Untitled, 2017 (o Keith Haring, la forma e il contenuto)

Keith Haring: street artist di lusso, portavoce di una generazione alle prese con la minaccia nucleare e i drammi dell’AIDS e dell’omosessualità? Niente affatto. O almeno, non solo.

La mostra di Palazzo Reale prova a sfatare un luogo comune della critica che ha privilegiato il “contenuto” dell’opera dell’artista newyorkese a discapito della “forma”. L’obiettivo del curatore Gianni Mercurio é mostrare la complessità della cultura estetica di Haring, in cui la sperimentazione dei linguaggi contemporanei si innesta su una profonda conoscenza delle espressioni artistiche del passato.

L’apertura é di quelle ad effetto: il marchio di fabbrica dell’artista, l’omino con le braccia alzate, é affiancato all’Uomo Vitruviano di Leonardo, a cui l’artista si richiama per riportare al centro l’individuo in un’epoca di disorientamento collettivo. Sottrarsi al potere “omologante” della tecnologia – simboleggiata dalla figura di Medusa con i tentacoli terminanti in schermi televisivi – riumanizzando la cultura e riconnettendo ragione e sentimento, questo sembra essere il manifesto di Haring negli anni ’80.

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Il rapporto con l’Umanesimo introduce al dialogo con l’arte classica, che la mostra esplora affiancando le immagini di Haring ai loro modelli antichi. In alcuni casi, come in quello della Lupa Capitolina, la ripresa é diretta e quasi letterale. Altre volte, l’accostamento é tirato per i capelli, come quelli dei Centauri e Lapiti di Michelangelo chiamati in causa come antecedente di un Untitled (n.d.r. sono tutti così) del 1981, con cui possono condividere una certa concitazione ma non certo uno spirito classico. Idem per lo spettacolare quanto grossolano confronto tra la Colonna Traiana e un grande fregio del 1985: a differenza del presunto modello, Haring non sembra tanto interessato a fare una cronaca degli eventi, ma piuttosto a rappresentare stati d’animo.

Al di là degli eccessi interpretativi, il richiamo agli “archetipi” dell’arte europea e cristiana e la loro rilettura per parlare della contemporaneità é una vera scoperta.

San Sebastiano, “icona gay” ante litteram, é trafitto da frecce che sembrano siringhe o aerei, mentre in un trittico tracciato su calce del 1990 una Madonna del Bambino si confonde con la Crocifissione e l’Ascensione, la Resurrezione con la Caduta di Lucifero, in un potentissimo melting pot di immagini religiose che fa esclamare allo stesso artista, lasciato cadere il pennello: “Diavolo, questa sì che é roba forte!”. Lo street artist attinge a piene mani anche ai bestiari medievali e alle visioni irreali di Bosch per trarne le figure mostruose che popolano il suo immaginario dei mali della contemporaneità.

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Se nelle prime opere i “prestiti” sono riconoscibili uno per uno, con il tempo Haring rielabora liberamente i riferimenti, mescolandoli alle fascinazioni provenienti dalla cultura africana, nativa americana e precolombiana. Il fascino per l’arte “primitiva” accomuna Haring a un nume tutelare del ‘900 come Picasso, di cui lo interessa soprattutto la libertà della forma e il tema della maschera, specchio della finzione che domina la cultura contemporanea.

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Non mancano dialoghi, anche molto stringenti, con altri grandi come Mondrian, Warhol, Dubuffet, Pollock; il più clamoroso é forse quello con le “scritture” di Paul Klee, quasi gemelle separate alla nascita di alcune opere degli anni ’80.

Una delle innovazioni per cui Haring é più conosciuto, la ripresa del cartoon e del fumetto, arriva solo alla fine del percorso. Qui la lettura é di nuovo forzata: con buona pace del curatore, l’artista sembra più interessato all’astrazione e alla sintesi del fumetto che al suo “schema narrativo”. Cosa raccontano esattamente i quadri di Haring? Forse proprio l’impossibilità di scrivere un racconto.

Alla fine, dopo un’infornata di rimandi e confronti, il nucleo di contenuto dell’opera di Haring rimane volutamente nell’ombra. La volontà di evitare una riduzione “contenutistica” cade nell’eccesso opposto, quasi rivangando una critica ormai superata che vede la storia dell’arte come una pura rete di rapporti formali. La dimostrazione é che non si spende mezza, dicasi mezza, riga sulla biografia dell’artista.

Quali sono i temi, le esperienze che Haring ritrova nell’arte del passato? Cosa lo spinge a meditarla, rileggerla, attualizzarla? La risposta é da cercarsi altrove.

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