Vivo, morto o X? Le nuove frontiere della pittura alle Stelline

Ormai da diverso tempo, è di moda dare la pittura per morta e sepolta. Colpa della ferita mortale inferta dall’arte concettuale e dei nuovi linguaggi come la fotografia, l’installazione, la performance, la video art e persino l’arte digitale, che appaiono più adeguati a cogliere e restituire la complessità dell’oggi.

La constatazione di decesso fa a pugni, però, con un dato “grezzo” ma ineliminabile: nel 2017 si continua a dipingere, anzi forse oggi nel mondo è in circolazione una quantità di pittori mai vista nelle epoche precedenti, tanto da rendere il panorama alquanto complesso e disorientante.

Con un certo coraggio, la Fondazione Stelline riporta il quadro al centro dell’attenzione, grazie ad una mostra curata da Demetrio Paparoni che mette a confronto 34 artisti provenienti da 17 paesi e nati dopo gli anni Sessanta. Senza programmi teorici o tematiche predefinite, né con la pretesa di fornire una rassegna esaustiva, ma con l’intento – solo apparentemente semplice – di tracciare, come dichiara il titolo, le “nuove frontiere” su cui si muove la pittura attuale.

Tra i tanti, i primi dati che saltano all’occhio sono i seguenti.

  1. La pittura è globalizzata

Nella selezione di Paparoni spicca una folta pattuglia di artisti dell’Estremo Oriente (Cina, Corea, Thailandia, Vietnam), alcuni dei quali mai esposti o poco conosciuti in Italia. Segno inequivocabile che la pittura “all’occidentale” è ormai diffusa fino agli angoli del globo. Qualche benpensante parlerà di omogeneizzazione culturale, ma – senza nulla togliere alle antiche e venerabili tradizioni grafiche dei Paesi orientali – forse è una conferma che, agli antipodi del Vecchio Continente, la pittura mantiene intatto il suo richiamo.

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Wang Guangyi, How to explain Syndone to a human being.

  1. I Maestri contano sempre

Un fantasma si aggira per le sale: la presenza dei Maestri. Nell’enigmatica marina con barca di Ruprecht von Kauffman si riaffacciano le atmosfere misteriose di Friedrich e Böcklin, mentre il paesaggio XXL di David Schnell espande nello spazio e nel tempo – come un’inquadratura presa da una moto in corsa – le vedute fiamminghe di Ruysdael e Laurent Grasso si diverte ad “oscurare” il cinquecentesco Libro dei miracoli. La sensibilità degli europei alla tradizione potrebbe essere scambiata frettolosamente per una nostalgica ricerca di certezze ormai perdute; ma che persino gli artisti più lontani non si sottraggano al confronto con la grande pittura occidentale non può non far riflettere. Natee Utarit si riappropria del soggetto della danza macabra rileggendola in chiave buddhista, Wang Guangyi dialoga con Velazquez attraverso lo specchio distorcente di Bacon, Nguyen Thai Tua’n sembra trasportare in tempi e luoghi diversi gli enigmi del simbolismo.

Semplici déjà vu? Stanca ripetizione di schemi del passato? In realtà, ogni volta al modello o alla fonte sembra aggiungersi qualcosa, restituendole tutta la sua contemporaneità.

P.S.:  corollario non scontato, il soggetto sacro mantiene un suo appeal, e non solo nelle opere degli italiani Alessandro Pessoli – il cui Cristo ricrea in chiave pop la fusione carnal-vegetale della Crocifissione di Grünewald ad Isenheim – e Nicola Samorì – che nello splendido Sciapode mariano arriva a “scorticare” con il bulino una Pietà quattrocentesca, facendo ricascare le membra sfibrate della madre su quelle mutilate del figlio.

  1. La pittura guarda agli altri media

Il richiamo al passato fa il paio con uno sguardo ricettivo ai “nuovi” linguaggi artistici. Detto in termini economici, i pittori osservano la concorrenza e ne utilizzano i prodotti come materia prima. In How to explain Sindone to a human being, Wang Guangyi fa il verso ad una celebre performance del guru del Concettuale, Joseph Beuys; in Killing an Arab 2, Wilhelm Sasnal rielabora in chiave pittorico un’immagine del videoclip dell’omonima canzone dei Cure, a sua volta ispirata allo Straniero di Camus; in Knife play, Li Songson sperimenta una tecnica innovativa e scarsamente controllabile, consistente nello sparare su un supporto di alluminio frecce imbevute di colore (un’eco dei cannoni di Anish Kapoor?). Nicola Verlato ricorre addirittura alle tecniche del cinema 3D e del videogame per dar vita ad un iper-realistico – e per la verità un po’ compiaciuto – scontro tra fautori dell’astrattismo e della tradizione figurativa.

D’altra parte, molti degli artisti esposti sono eclettici factotum che si muovono in massima scioltezza tra diversi media.

  1. La virtù non sta nel mezzo

Sarà una scelta del curatore, ma a livello di dimensioni non ci sono più le mezze misure: i quadri sono di formato molto grande, come il manifesto tracciato nella cenere da Zhang Huan, o molto piccolo, come gli intimi ritratti di Victor Man e Michael Borremans. Spesso questa polarità suggerisce l’apertura di una frattura insanabile tra la Storia pubblica e quella privata, due mondi apparentemente paralleli e separati che si incontrano – per rimanere incomunicabili – solo nel quadro frammentato di Liu Xiaodong, dove un gruppo di giovani si volta indifferente al cadavere di un dissidente gettato sulla strada.

E’ significativo, in questo senso, che la portata della storia emerga con più forza proprio dove le persone sono assenti: il laboratorio deserto di Kevin Cosgrove trasuda la dignità del lavoro (con tutti i suoi risvolti politici e sociologici) mentre le finestre scheggiate di Vibeke Slyngstad testimoniano con nordica e poeticissima discrezione il trauma causato nella società norvegese dalla mattanza di Utøya del 2011.

Ci si potrebbe dilungare oltre, ma nel frattempo il lettore (e il visitatore) avranno già preso il polso alla pittura di oggi.

INFO:

Le nuove frontiere della pittura

fino al 25 febbraio 2018

Fondazione Stelline

Corso Magenta 61, Milano

Orario: martedì – domenica, h. 10.00-20.00 (chiuso il lunedì)

Ingresso a pagamento: € 8 intero; € 6 ridotto.

 

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