La mostra-cinegiornale: Post Zang Tumb Tuuum @Fondazione Prada

Ricostruire un intero periodo dell’arte italiana, quello cruciale compreso tra le due guerre, dal 1918 al 1943. E’ l’obiettivo non propriamente privo di ambizione che la Fondazione Prada e il suo curatore Germano Celant si propongono con la mostra Post zang tumb tuuum, titolo che fa il verso ad un testo di Marinetti del 1914.

Ricostruire, ma come? La raccolta impressionante di oltre 600 opere, mai viste tutte insieme, di De Chirico, Balla, Carrà, Depero, De Pisis, Martini, Morandi, Severini, Sironi and many more,  non sarebbe sufficiente. L’intento inedito è quello di ricreare anche il loro contesto, inteso in un senso duplice: come il contenitore espositivo delle opere e come il tessuto delle situazioni sociali e politiche che fa da sfondo alle vicende artistiche. La linea curatoriale è esplicita: si tratta di “mettere in discussione l’idealismo espositivo, dove le opere d’arte sono messe in scena in una situazione anonima e monocroma, per riproporle nel loro spazio storico di comunicazione”, dando forma ad un “viaggio immersivo”.

Solo gli spazi immensi della cittadella milanese potevano prestarsi al tentativo di ridare vita agli ambienti dell’epoca (le Biennali di Venezia, le Triennali di Milano, gli studi degli artisti, le gallerie, le case dei collezionisti, persino le esposizioni internazionali dei grandi musei europei e americani), rievocati attraverso fondali fotografici in scala quasi reale su cui sono ricollocate le opere, ed arricchiti da 800 documenti storici tra pubblicazioni, lettere, riviste, rassegne stampa e foto personali. Un allestimento raffinato e spettacolare curato dallo studio newyorchese 2×4, che centra l’obiettivo proprio dove è più difficile, come quando si tratta di restituire, attraverso frammenti o bozzetti, i monumentali progetti architettonici e cicli decorativi promossi dal regime fascista per i grandi edifici pubblici. Il percorso è completato da una scenografica galleria di immagini storiche di formato XXL, negli spazi del Deposito, e da una rassegna di cinegiornali d’epoca negli spazi del Cinema.

Non mancano le chicche e le scoperte, né i limiti: gli ambienti ricostruiti si accavallano nelle stesse sale, le forme d’arte rappresentate (pittura, scultura, fotografia, architettura) si mescolano continuamente, le correnti artistiche (futurismo, Novecento, astrattismo, Corrente) si intersecano, lo spazio prevale sull’opera (ma quello è coerente con una visione che tratta l’oggetto come puro documento…). A meno di non rientrare nella ristretta cerchia dei cultori del periodo, è difficile individuare un “filo” interpretativo che non sia puramente cronologico. Anche perché, secondo la migliore tradizione celantiana, i testi sono ridotti al minimo sindacale. A confondere ulteriormente le acque, poi, ci si mettono i “flashback”, come le mostre retrospettive organizzate dai musei esteri in onore di De Chirico & co.

Arrivando verso la fine delle 134 (non una di meno) sezioni, torna alla memoria la sensazione vagamente nauseabonda di sazietà che si provava all’uscita dalla bulimica rassegna di Arts & Food alla Triennale del 2015. La vecchia volpe di Celant perderà il pelo, ma non il vizio dell’ingordigia enciclopedica.

Soprattutto, non si comprende il sottotitolo, Art Politics. In un testo del dépliant tratto dal catalogo, si legge con sorpresa una tirata sulla posizione dell’artista di fronte al contesto politico, che spesso sceglie – con le dovute eccezioni, come quelle di Carlo Levi e Guttuso – il compromesso, adeguandosi all’uso strumentale della propria opera e quindi aderendo implicitamente all’ideologia totalitaria. Per Celant, insomma, il “tirare a campà” prevale sul rigore morale e sulla ricerca di indipendenza. Lettura forse un po’ schematica ma interessante, che comunque non emerge minimamente dal percorso espositivo perché i documenti storici non sono messi nelle condizioni di parlare da sé (se mai potessero farlo…). A meno di non volersi rifare tutte la mostra col catalogo in mano, al modico costo di 90 euro (scontato da 110), una settimana di ferie e una seduta fisioterapica.

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L’ultima sezione dedicata alla guerra, con gli orrori dei lager ritratti dai disegni di Corrado Cagli, è quella più esplicita, ma in generale lo scopo di “attivare la visione, l’interpretazione e la conoscenza degli aspetti sociali e pratici delle vicende dell’arte” rimane insoddisfatto. Senza altri supporti, la suggestione e l’immersione hanno la meglio sulla distanza critica: non basta sapere come fossero esposti i quadri per districare la matassa di relazioni tra arte e politica.

P.S. la policy della Fondazione prevede che solo giornalisti, blogger e “influencer” possano scattare foto in mostra. Non rientrando nell’eletta categoria, si è provveduto a saccheggiare il sito della Fondazione stessa. Se ha dei problemi, che Miuccia venisse pure a lamentarsi.

 

 

 

 

 

 

 

 

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