Come ti cancello una mostra: lo show mancato di Marlie Mul a Glasgow e l’arte che non c’é (più)

All’ingresso della GoMA (acronimo altisonante della Galleria d’Arte Moderna di Glasgow) campeggia un cartello: “la mostra é stata cancellata”.

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Il messaggio non lascia dubbi: “dopo una scrupolosa valutazione”, l’artista olandese Marlie Mul, protagonista designata dell’esposizione, e il museo hanno deciso di comune accordo di annullare l’evento, mantenendo uno stretto riserbo sulle ragioni della scelta. Il salone colonnato al piano terra é vuoto, salvo per gli adesivi alle finestre che pubblicizzano a grandi caratteri la cancellazione. In modo sin troppo eclatante, il che fa sorgere un  dubbio.

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Leggendo il comunicato stampa, spicca una considerazione di tono tipicamente curatoriale secondo cui “rimuovere la mostra dallo spazio della galleria costringe a mettere in questione il valore e la funzione di istituzioni culturali come la GoMA nella società contemporanea”. Addirittura, il museo esprime la speranza “che la comunità locale colga l’opportunità e proponga alternative per l’utilizzo degli spazi”. Gli unici a raccogliere l’invito sembra essere un artista che ha pensato bene di collocare all’ingresso della sala altri cartelli recanti interrogativi esistenziali del tipo “Chi sono loro? Chi siamo noi?”. Tanto per aumentare ulteriormente la confusione.

A questo punto il sospetto si fa domanda: siamo di fronte ad una sofisticatissima operazione di arte concettuale? Oppure trattasi di “epic fail” gestionale mascherato da trovata del secolo?

Intervistato sul motivo della cancellazione, il custode di servizio risponde bofonchiando con incomprensibile accento glaswegiano qualcosa sulla mancanza di finanziamenti che non permetteva di pagare i lavoratori, il che sembrerebbe avvalorare la seconda ipotesi. E sì che il comunicato si prodiga ringraziare la Henry Moore Foundation e The Mondriaan Fund per il supporto alla mostra…

Spulciando sul sito dell’artista in cerca di lumi, vediamo che negli ultimi anni la presumibilmente giovane creativa ha flirtato disinvoltamente con tutti i mezzi espressivi esistenti, dal disegno alla performance passando per la scrittura e la scultura polimaterica. Nella sua ultima personale londinese del 2015, Arbeidsvitaminen, figuravano clave di forma non troppo velatamente fallica, racchiuse in scatoloni da trasloco riempiti di polistirolo. Il testo di presentazione (di mano dell’artista o dal curatore?) si riferisce al Paleolitico, epoca primitiva la cui fine coincide con l’avvento dei “più tecnologicamente avanzati progenitori dell’Europa Occidentale”, auspicando che “le future generazioni guardino alla nostra epoca con lo stesso disprezzo con cui noi guardiamo ai nostri predecessori trogloditi”.

Il livello di concettualizzazione (e di banalità, si consenta) é altissimo, non c’é dubbio, ma non tanto da lasciar presagire una svolta verso la “dematerializzazione dell’oggetto artistico”, come recitava il titolo di un celebre articolo-manifesto di Lucy Lippard del 1966. (Per fare un esempio, di lì nacquero eventi memorabili come L’Air show di Terry Atkinson e Michael Baldwin del ’67, in cui gli artisti avevano presentato come opera una colonna d’aria del diametro di 1 metro e di altezza infinita).

Forse, in definitiva, é inutile domandarsi se venga prima l’uovo del fallimento o la gallina della provocazione. Perché, a distanza ormai di mezzo secolo dalla teorizzazione del primato dell’idea e dell’intenzione artistica sulla forma, ci siamo ancora dentro fino al collo: al punto da spingere un’istituzione culturale evidentemente in crisi a proporre nel 2017 una provocazione che sarebbe apparsa nuova, appunto, 50 anni fa, quando un certo Emilio Isgrò si faceva conoscere per le sue cancellature. (Ricordiamo, tra le altre, anche la performance dell’89 di Maurizio Cattelan consistente in un cartello appeso alla porta della galleria, con scritto Torno subito).

