Il mondo fluttuante di Toulouse-Lautrec a Palazzo Reale

Ultimamente Toulouse-Lautrec è più onnipresente di Cristiano Malgioglio.

Esattamente un anno era alla mostra torinese di Palazzo Chiablese, poi a quella di Verona chiusasi poche settimane fa, ora ritorna a Palazzo Reale: ovunque vada, il genietto della Belle Epoque fa sold-out, ma il rischio del già visto è dietro l’angolo. Come evitarlo?

La mostra prodotta da Electa e Giunti e curata da Claudia Zevi e Danièle Devynck gioca le sue carte: oltre 200 opere in gran parte provenienti dalla più importante collezione dell’artista (quella del Museo della nativa Albi), la serie completa dei 22 manifesti pubblicitari ed alcuni accostamenti originali.

Sarebbero molti gli spunti di interesse: la biografia movimentata di Henri, la messa in scena provocatoria della propria deformità fisica attraverso la fotografia (memorabili le istantanee in cui si immortala defecando sulla spiaggia – perché prima della merda d’artista viene cronologicamente e logicamente la cagata d’artista – o intonando alla finestra un profetico “Allah-u Akbar!” in vesti arabe), i protagonisti di Montmartre eternati negli affiche (le mitiche ballerine Gouloue e Jane Avril, il chansonnier Aristide Bruant), la vera e propria ossessione per figure femminili come “Carmen la rossa” (che adesso gli varrebbe quantomeno una denuncia per stalking).

Ma alla fine la vera sorpresa è da un’altra parte.

Sarà il fatto di aver visto da poco la mostra alla Magnani-Rocca, ma in Toulouse-Lautrec si capisce perfettamente come nasce l’arte pubblicitaria. Che non è semplicemente un’applicazione della pittura alla comunicazione di massa, ma una nuova forma di rappresentazione della realtà. L’esempio più eclatante è il manifesto per la ditta Simpson, che produce catene per biciclette: una missione impossibile persino per la più creativa delle agenzie creative di oggi. Lautrec la risolve con un’inquadratura fotografica, o addirittura cinematografica, che arriva a tagliare di netto i due ciclisti sulla destra, semplificando i piani di profondità e giocando sul contrasto tra il fondo bianco e le macchie brillanti di blu e giallo stese in modo totalmente “piatto”.

Una rappresentazione che sembra “in presa diretta” seppur attentamente costruita e che, invece di limitarsi a descrivere la scena, proietta lo spettatore al suo interno. La sintesi si spinge fino ai limiti dell’astrazione nelle immagini della ballerina Loïe Fuller, dove il turbine dei veli in movimento è reso da macchie di colore quasi indistinguibili, velate di spruzzi d’oro.

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In tutto questo c’entra molto la fotografia, naturalmente, ma anche il Giappone. La mostra affianca agli straordinari bozzetti di Lautrec esempi di stampe nipponiche che condividono la stessa semplificazione lineare, la bidimensionalità di forme e colori, il risalto dei particolari sull’insieme (tra tutti le gambe del samurai identiche alla calzamaglia nera della Clownesse assise) e la deformazione dei movimenti e delle espressioni al confine della caricatura. Più che di riferimenti diretti si tratta di suggestioni, ma del tutto plausibili: anche l’artista, infatti, partecipa attivamente al culto per il Sol Levante che dal 1867 conquista la Francia contagiando anche Gauguin e Van Gogh.

Canoni estetici comuni, dunque, ma non solo. Perché “il mondo fuggevole” rappresentato da Lautrec che fa da titolo alla mostra ricorda da vicino quello “fluttuante” dell’Ukiyo-e giapponese: una realtà effimera fatta di spettacolo e bordelli, la cui sostanza è l’apparenza e l’istante. In cui si aprono però anche squarci di profonda umanità, come nella serie Elles dedicata alle prostitute parigine che, a differenza del modello decisamente esplicito delle Case Verdi di Utamaro, ritrae le donne in momenti di dimessa quotidianità. Fu forse proprio l’inattesa delicatezza delle immagini a decretarne il fiasco.

INFO:

Il mondo fuggevole di Toulouse-Lautrec.

Palazzo Reale, Milano

fino al 18 febbraio 2018

orari lunedì 14.30-19.30
martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30
giovedì e sabato 9.30-22.30

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