L’arte ai tempi del take-away: Take me, I’m yours @ Hangar Bicocca

Come avvicinare il pubblico all’arte contemporanea? E’ una domanda che artisti, storici e curatori si pongono da circa mezzo secolo, cioè proprio quando i nuovi linguaggi delle arti visive hanno iniziato ad allontanarsi dall’orizzonte della gente “comune”. Una delle risposte che si sono tentate, rovesciando i termini della questione, è quella di avvicinare l’arte contemporanea – intesa come l’opera, l’oggetto artistico – al pubblico. Il che vuol dire togliere l’opera dal piedistallo e permettere allo spettatore, abituato a guardarla da una rispettosa distanza di sicurezza, di fare cose “proibite” come toccarla, modificarla, persino prenderla su e portarsela a casa.

Questa idea apparentemente rivoluzionarla ispira la serie di mostre dal titolo “Take me, I’m yours”, ideata nel 1995 alle Serpentine Galleries di Londra dall’artista francese Christian Boltanski e dall’arcifamoso curatore svizzero Hans Ulrich Obrist: una mostra “take-away”, in cui le opere erano liberamente appropriabili o addirittura create con il contributo attivo del pubblico. L’iniziativa è stata replicata negli anni, fino a raggiungere l’Hangar Bicocca a Milano, con un allestimento che affianca lavori recenti ad altri ormai storicizzati.

Al centro della sala campeggiano i mucchi di vestiti usati di Boltanski, che – facendosi coraggio – si possono prelevare e indossare. Un po’ tipo la Venere degli stracci di Pistoletto da cui la Venere sia scappata per il disgusto. Geniale senza dubbio, ma in questo senso la Caritas era già avanti di decenni – anche a livello di gusto estetico.

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Homage to each red think di Alison Knowles, storico esponente di Fluxus negli anni Settanta, invita i visitatori a deporre e prelevare oggetti rossi all’interno di una griglia rossa disegnata a terra.

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Ancor più generosamente, Fèlix Gonzàlez-Torres sparge caramelle sul pavimento, cui i visitatori possono attingere a piene mani. Evidentemente non sono troppo invitanti, perché sono in pochi a chinarsi per raccoglierle. Decisamente meno gradevoli Sarah Ortmeyer e Friederike Mayrocker, che mettono in terra 1000 uova dipinte a mano di nero, tra le quali il pubblico ogni domenica potrà scovare (udite, udite!) un esemplare in tiratura limitata firmato dalle artiste. La frittata è assicurata.

Il giovane arrembante Riccardo Paratore mette a terra un pannello di gomma bulinata – quella specie di moquette plasticosa nera a puntini che si trova nel metrò milanese, per “creare una piattaforma su cui restano le impronte di ogni visitatore, dando vita a un’opera collettiva”. Praticamente quello che avviene ogni mattino sulla linea 1, senza che nessuno se ne fosse accorto finora.

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Ancora più intellettuale Gustav Metzner, che mette a disposizione una pila di giornali, chiamando i visitatori a ritagliare e appendere gli articoli che parlano di “crediti bancari”, “estinzione” e “stili di vita contemporanei”. A giudicare dai risultati, sembra che l’Inter capolista e i gol di Suso riscuotano un interesse maggiore.

Più delicati Alberto Garutti, che nella sua Opera dedicata a chi guarderà in alto fa cadere sugli spettatori ad intervalli di tempo una pioggia di fogli bianchi, ed Armin Linke, che distribuisce un grazioso libretto con una raccolta di foto della prima edizione di Take me nel 1995. Gratis, a differenza della borsa di carta firmata Boltanski in vendita a 10 euro in cui stipare tutto il raccolto modello “all you can eat” – perché ci si può girare attorno quanto si vuole, ma l’arte ha comunque un costo.

Non mancano ovviamente le performance, tra cui Self-portrait as a model del giovane Patrizio Di Massimo (classe 1983) che si mette in posa in mezzo ad un cerchio di cavalletti, inscenando una classe di pittura al contrario. Peccato che l’artista fosse presente solo all’inaugurazione, mentre di routine è sostituito da un manichino che fa molto OVS. Non diversamente, della scultura vivente creata dai britannici Gilbert & George nel 2014 alle Serpentine rimanendo in piedi in silenzio per un’intera serata, restano solo i banner che le facevano da sfondo.

Senza gli artisti, più che a un happening sembra di trovarsi ad un’edizione anticipata dei milanesissimi O bei, o bei, con la sola differenza che ai mercatini delle pulci con un po’ di pazienza si trova qualcosa di interessante.

Alla fine la mostra non coglie nel segno: se si vuole relativizzare l’importanza dell'”oggetto” a favore della “esperienza”, allora l’esperienza deve essere all’altezza (come capacità di incidere e rivelare) di quella che avresti in rapporto all’opera. L’idea di rendere l’opera appropriabile non funziona perché il bello dell’arte – e ciò che la distingue da un hamburger – è proprio che, anche mettendotela in tasca, non potrai mai farla del tutto “tua”.

A dimostrarlo, paradossalmente, è proprio l’altra mostra in esposizione all’Hangar Bicocca, quella degli ambienti spaziali di Fontana (alla prossima puntata…).

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