D’altra parte, il fatto che – come dichiara entusiasta il curatore intervistato dalla stampa – i visitatori abbiano proposto di usare la Galleria per lezioni di disegno, sedute di yoga e corsi di danza – praticamente di tutto tranne che esporre opere d’arte – fa pensare che forse l’arte, o almeno un certo tipo di arte, non abbia più nulla da dire e da offrire all’Homo Sapiens 3.0 di oggi.

L’unica consolazione é che, come da inossidabile tradizione anglosassone, l’ingresso alla galleria é gratuito. God save the queen.

C’eravamo tanto sbagliati? Recensione preventiva a “L’arte nel cesso” di Francesco Bonami.

Sì, lo so, non é bon ton scrivere la recensione di un libro prima di averlo letto. Eppure, per scegliere di leggere un libro tra i tanti, troppi che occhieggiano dalle vetrine delle librerie (dall’ultimo imperdibile libro di ricette di Cracco all’avvincente autobiografia di Gianluca Vacchi) e dedicargli ore preziose, occorre far provvista di validi motivi.

Mi é capitata sottomano la nuova uscita di Francesco Bonami, curatore e critico d’arte contemporanea tra i più noti al grande pubblico per volumi come “Lo potevo fare anch’io” (2009), in cui si prodigava a spiegare ai profani lettori come distinguere una ciofeca da un capolavoro; dove l’unico discrimine consisteva, in sostanza, nel fatto che a fare una determinata cosa “ci avesse pensato prima l’artista” – o, in altre parole, nell'”idea”. Accanto all’ormai venerabile Marcel Duchamp e al suo celebre orinatoio, all’epoca il beniamino di Bonami era il “giovane” impertinente Maurizio Cattelan, apprezzato incondizionatamente per la spregiudicatezza delle sue trovate.

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Nell’omonima seria di Sky Arte, Bonami impersonava il ruolo del Virgilio cortese e un po’ saccentello, chiamato a prendere per mano lo sprovveduto Cattelan (l’anchorman Alessandro, non Maurizio) e guidarlo all’interno dei misteri dell’arte contemporanea. (Lo schema narrativo é di quelli consolidati: l’uomo della strada si avvicina, curioso e diffidente al tempo stesso, ad un mondo a lui ostico; la reazione iniziale é di disorientamento, finché il Maestro, con un colpo di scena, non sfodera dalla tasca la bacchetta magica che trasforma la più solenne minchiata nella creazione di un novello Michelangelo).

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Ebbene, negli ultimi tempi il nostro Bonami sembra aver subito una mutazione genetica, o antropologica, che l’abbia reso pressoché irriconoscibile.

Prima si scaglia con insospettabile livore contro un altro autore di geniali trovate – ma, ci si consenta, di ben altro spessore culturale rispetto ad un Cattelan – come Ai Weiwei (senza però azzardarsi a sfiorare la vacca sacra Jeff Koonsk). Poi, se ne esce con un’inattesa tirata contro i curatori, rei di aver trasformato l’arte contemporanea in una cosa noiosa ed autoreferenziale. (Per la verità, la critica sembra rivolta più agli artisti che nel tempo libero fanno i curatori che ai curatori professionisti, ma – si sa – in Italia siamo tutti un po’ sindacalisti e bisogna sempre difendere la categoria…).

Infine, nell’ultimo libro L’arte nel cesso (Mondadori), il critico compie un’inversione a U in contromano, di quelle da ritiro immediato della patente.

L'Arte nel cesso

Recita la quarta di copertina: “in fondo, tante opere alla cui vista restiamo sgomenti forse avremmo potute farle pure noi, e comunque, anche se le ha fatte qualcun altro prima, questo non significa affatto che si tratti di arte”. E qui il nostro potenziale lettore inizia a drizzare le orecchie. “L’arte contemporanea – che ha avuto inizio nel 1917 con l’orinale capovolto (Fontana) di Marcel Duchamp – oggi, a un secolo esatto, è giunta alla sua fine, e deve lasciare il posto a una nuova fase”. No dai, veramente? Era l’ultima cosa che mi sarei aspettato di sentire da…ma non é finita qui: “E con che cosa si è conclusa? Con America, il cesso d’oro 18 carati di Maurizio Cattelan esposto nell’autunno 2016 al Guggenheim di New York, dove lo si può non solo ammirare ma persino usare”.

E qui casca la dentiera. Ma come, non solo smentisce tutto ciò che ha detto fino al giorno prima, ma addirittura scarica bellamente il suo pupillo (dopo averne scritto addirittura l’“autobiografia” nel non lontano 2011)? Forse hanno litigato? Questione di donne?

