Arrivano i barbari: i Longobardi a Pavia

Una mostra sui Longobardi? Così a bruciapelo verrebbe da ripetere il fantozziano commento alla famigerata Corazzata Potemkin. Già ci si immagina una profusione interminabile di reperti, armi, monili… per farla breve una roba pallosissima. In effetti, la mostra alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, con i suoi oltre 300 oggetti raccolti per fare il punto di 15 anni di ricerche storiche che hanno coinvolto oltre 50 studiosi, non è certo un evento di intrattenimento.

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Eppure, si sentiva il bisogno di una mostra dedicata ad uno dei periodi più “oscuri” della storia e dell’arte italiana, di cui si è a lungo trascurata l’importanza. Come recita il sottotitolo, i Longobardi sono un popolo che cambia la storia, perché con il loro arrivo dalla Pannonia (l’odierna Ungheria) nel 568 si immette nella penisola una cultura che è agli antipodi rispetto a quella tardoromana per lingua, struttura familiare, costumi, abitudini insediative, religione, riti funerari, e, non ultimo, tradizioni artistiche.

Di fronte alla classicità un po’ esausta ma pur sempre mirabile dell’arte ravennate del V secolo, le fibule longobarde con i loro intrecci vegetali e i motivi animalier stilizzati e bidimensionali fanno la stessa figura delle maschere tribali africane al cospetto di un ritratto di Raffaello: irrimediabilmente “indietro”, secondo i parametri di un’evoluzione artistica costruita a posteriori, ma modernissime nella loro semplicità radicale (vedasi l’orecchino con volto femminile da Napoli).

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Sulle prime, le due popolazioni si limitano a coesistere in una pacifica quanto sostanziale indifferenza; d’altra parte, i nuovi dominatori (che a loro volta portano con sé tribù di Svevi, Sassoni e Bulgari) rappresentano solo il 5% della popolazione italica e la loro impermeabilità ai costumi del paese ospite fa il paio con l’attaccamento al credo ariano. Solo in zone “di frontiera” come la Val di Susa e la Val d’Aosta (questa soggetta al dominio franco) si assiste ad interessanti esperienze di contaminazione.
Nel VII secolo, però, complici la conversione al cattolicesimo e la ripresa dei commerci nel Mediterraneo, i confini tra “invasori” e autoctoni si fanno più fluidi, dando gradualmente vita ad una società “mista”; parallelamente, l’arte longobarda inizia a mostrare un maggiore interesse per la scultura e l’architettura tardo-romane e bizantine. E’ il periodo che gli storici chiamano “rinascenza liutprandea” (primo quarto dell’VIII secolo), segnata da capolavori come il tempietto di Cividale del Friuli: non solo una pedissequa imitazione di forme e volumi classici, ma un’invenzione di soluzioni nuove, alcune destinate a rimanere senza seguito (come la pianta astrusa di Santa Sofia a Benevento), altre ad anticipare l’arte carolingia fino al romanico.

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Dopo la sconfitta di re Desiderio da parte di Carlo Magno nel 774, l’Italia si spezzerà letteralmente in due e la cultura longobarda si rifugerà nei ducati meridionali di Spoleto e Benevento, rimasti autonomi fino alla conquista normanna. Qui ha vita un incredibile melting pot di influenze nordiche e bizantine, attorno alle grandi abbazie di Montecassino e San Vincenzo al Volturno.

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Tutto questo è documentato da reperti appartenenti a ben 32 siti longobardi in tutta Italia, con una forte presenza della capitale Pavia (compresi gli importanti reperti conservati nei Musei Civici) e della Campania e, purtroppo, anche assenze di peso come i capolavori del Museo del Tesoro di Monza e la lamina di Agilulfo da Firenze.

Una mostra di quelle d’altri tempi, con pochi effetti speciali (l’allestimento efficace nonostante gli spazi ristretti, i video essenziali) e tanto arrosto, che dopo la Pavia toccherà Napoli (Museo Archeologico Nazionale) e San Pietroburgo (Ermitage). Con il merito di riportare all’attenzione un passaggio storico in cui l’identità culturale della penisola appare quanto mai aperta. D’altronde, quando mai si è chiusa?

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P.S. insieme alla mostra merita la visita alle cripte delle chiese pavesi di fondazione longobarda, aperte straordinariamente nei festivi: in particolare Sant’Eusebio, del VII secolo, con i suoi capitelli decorati da alveoli triangolari così simili a quelli delle fibule incastonate con gemme e pietre preziose – quanto di più “alternativo” alla tradizione classica si possa avere.

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