Paura e delirio a Palazzo Ducale, tra carciofi e abiti da sposa

Mantova, Palazzo Ducale, Sala del Pisanello. Sotto le fiabesche storie della Tavola Rotonda affrescate dal grande artista tardogotico, spuntano strane forme appuntite. Carciofi? Istrici spiattellati sulla parete? Avvicinandosi, si scopre trattarsi di mazzi di matite piegate a spirale.

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Un pannello precisa che l’installazione fa parte della mostra Prendere forma (Gestalt), in cui gli artisti Roberto Remi e Paola Pezzi “indagano con differenti linguaggi stilistici la specificità dei mezzi espressivi dell’arte, senza poter distinguere fra specificità pittorica, plastica o letteraria-visiva, in una soluzione di continuità fattuale capace di mettere in gioco la sensibilità percettiva del fruitore, dando origine a un processo di identificazione con l’artefice attraverso l’opera stessa che assume la funzione di corpo estetico attivo”.

Sarà. Eppure, una volta ingoiata a fatica la supercazzolaprematuratacon5subordinate consecutive, continuano a sembrare carciofi usciti male, per di più messi nel posto peggiore possibile.

Ma é solo l’inizio: dopo alcune sale, al centro della Galleria dei quadri, compaiono tre abiti da sposa circondati da un cordone. Testimonianze degli usi nuziali alla corte dei Gonzaga? Memorie di famosi sposalizi ospitati dalla residenza principesca? Niente affatto.

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Un pannello precisa che si tratta di una mostra (il titolo dysneyano é Once upon a time) di realizzazioni della celebre stilista di alta moda Regina Schrecker. Alle domande che sorgono spontanee “perché? Ma soprattutto perché qui?” ci pensa il Direttore Peter Assmann a rispondere. Le motivazioni sono che i dipinti conservati a Palazzo Ducale sono ricchi di richiami all’unione coniugale e che la bellezza degli abiti si sposa a meraviglia con quella dei saloni della residenza.

Peccato che di qui inizi una galleria del Kitsch, con abiti piantati lì in mezzo alle sale senza un cartello o una didascalia. Il dialogo con gli ambienti sembrerebbe esemplificato (ma in assenza di spiegazioni é solo una congettura) dal discutibile abito rosso con le piume che fa mostra di sé nella camera dei Falconi, oppure dal vestito nero – più funebre che nuziale, per la verità – messo in mezzo a due ritratti ugualmente tetri di membri della famiglia ducale. Di quadri a soggetto nuziale, apparentemente, nessuna traccia.

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ll culmine del cattivo gusto lo raggiunge l’abito a stelle d’argento su fondo blu in evidente omaggio al cielo stellato che decora il soffitto del salone dello Zodiaco. C’é da immaginare che se l’autore degli affreschi, Lorenzo Costa il Giovane, avesse potuto esprimersi in merito, avrebbe declinato con estrema cortesia il tributo.

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Ora, si potrebbe comprendere l’operazione se la stilista avesse offerto al Palazzo (come tutti i grandi siti culturali italiani, sempre bisognoso di risorse) una cifra consistente per poter esporre le proprie opere. Sembra invece che sia stato il museo stesso a procurarsi i pezzi per tramite del curatore Riccardo Maria Braglia, aderendo alla moda proveniente da Oltralpe di mettere in “dialogo” le opere d’arte con quelle dell’alta moda e del design, per darsi un’aura di attualità. Ma é, appunto, una moda, che in ambienti meno provinciali del nostro appare già demodé.

Per fortuna, ci sono modi migliori per riallacciare il rapporto tra passato e presente e far dialogare diverse forme artistiche. Un esempio decisamente interessante é proprio a Mantova, a Palazzo Te.

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