No, in realtà dietro c’é una riflessione grave e profonda sulla natura e sul destino dell’arte contemporanea: “ora all’arte non bastano più solo idee che si rincorrono con l’obiettivo di essere una più rivoluzionaria dell’altra. […] provocazione dopo provocazione, la contemporaneità ha esaurito il suo potere di stupire”.

Qui il potenziale lettore subisce anche lui uno sdoppiamento della personalità: la sua parte cinica inizia ad inveire contro l’astuto trasformista pronto ad unirsi alla schiera degli arci-critici della contemporaneità Fumaroli, Gregotti, Hughes, Virilio etc. prima che sia troppo tardi; la parte buona (o buonista) plaude alla saggia riflessione, ripetendo il vecchio adagio secondo cui “cambiare idea é segno di intelligenza”.

In ogni caso, il nostro potenziale lettore é ormai succube dell’astuto escamotage e si accinge ad acquistare il volume, spinto dall’irrefrenabile curiosità di scoprire se a causare l’imprevisto testacoda sia un’incorreggibile paraculaggine o una sincera ed apprezzabilissima autocritica.

Salvo, in caso di delusione, riservarsi il diritto inalienabile e sovrano di gettarlo nel già citato cesso.

Hang the curator! Idiosincrasie dell’arte contemporanea a #nuovicodici, Biennale di Soncino @Cremona

Ogni città la sua Biennale ha: oltre a Venezia, Johannesburg, Sydney e Istanbul, anche Soncino, graziosa cittadina del Cremonese, ha la sua rassegna d’arte contemporanea, che quest’anno è arrivata all’ottava edizione. In attesa di vedere la Biennale di Venezia, possibilmente prima che chiuda, ho visitato la sezione satellite di Cremona, dal titolo accattivante “#nuovicodici”, ospitata dalla splendida (e vagamente spettrale) cornice rinascimentale di Palazzo Stanga Trecco. La mostra si articola in ben 10 stanze affidate ad altrettanti curatori, dove sono esposte opere di ben 33 artisti.

Si inizia con una serie di cuffie che penzolano dal soffitto dello scalone, dalle quali è possibile ascoltare interviste rilasciate dai familiari delle vittime della strage di Ustica: è Quello che doveva accadere, un progetto di Giovanni Gaggia, operazione semplice e trasparente come la ricerca della verità che la anima. La accompagna un bel testo di Matteo Galbiati: “la verità ci aspetta sempre silenziosa e, sorretta dal ricordo, rimane viva in attesa del suo svelamento”. Fin qui tutto bene.

Poi si passa alla seconda stanza, dal titolo più enigmatico di #clangori. La curatrice, Ilaria Bignotti, spiega che “nella sua radice etimologica “clangori” contiene l’idea dell’urlo bellico, delle armi che stridono in lotta, del canto selvaggio, del silenzio prima della battaglia, dell’urlo non disperato, ma di speranza”. Sarà, ma risulta un po’ difficile applicare questa definizione alle sculture esposte, realizzate in tecniche diverse (ferro, legno, lana e fotografie) che, più che l’urlo e lo strepito, evocano un rispettoso quanto lievemente imbarazzato silenzio. Come Monologue di Michele Spanghero, che riprende il Teatro Regio di Parma deserto con i suoi rumori di sottofondo.

La terza stanza, #ladelicatezzadellamateria, collocata nel salone d’onore del palazzo, è l’unica a presentare esclusivamente opere site-specific: Riru’s song di Elena Modorati, Star stone circle di Vincenzo Marsiglia, Prospettive incompiute di Cesare Galluzzo e Prima ipotesi di potere di Gianni Moretti. Lavori improntati ad una semplicità artigianale, in cui conta la materia più che il concetto, che si integrano molto bene con l’ambiente, quasi come pezzi di design. Le difficoltà nascono quando si apprende dal curatore (ancora Matteo Galbiati) che le opere “conservano un’azione agente che, a stento, si chiude e conclude con la loro locazione; ma esse paiono tendere a una progressiva e diveniente modificazione che le accresce e le dilata nel tempo”. Bah…meglio non curarsi troppo e passare oltre.

