrono dei chiari indizi sul perché, portandoci sulle tracce di una vicenda intrigante ed esemplificativa della complessità della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale italiano.

La storia di Stupinigi è strettamente intrecciata a quella dell’Ordine Mauriziano, “milizia cavalleresca” nata per volere di Emanuele Filiberto di Savoia dalla fusione tra l’Ordine Cavalleresco e Religioso di san Maurizio e l’Ordine per l’assistenza ai Lebbrosi di san Lazzaro, con la missione di dedicarsi agli “uffici pietosi verso gli infermi”. La possibilità di perseguire lo scopo è garantito dal conferimento di immobili e terreni, tra cui la stessa Palazzina di Caccia, l’Ospedale torinese di Porta Palazzo (l’attuale Umberto I) e le Abbazie di Sant’Antonio di Ranverso e di Staffarda, con i relativi arredi e fondi agricoli. Per oltre tre secoli, l’Ordine (i cui Gran Maestri sono niente meno che i regnanti sabaudi) gestisce questo patrimonio con oculatezza al fine di sostenere le proprie opere sanitarie ed assistenziali: per dirla con termini attuali, si tratta di un mix efficace di welfare state, economia di mercato e valorizzazione dei beni culturali.

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La Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

A mutare profondamente questo quadro è la Costituzione Repubblicana che, abolendo ordini cavallereschi e nobiliari, sancisce la trasformazione dell’Ordine in ente ospedaliero di diritto pubblico, dotato di una propria autonomia seppure sottoposto alla vigilanza del Ministro dell’Interno. L’Ordine entra così a far parte del servizio sanitario nazionale e regionale, continuando a svolgere la propria mission con efficacia, fino a quando la riforma del sistema sanitario adottata nel 1999 dalla Regione Piemonte modifica il sistema di finanziamento per gli enti ospedalieri accreditati, passando da un parametro basato sui costi di produzione ad uno basato sul valore delle prestazioni: il nuovo regime non remunera adeguatamente l’Ordine, che entra in crisi ed è commissariato, trovandosi in stato di insolvenza e nella necessità di trasferire le attività ospedaliere alle ASL regionali. Nel 2004, una legge regionale sancisce la trasformazione dell’Ordine in Fondazione, su cui ricade l’onere del “risanamento del dissesto finanziario”, tramite la liquidazione dei beni disponibili e “lo scopo di conservare e valorizzare il patrimonio culturale di sua proprietà”.

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Il paradosso è lampante: come pretendere che un ente possa conservare (e pure valorizzare) un patrimonio storico quando la sua priorità è quella di liquidare per fare fronte ai debiti? Nel tentativo disperato di trovare una risposta, alla gestione provvisoria subentra nel 2007 un consiglio di amministrazione di nuova nomina, il cui Presidente si dimette immediatamente una volta preso atto dell’entità del dissesto per cedere il posto ad un nuovo commissario straordinario.

Nel frattempo, il piano di soddisfazione dei creditori procede a rilento, ma è evidente che l’Ordine non può contare sulle proprie risorse per riservare una cura adeguata a gioielli artistici come Stupinigi, Ranverso e Staffarda. Ed è qui che, ad un pasticcio tutto italiano, si fa largo una risposta tutta italiana (questa volta in senso positivo): la Fondazione incontra la collaborazione della Soprintendenza ai Beni Storico-Artistici del Piemonte e della Consulta per la Valorizzazione dei Beni Artistici e Culturali di Torino, un’alleanza di oltre 20 imprese private e fondazioni bancarie che già abbiamo visto all’opera alla Venaria. Sono questi due soggetti a fornire i fondi necessari al restauro della Palazzina di Caccia, mentre il Mauriziano, in mancanza di altre risorse, mette a disposizione il proprio personale specializzato. Da parte sua, l’Ente Parco Naturale di Stupinigi contribuisce con la riqualificazione dei 1700 ettari dell’ex terreno di caccia.

Morale: la collaborazione tra pubblico e privato mette una pezza ai problemi causati dall’amministrazione regionale, consentendo la riapertura del complesso in tempo utile per i festeggiamenti dell’Unità. La saga però è ben lontana dalla conclusione, visti i reiterati annunci di un’imminente chiusura della Fondazione ed i lavori in corso nell’ala est e nelle cascine di Stupinigi e alla Precettoria di Ranverso (attualmente chiusa per restauri), mentre neanche l’Abbazia di Staffarda se la passa troppo bene (specialmente i locali del convento avrebbero urgente bisogno di una sistemata).

