Giocando a tennis tra i Campi: Asad Raza @ Converso Milano

Al giorno d’oggi, per tornare a godere l’arte bisogna essere pronti a qualsiasi sfida, persino quella di una partita a tennis.

Milano sembra essersi accorta dell’esistenza della chiesa di San Paolo Converso, costruita tra il 1549 e il 1580 e sconsacrata in età napoleonica, solo grazie all’artista newyorkese classe ’74 Asad Raza, che ha steso sul pavimento un bel telo arancione e steso tra due statue della navata centrale la più classica delle reti a simulare uno degli sport più antichi del mondo. Non si tratta, naturalmente, di una banale installazione, ma di una vera e propria performance a cui i visitatori sono invitati a partecipare, indossando maglietta e calzoncini e palleggiando a piacimento con un allenatore a loro disposizione. Poco importa che le dimensioni del campo non siano regolamentari, ciò che conta è l’esperienza, che si conclude con un pacificante sorso di tè al gelsomino.

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E poco importa, tutto sommato, l’obiettivo che si propone l’artista, vale a dire quello di far riflettere sulla necessità delle attività ricreative e del dialogo (Untitled: Plot for dialogue è, non a caso, il titolo dell’opera) in una società imperniata sul lavoro e sulla spersonalizzazione delle relazioni. Concetto facilmente condivisibile, ma che in piena zona di uffici sono in pochi fortunati a poter sperimentare durante la settimana, al prezzo di sacrificare una tirata pausa pranzo.

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In realtà, l’operazione e la sua comunicazione sembrano far leva sul contrasto tra il contenitore e il contenuto, quasi ad evocare implicitamente una giocosa profanazione. Nonostante negli ultimi due secoli San Paolo Converso sia stata adibita in sequenza a magazzino, sala da concerto, studio di registrazione e infine, dal 2014, a prestigiosa sede dello studio di architetti CLS, la location sembra incutere ancora un certo timore reverenziale: se da una parte Raza “riconfigura la chiesa da luogo destinato alla ricezione di messaggi di autorità spirituali in luogo di scambio diretto e di svago”, dall’altra si affretta a specificare che “intende il gioco come una modalità per rilasciare energie attraverso pratiche con una alta carica simbolica”. (E c’è da dubitare che si tratti di un riferimento al grande filosofo Hans-Georg Gadamer che ricorreva proprio alla metafora del gioco, ma con tutt’altra profondità, per descrivere l’esperienza artistica).

A giudicare dall’attenzione dei media e dal folto pubblico presente all’inaugurazione, l’operazione sembra aver funzionato. Un po’ come nella gustosissima caricatura della comunicazione artistica offerta dal film Palma d’Oro 2017 The Square: per promuovere una mostra d’arte contemporanea incentrata sulla fiducia reciproca, due creativi-cretini si inventano un video su YouTube che trasmette l’esatto opposto, riservando una bruttissima fine ad una incolpevole poverella e suscitando puntualmente un polverone mediatico. Per la serie “tutto va bene purché se ne parli”.

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Alla fine bisogna ringraziare Raza almeno per aver permesso di tornare ad ammirare lo straordinario ciclo di affreschi realizzato dai cremonesi Giulio e Antonio Campi negli anni ‘60 e ‘70 del sedicesimo secolo. Un capolavoro della “pittura della realtà” a cui guardò Caravaggio durante l’apprendistato avvenuto, come voleva Roberto Longhi, tra le “vie dei campi”. Se, tra uno scambio e l’altro e attraverso le maglie della rete che protegge le volte, qualcuno avrà buttato lo sguardo al precaravaggesco notturno della Decollazione del Battista (confrontarla con quella maltese del Merisi), ne sarà valsa la pena.

 

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