C’eravamo tanto sbagliati? Recensione preventiva a “L’arte nel cesso” di Francesco Bonami.

Sì, lo so, non é bon ton scrivere la recensione di un libro prima di averlo letto. Eppure, per scegliere di leggere un libro tra i tanti, troppi che occhieggiano dalle vetrine delle librerie (dall’ultimo imperdibile libro di ricette di Cracco all’avvincente autobiografia di Gianluca Vacchi) e dedicargli ore preziose, occorre far provvista di validi motivi.

Mi é capitata sottomano la nuova uscita di Francesco Bonami, curatore e critico d’arte contemporanea tra i più noti al grande pubblico per volumi come “Lo potevo fare anch’io” (2009), in cui si prodigava a spiegare ai profani lettori come distinguere una ciofeca da un capolavoro; dove l’unico discrimine consisteva, in sostanza, nel fatto che a fare una determinata cosa “ci avesse pensato prima l’artista” – o, in altre parole, nell'”idea”. Accanto all’ormai venerabile Marcel Duchamp e al suo celebre orinatoio, all’epoca il beniamino di Bonami era il “giovane” impertinente Maurizio Cattelan, apprezzato incondizionatamente per la spregiudicatezza delle sue trovate.

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Nell’omonima seria di Sky Arte, Bonami impersonava il ruolo del Virgilio cortese e un po’ saccentello, chiamato a prendere per mano lo sprovveduto Cattelan (l’anchorman Alessandro, non Maurizio) e guidarlo all’interno dei misteri dell’arte contemporanea. (Lo schema narrativo é di quelli consolidati: l’uomo della strada si avvicina, curioso e diffidente al tempo stesso, ad un mondo a lui ostico; la reazione iniziale é di disorientamento, finché il Maestro, con un colpo di scena, non sfodera dalla tasca la bacchetta magica che trasforma la più solenne minchiata nella creazione di un novello Michelangelo).

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Ebbene, negli ultimi tempi il nostro Bonami sembra aver subito una mutazione genetica, o antropologica, che l’abbia reso pressoché irriconoscibile.

Prima si scaglia con insospettabile livore contro un altro autore di geniali trovate – ma, ci si consenta, di ben altro spessore culturale rispetto ad un Cattelan – come Ai Weiwei (senza però azzardarsi a sfiorare la vacca sacra Jeff Koonsk). Poi, se ne esce con un’inattesa tirata contro i curatori, rei di aver trasformato l’arte contemporanea in una cosa noiosa ed autoreferenziale. (Per la verità, la critica sembra rivolta più agli artisti che nel tempo libero fanno i curatori che ai curatori professionisti, ma – si sa – in Italia siamo tutti un po’ sindacalisti e bisogna sempre difendere la categoria…).

Infine, nell’ultimo libro L’arte nel cesso (Mondadori), il critico compie un’inversione a U in contromano, di quelle da ritiro immediato della patente.

L'Arte nel cesso

Recita la quarta di copertina: “in fondo, tante opere alla cui vista restiamo sgomenti forse avremmo potute farle pure noi, e comunque, anche se le ha fatte qualcun altro prima, questo non significa affatto che si tratti di arte”. E qui il nostro potenziale lettore inizia a drizzare le orecchie. “L’arte contemporanea – che ha avuto inizio nel 1917 con l’orinale capovolto (Fontana) di Marcel Duchamp – oggi, a un secolo esatto, è giunta alla sua fine, e deve lasciare il posto a una nuova fase”. No dai, veramente? Era l’ultima cosa che mi sarei aspettato di sentire da…ma non é finita qui: “E con che cosa si è conclusa? Con America, il cesso d’oro 18 carati di Maurizio Cattelan esposto nell’autunno 2016 al Guggenheim di New York, dove lo si può non solo ammirare ma persino usare”.

E qui casca la dentiera. Ma come, non solo smentisce tutto ciò che ha detto fino al giorno prima, ma addirittura scarica bellamente il suo pupillo (dopo averne scritto addirittura l’“autobiografia” nel non lontano 2011)? Forse hanno litigato? Questione di donne?

No, in realtà dietro c’é una riflessione grave e profonda sulla natura e sul destino dell’arte contemporanea: “ora all’arte non bastano più solo idee che si rincorrono con l’obiettivo di essere una più rivoluzionaria dell’altra. […] provocazione dopo provocazione, la contemporaneità ha esaurito il suo potere di stupire”.

Qui il potenziale lettore subisce anche lui uno sdoppiamento della personalità: la sua parte cinica inizia ad inveire contro l’astuto trasformista pronto ad unirsi alla schiera degli arci-critici della contemporaneità Fumaroli, Gregotti, Hughes, Virilio etc. prima che sia troppo tardi; la parte buona (o buonista) plaude alla saggia riflessione, ripetendo il vecchio adagio secondo cui “cambiare idea é segno di intelligenza”.

In ogni caso, il nostro potenziale lettore é ormai succube dell’astuto escamotage e si accinge ad acquistare il volume, spinto dall’irrefrenabile curiosità di scoprire se a causare l’imprevisto testacoda sia un’incorreggibile paraculaggine o una sincera ed apprezzabilissima autocritica.

Salvo, in caso di delusione, riservarsi il diritto inalienabile e sovrano di gettarlo nel già citato cesso.

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