L’infallibile gusto del mercante: Intuition a Palazzo Fortuny

Durante la Biennale, a Venezia è tutto un pullulare di mostre d’arte, contemporanea e non solo.

A Palazzo Fortuny, dal 1898 al 1949 dimora dell’artista Mariano Fortuny y Madrazo, va in scena il terzo ed ultimo atto del ciclo di mostre curato dall’ormai mitologico mercante-gallerista-collezionista belga Axel Vervoordt in coppia con Daniela Ferretti, iniziato nel 2007 con Artempo e proseguito nel 2015 con l’acclamata Proportio.

La caratteristica delle mostre di Vervoordt è quella di esplorare un tema – in questo caso, il ruolo dell’intuizione nel processo artistico – sbattendosene altamente di qualsiasi criterio cronologico, scientifico o puramente logico. Testimonianze di epoca neolitica e delle civiltà precolombiane si mescolano alle opere contemporanee, dalla pittura alla performance passando per le installazioni multimediali (eccellenti le ombre derivate da sculture neolitiche di Kurt Ralske che si muovono alle armonie di Gesualdo da Venosa).

Marina Abramovic è presente con un lavoro appartenente alla serie degli Oggetti transitori, destinati a riconnettere le persone con il mondo naturale. Nella pittura, le scritture automatiche surrealiste e le visioni cosmologiche fanno la parte del leone; al secondo piano, le pitture ”segniche” di Tàpies, Vedova etc. si confrontano con esempi contemporanei di artisti giapponesi.

I dipinti e i disegni di Fortuny si inseriscono alla perfezione tra le opere di De Chirico, Ensor, Klee, Munch e Previati, anzi sembra che la mostra si alimenti dello spirito eclettico del proprietario, capace di muoversi con disinvoltura tra pittura, scultura, fotografia e scenografie teatrali. Anche l’allestimento è a metà strada tra una galleria del Settecento ed una mostra-mercato di lusso, percorso da lampi di genialità pura come la stanza buia che raccoglie solo quadri a sfondo nero, mentre le stanze del primo piano sono illuminate dagli ormai familiari Fulmini di Alberto Garutti.

Palazzo Fortuny diventa una sorta di Wunderkammer contemporanea, dove tutto è tenuto unito dal gusto estetico del mercante, sovrano ma non arbitrario perché animato dall’infallibile abilità di scovare affinità nascoste tra gli oggetti più distanti. Al visitatore, in assenza di qualunque descrizione o spiegazione, il compito di individuare le connessioni.

Alla fine non ci si porta a casa nessun messaggio preciso ma piuttosto la sensazione di aver partecipato ad una celebrazione dell’arte nella sua dimensione spirituale e “sacrale”. Vedasi la mostra in contemporanea di Hirst per il rovescio della medaglia.

 

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