La nave del postmoderno imbarca acqua: il mega-show di Damien Hirst a Venezia

Da un lato, c’è la visione quasi mistica dell’arte espressa da Intuition. Dall’altra, a pochi canali di distanza, c’è un personaggio a cui le intuizioni certo non mancano, che proprio questa visione sembra volere smontare pezzo per pezzo.

Damien Hirst, il non-più-così-giovane artista inglese di For the love of God (il teschio tempestato di diamanti) e The physical impossibility of death in the mind of someone living (lo squalo in formalina) cerca di uscire da quella che secondo molti commentatori era una fase ormai decennale di stallo creativo con una mostra-monstre a Palazzo Grassi e alla Punta della Dogana, lautamente sovvenzionata dal magnate francese Francois Pinault.

Questa volta la trovata è tutta nella storia che fa da titolo (Treasures from the Wreck of the Unbelievable): quella del ritrovamento della nave Apistos (incredibile, in greco), naufragata al largo della costa africana nel I secolo a.C. con un carico di tesori appartenuti al ricchissimo liberto siriano Cif Amotan II. Scoperta documentata da tanto di fotografie e documentari in stile National Geographic.

P.S. Detto tra parentesi, anche la teutonica e super-intellettuale mostra organizzata sul lato opposto del Canal Grande dalla Fondazione Prada, The boat is leaking, the captain lied (La barca prende acqua, il capitano ha mentito) sembra confermare l’attualità della metafora del naufragio.

I “reperti” recuperati dall’Apistos sono un profluvio di sculture, monete e monili apparentemente provenienti da ogni angolo e civiltà del mondo antico – Egitto, Grecia, Mesopotamia, Cina, India – tra cui fanno capolino le sculture di Topolino e Pippo, che sembrano prese in prestito dal collega Jeff Koons. I miti classici – Andromeda, Bacco, Proteo, il Minotauro – finiscono così nello stesso pot-pourri dei Transformers, con il risultato di prendere per il culo tutte le culture della storia in una volta sola.

Hirst si diverte a sfottere anche il tipico allestimento da museo archeologico, presentando le sculture così come sono state ritrovate, incrostate di corallo, e nello stato originario, in un abbastanza ovvio giochino sull’autenticità (ovviamente, in entrambi i casi il materiale è lo stesso similvetro-alluminio-plasticone dall’effetto superkitsch). Le didascalie sono un continuo sfoggio di finta erudizione e di rimandi astrusi, pletoriche come quelle dei peggiori musei archeologici anglosassoni: inizialmente ci si diverte, ma alla quinta volta è noia.

Hirst svela il nucleo tematico dell’operazione con uno dei suoi giochi di parole all’ingresso della Dogana: “Somewhere between lies and truth lies the truth” (da qualche parte tra la menzogna e la verità giace – o mente – la verità). Siamo ancora in pieno post-modernismo, che non si scuote dalla convinzione che tutto sia già stato visto e detto. E infatti l’operazione di Hirst non aggiunge niente a quanto già detto e fatto da Duchamp, dalla Pop Art e persino dallo stesso Mr Koons. L’unica cosa davvero inaudita sono le proporzioni del giochino: gli oggetti esposti sono la bellezza di 189, alcuni dei quali di taglia XXL, come la gigantesca e kitschissima statua acefala di Demone da 18 metri che torreggia sul cortile interno di Palazzo Grassi. Dimensioni che evidentemente rispecchiano l’ego dell’artista, che si autoritrae nei panni di Cif Amotan. (E che comunque non giustificano il prezzo mostruoso del biglietto – 18 euro!).

Uscendo, non si può non provare un po’ di nostalgia per l’Hirst prima maniera che, nella sua incorreggibile paraculaggine, sapeva parlare di temi maledettamente seri come la vita e la morte. Come al di sotto della gigantesca presa per il culo di Treasures trapela una nostalgia per l’arte “vera”, quella capace non solo di parlare di se stessa ma di confrontarsi alla pari con il tempo (e chissà se quella di Hirst sarà in grado di reggere…). Forse non è un caso che a Palazzo Grassi lo show si chiuda poeticamente – per quelli tanto resistenti da arrivare alla fine – con un piano di mani giunte in preghiera.

Damien Hirst praying hands.jpg

 

 

One comment

  1. saver53@libero.it · agosto 17

    Chissa se DH fa fare ancora le sue OPERE D’ARTE ai suoi collaboratori o ha scoperto la stampante 3D….

    >

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