SOS: cercasi nuovi  mecenati.

Residenze sabaude tra conservazione e valorizzazione: Venaria vs Rivoli

Nella cultura italiana si aggira ormai da decenni, senza accennare a placarsi, lo spettro di una solenne minchiata: la contrapposizione tra i fautori della conservazione e quelli della cosiddetta “valorizzazione economica” del patrimonio storico-artistico. Di per sé, le posizioni dei due schieramenti (che, semplificando all’osso, sottolineano rispettivamente la necessità di preservare i beni culturali per le generazioni future e quella di trarne benefici economici per la collettività) sarebbero del tutto ragionevoli. Peccato che siano in molti a ritenerle incompatibili: gli uni paventando il pericolo che l’applicazione di strategie manageriali e di marketing al patrimonio culturale finisca per snaturarlo ed avvantaggiare affaristi senza scrupoli; gli altri etichettando i primi come reazionari, salvo avallare in alcuni casi scelte alquanto discutibili.

Per fortuna, esistono esperienze capaci (almeno in teoria) di mettere tutti d’accordo. Una di queste è il caso del recupero della Venaria Reale, residenza voluta nel 1658 da Carlo Emanuele II di Savoia come palazzina di caccia ed ampliata da Vittorio Amedeo II (1888-1732) per gareggiare con le più sfarzose regge europee, affidandone il progetto al grande sacerdote-architetto Filippo Juvarra. Dopo un lungo periodo di declino iniziato con l’arrivo di Napoleone, nel Dopoguerra il complesso versava in condizioni di preoccupante degrado, che l’affidamento nel 1978 alla Soprintendenza non bastò ad interrompere. Solo nel 1998, infatti, furono sbloccati i fondi statali già destinati, a cui si aggiunse un importante finanziamento europeo finalizzato al restauro integrale del complesso, completato in tempi record nel 2007.

Il risultato? Ambienti restituiti allo splendore originario, senza far rimpiangere (ma neanche dimenticare) la dispersione degli arredi e delle collezioni; un allestimento elegante e spettacolare allo stesso tempo, capace di immergere il visitatore nella storia della reggia e dei Savoia e di ridonare vita agli spazi. Con alcune chicche come il “teatro virtuale” firmato da Peter Greenaway, che ricrea la vita di corte grazie ad attori del calibro di Alessandro Haber, Remo Girone, Giuseppe Battiston e (ahimè) la beniamina locale Luciana Littizzetto; la scenografica collocazione nelle scuderie juvarriane, a cura di Davide Livermore, del celebre Bucintoro dei Savoia, unico esemplare veneziano del Settecento superstite di imbarcazione ad uso cerimoniale ed, infine, la raffinata installazione sonora di Brian Eno nella Grande Galleria.

Ma soprattutto, la Venaria si è affermata come un centro di produzione culturale di livello nazionale, grazie ad un folto programma di mostre ed eventi (quella attualmente in corso su Raffaello sole delle arti merita un post a parte). A testimoniarlo sono anche i numeri: negli ultimi anni il complesso si è collocato stabilmente tra i primi 10 complessi museali statali più visitati, con una media annuale di 750.000 ingressi. Il tutto senza dimenticare la conservazione, ambito nel quale il Centro ospitato dalle scuderie alfieriane si è rapidamente affermato come il terzo istituto di ricerca e formazione in Italia.

Quale il segreto di questo matrimonio felice tra conservazione e valorizzazione? Certamente la scelta di un modello pubblico-privato di gestione autonoma (caso raro in un Paese dove la diffidenza tra i due settori è saldamente radicata) deve aver giocato un ruolo importante. Il Consorzio di Valorizzazione della Venaria Reale, a cui partecipano Ministero, Regione, Comune e Compagnia di San Paolo, infatti, gestisce direttamente la programmazione culturale, i servizi al pubblico e la comunicazione, distinguendosi per un livello di autofinanziamento superiore alla media dei musei italiani (il 45% dei ricavi complessivi è costituito dalle entrate da biglietteria e servizi aggiuntivi). Certo, qualcuno potrà obiettare che le tariffe di ingresso non sono propriamente economiche (25 euro per il percorso di visita intero e le mostre), ma i servizi sono di ottima qualità. C’è solo da sperare che le tensioni tra Regione e Ministero emerse in occasione della nomina del nuovo direttore Mario Turetta, che la prima considera imposta dal secondo, non alterino il clima collaborativo creatosi nell’arco degli anni.