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Le stanze 4 e 5, dal titolo assai originale di #duestanze (evidentemente l’hashtag è irrinunciabile), sono dedicate ciascuna ad un’artista, rispettivamente Pierluca Cetera e Stefania Galegati Shines, accomunati secondo il curatore dalla “pratica dello ‘spoglio’, ovvero rivelare l’umano-inumano in una ricerca assidua da parte di entrambi per la casuale profondità umana”. Il primo, “nei suoi dipinti su zinco della serie Rimozioni, spoglia e decontestualizza i corpi di personaggi noti come Amy Winehouse, Silvio Berlusconi o Gabriele d’Annunzio. Questi ultimi ci appaiono avvolti da un bianco azzerante e diventano icone innominabili, presentate al pubblico come ritratti dei quali calamite nere di varie dimensioni ne (sic!) coprono alcune parti”. Lungi dal limitarsi a contemplare queste meraviglie, allo spettatore è affidato “il compito, mediante la ricollocazione delle calamite, di decidere se svelare o negare la presenza di questi personaggi, se dare loro un ruolo o cancellarli dalla storia”. Wow, finalmente un esempio di partecipazione attiva del pubblico. In parole povere vuol dire che, trovandoti di fronte a uno pseudo-ritratto di Berlusconi come donna Rosa l’ha fatto, puoi azzardarti a spostare la calamita che ne copre le pudenda. Personalmente ho ritenuto preferibile lasciare le cose come stavano e passare alla sala successiva, dove gli “appunti videoregistrati” di Galegati Shines presentavano “matrimoni, riti collettivi, un elefante che cammina per strada…montati in un teatrino dell’assurdo, una sorta di antologia antropologica, un campionario di umanità scomposta”. Fortunatamente, come sottolinea il curatore Davide Quadrio, “il giudizio, ancora una volta, è strettamente personale e sarà lo spettatore a deciderne il destino”. Colgo al volo l’occasione per esprimermi in merito con una massima lapidaria: “è pretenzioso chiedere allo spettatore di partecipare all’opera se l’artista stesso manca di un minimo sindacale di partecipazione (alla realtà e all’umanità raffigurata), ponendosi come osservatore distaccato e snob“.

Le sale 6 e 7, #beyondboundaries, si pongono un tema interessante, quello dello “sconfinamento di tecniche e strumenti espressivi peculiare della nostra postmodernità”. Peccato che gli artisti non sappiano resistere alla tentazione di uscirsene con l’idea del secolo: nel caso specifico, Paolo Ceribelli e Giacomo Cossio sono evidentemente convinti che spruzzare di vernice rispettivamente delle piante da appartamento e dei soldatini di plastica basti per fare un’opera d’arte. A supportarne le ambizioni giunge ancora una volta il curatore, Chiara Canali, secondo cui con un semplice spruzzo di vernice “la sottile, intricata e precaria foreste di piante di trasforma” addirittura “in una nuova realtà parallela”.

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Per brevità si possono sorvolare le sale restanti, tranne che per segnalare alcune gradite eccezioni: nella sala 9 #introspezioni, l’enigmatica Testa piccola in resina del gardenese Aron Demetz che fa capolino da un tronco di noce, Io e te di Michelangelo Galliani, in cui un volto in marmo nero è affiancato al suo calco in oro ad evidenziare in maniera poetica la crisi di identità dell’uomo contemporaneo e, nella sala 14 #artissocial, le due opere di Rocco Dubbini, Ecumene 03 e Mantra, la seconda un omaggio commosso e commovente a Pier Paolo Pasolini.

Demetz testa piccola

Dubbini_Mantra2013

Morale della favola: è noto che l’arte contemporanea include di tutto, con le discontinuità qualitative che ne conseguono, e che al suo interno è forte la tentazione dell’intellettualismo. Ma proprio per questo, ci si può chiedere se sia sensato concepire una rassegna di provincia come se fosse una Biennale di Venezia in miniatura, annegando anche le opere valide in un profluvio di supercazzole prematurate. Sembrerebbe, in molti casi, che piuttosto che avvicinare il pubblico all’arte, i curatori intendano ingrandire il solco già profondo, dimostrando la propria padronanza dell’arte di complicare inutilmente ciò che è semplice. L’esatto contrario dell’operazione tentata al Meeting.

Non è un caso che nei mesi scorsi Artribune si sia chiesta se oggi ci sia ancora bisogno dei curatori. Ma forse la domanda più corretta è: di quali curatori abbiamo bisogno?