Che una buona ricetta non basti ad assicurare il risultato è dimostrato, però, dall’esperienza del vicino Castello di Rivoli, altra residenza sabauda progettata dallo Juvarra ma rimasta incompiuta a causa dello svuotamento delle casse statali, esposta anch’essa ad un lungo declino e infine recuperata nel 1984 con un intervento di restauro avveniristico. Obiettivo: accogliere una delle maggiori collezioni italiane di arte contemporanea, creando attorno ad essa un polo di produzione culturale di livello internazionale.

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Nonostante l’autonomia gestionale e il sostegno di sponsor come Regione Piemonte, Fondazione CRT,  Città di Torino, Unicredit, però, negli ultimi anni il progetto culturale che pure era partito a lancia in resta sembra aver preso una piega pericolosamente simile al cantiere interrotto del Castello. In effetti, aggirandosi tra le sale si respira un’atmosfera di disarmo: la collezione permanente, pur di rilievo e rinnovata nel corso degli anni, sembra abbandonata a se stessa, mentre la qualità delle mostre temporanee è piuttosto disomogenea (tra quelle in corso, i video piuttosto banalotti di Francesco Jodice perdono il confronto con la personale della tedesca Paloma Varga Weisz, una che non si vergogna di lavorare da artigiano in un periodo in cui sembrano contare solo le idee – che pure non le mancano).

Nel frattempo, la competizione sul segmento del contemporaneo è in crescita esponenziale non solo a livello nazionale con i vari MART, Maxxi, Madre, Museion e Fondazione Prada, ma anche nella stessa Torino, dove la fondazione privata Sandretto Re Rebaudengo si è ormai affermata come un punto di riferimento. La svolta potrebbe essere la fusione tra Rivoli e la GAM di Torino, con l’insediamento di un nuovo Direttore comune nella persona di Carolyn Christov-Bakargiev, già curatrice al Castello tra il 2002 e il 2008 e successivamente protagonista di una prestigiosa carriera internazionale. Primo intervento annunciato: il riallestimento della collezione permanente. A lei va un grosso in bocca al lupo: i modelli di governance possono aiutare, ma in fondo la differenza vera la fanno le persone.

 

I nuovi Magnifici 20 dei musei italiani: una svolta. E un fallimento?

“Un passo storico per l’Italia e i suoi musei che colma anni di ritardi, che completa il percorso di riforma del ministero e che pone le basi per una modernizzazione del nostro sistema museale”. Così il Ministro dei Beni Culturali, Dario Franceschini, ha definito la scelta dei nuovi direttori dei 20 maggiori musei italiani, seguito a ruota dalla maggior parte della stampa nazionale che aveva già seguito con un certo entusiasmo il percorso di candidatura. In effetti, almeno per una volta i motivi di soddisfazione non mancano: in primo luogo, la stessa trasparenza dell’operazione, affatto scontata in un settore dove le carriere scientifiche e manageriali sono storicamente intrecciate alle logiche di appartenenza politica; in secondo luogo, lo spessore scientifico dei prescelti, alcuni dei quali giovanissimi (Gabriel Zuchtriegel, neodirettore del Parco Archeologico di Paestum ha solo 34 anni mentre Eva Degl’Innocenti, nominata alla guida del Museo Archeologico Nazionale di Taranto, non ha ancora compiuto 40 anni).

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In un Paese in cui ogni annuncio di acquisizione di imprese italiane da parte di gruppi esteri non manca di suscitare paure e tensioni, anche la folta presenza di personalità straniere (7 su 20) è stata salutata quasi unanimemente con apertura. Dai newcomer ci si attende, con legittimo ottimismo condito di un pizzico di provincialismo esterofilo, che sappiano introdurre all’interno della nostra polverosa ed ingessata amministrazione culturale le nuove idee, metodi e competenze che hanno segnato le esperienze di best practice dei nostri competitor. Una reazione che sembra testimoniare quanto sia diffuso il bisogno di innovazione nel settore museale, dove il moltiplicarsi in tempi recenti di roboanti proclami e attribuzioni di rilevanza strategica per il futuro del Paese sono stati inversamente proporzionali agli investimenti (finanziari e tecnici, ma soprattutto umani e culturali). Nonostante le legittime perplessità di Philippe Daverio non sembrerebbe, peraltro, che il ricorso a personalità estere – alcune delle quali, come James Bradburne, ottimo ex direttore di Palazzo Strozzi, ormai pienamente ambientate nel contesto italiano – implichi necessariamente l’insuccesso da parte del sistema museale italiano nel formare una nuova generazione di manager culturali, vista la giovane età media della pattuglia italiana (quasi 44 anni).

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James Bradburne, gia’ Direttore di Palazzo Strozzi, nominato Direttore della Pinacoteca di Brera

In ogni caso, c’è qualcosa che stona e colpisce nella rosa dei Magnifici 20: la pressoché totale assenza di profili dotati di una formazione economico-manageriale. L’unico neo-direttore che viene definito come “manager culturale”, Mauro Felicori, infatti, si è laureato in Filosofia e ha svolto il proprio percorso di crescita all’interno dell’amministrazione comunale di Bologna. C’è chi – come Vittorio Sgarbi – si è affrettato a sottolineare che le nuove figure dirigenziali saranno affiancate da un team di collaboratori in cui rientreranno dirigenti prettamente amministrativi e finanziari. Tuttavia, sembra di poter constatare che il tentativo di “modernizzazione” delle nostre istituzioni culturali non sia destinato a passare per l’introduzione di competenze economiche. Il che implicherebbe il sostanziale fallimento di quella pattuglia, poi rapidamente divenuta pletora, di corsi di laurea in Economia e Management per le Arti, per i Beni Culturali etc. inaugurati dagli atenei italiani nel corso dell’ultimo decennio. Come quello frequentato dal sottoscritto, alla Bocconi.

Sulle possibili ragioni di questa esclusione, si può solo tirare ad indovinare: il vecchio e inveterato pregiudizio umanistico l’economo “arido uomo di numeri” o peggio ancora “markettaro” (stereotipo talvolta avallato dagli infelici inserimenti operati dai precedenti Ministri…), la carenza di profili adeguati, o semplicemente la mancata percezione di un bisogno e di un’opportunità. O forse, più semplicemente, la realtà è che è ancora la formazione umanistica a fornire le competenze e gli sbocchi migliori a chi voglia fare carriera nell’ambito museale. Detto in altri termini, se vuoi dirigere un museo è più facile ed utile laurearti in Beni Culturali e prendersi poi un master in Management che non viceversa.

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Cristiana Collu, confermata Direttore della Galleria Borghese. 

In ogni caso, mi pare che di fronte a queste nuove nomine sia opportuno riprendere il filo di una riflessione sui percorsi formativi e sugli sbocchi occupazionali nel settore museale. E che i nuovi direttori – indipendentemente dalla nazionalità – dovranno essere valutati non solo per i risultati contingenti raggiunti (il famigerato numero di biglietti), ma soprattutto per la propria capacità di innovare in profondità la cultura delle proprie istituzioni, discriminando il tanto di buono che c’è al loro interno da ciò che non è più al corrente con i tempi, e contribuendo a formare nuove figure dirigenziali che siano in grado di prendere, un domani, il testimone. Perché, come insegnano le teorie organizzative, il vero leader non è l’ “uomo solo al comando”, ma colui che sa coinvolgere i propri collaboratori, valorizzandoli e mobilitandoli verso un obiettivo condiviso. E per questo, un curriculum storico-artistico impeccabile potrebbe non essere sufficiente.

P.S.: non vorrei che l’entusiasmo per la novità porti a “buttare nel secchio dell’acqua sporca” quello di buono che si è fatto in passato (almeno in alcuni casi) e dimenticare i meriti dei direttori uscenti. Personalmente ho avuto il piacere di incontrare Antonio Natali, allora direttore degli Uffizi, per la tesi di dottorato e ne ho apprezzato la cordialità e il desiderio di andare (con juicio) oltre le logiche passate. É anche grazie a lui che Eike Schmidt si troverà a dirigere una Galleria ampliata e rinnovata. L’iniziativa “La Città degli Uffizi”, inoltre, con l’esposizione temporanea di opere delle collezioni medicee presso i luoghi di origine, ha rappresentato secondo me una delle iniziative di valorizzazione del patrimonio museale più interessanti degli ultimi anni.