La croce, il corpo e il colore: Bargoni alla Galleria Alberoni

 

Ad un anno dagli intensi dialoghi di Ecce Homo. Immagini da Antonello, la Galleria Alberoni riprende il filo del confronto  con l’arte contemporanea. Questa volta invitando uno dei 22 artisti partecipanti alla collettiva, il genovese – ma piacentino di origine ed elezione – Giancarlo Bargoni, a realizzare una personale di lavori inediti: 14 grandi croci per la Sala degli Arazzi ed una decina di opere affiancate alle collezioni della Pinacoteca e ai due capolavori del Collegio – il Vaso di fiori di Jan Provost e, manco a dirlo, l’Ecce Homo di Antonello.

Religo, recita il titolo della mostra, alludendo al tentativo di tessere o riallacciare un legame tra vecchio e nuovo e tra la posizione periferica dell’Alberoni e il centro di Piacenza – alcuni pezzi di Bargoni saranno esposti in Duomo e in altre chiese della città, in contemporanea alla prossima mostra su Guercino.

IMG-20170225-WA0014.jpg Come succede spesso in questicasi, il primo impatto é di spiazzamento. Le croci monumentali, disposte su due file tra gli eleganti arazzi fiamminghi e illuminate dal basso, sembrano corpi estranei, un inserto violento che infrange l’armonia dello spazio. Ma l’impressione, dovuta forse anche all’allestimento fin troppo spettacolare, si modifica ad uno sguardo ravvicinato. Quelle che da lontano sembrano pure macchie di colore rivelano increspature e solchi sulla superficie pittorica, spessi grumi di colore e gocciolamenti. Nella croce rossa al centro, macchie di sangue rappreso si addensano all’incrocio tra i due bracci; in quella alla sua destra, il fondo bianco del braccio più lungo é percorso da una striscia di viola livido; in quella a sinistra, la testa é coperta da un intrico di colate nere, come  filo spinato. Ci sono tutti gli echi della formazione di Bargoni, compiuta sull’Action Painting e l’Espressionismo Astratto di Willem De Kooning e Jean Fautrier negli anni ’50, ma la cosa più interessante é che dall’astrazione emergono le tracce di un corpo, di un uomo.

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Qualcuno é stato su quelle croci, qualcuno le ha abitate. Il colore non solo ne conserva la traccia, registrando i momenti il dolore, la disperazione, il disfacimento, ma é esso stesso il corpo assente. Il richiamo al mistero di Passione e Resurrezione sembra immediato, come sembra indicare anche il confronto tra la croce rossa al centro e quella bianca sopra di lei, di un bianco abbagliante, dove ormai qualsiasi traccia di figurazione é scomparsa: come suggerisce Padre Erminio Antonello nel testo di presentazione,”é il corpo del Cristo risorto che traluce nell’assenza della forma e nel baluginio del colore”. Eppure Bargoni é un artista laico, senza programmi predefiniti, che si limita (come ha detto all’inaugurazione, con sintesi ammirevole dopo un’ora abbondante di interventi altrui) a lasciarsi colpire dall’umano e dal dolore che trasuda dalla Croce di Lampedusa, fatta con i legni dei barconi usati dai profughi, che fa sosta all’Alberoni nella sua tournée mondiale.

Quello che é certo é che, quando l’arte scava in profondità, i confini tra figurativo e astratto si confondono, e la materia lascia trasparire (o meglio accoglie in sé) una dimensione trascendente. Sarà per la recente scomparsa dell’artista, ma viene in mente Svelamento di Jannis Kounellis, nella cripta di San Fedele a Milano, in cui un grande sacco sospeso ad una trave rivela il suo contenuto invisibile grazie alla pressione che esso (una croce in legno di 120 chili) esercita sul tessuto: con mezzi opposti, la forma dimostra la presenza di qualcosa che non é direttamente rappresentato.

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Forse, alla fine dei conti, la cosa che funziona meno nella mostra é proprio il dialogo con le opere della Pinacoteca. Non per demerito di Bargoni, però: al contrario, sono i quadretti di genere, i paesaggi e le tele storiche del ‘600-‘700 collezionati dal Cardinal Alberoni a sembrare travolte dall’esuberanza materica e cromatica dei loro ospiti. Come a confermare che il rapporto tra antico e contemporaneo non si può ridurre ad un livello puramente estetico o formale, ma chiede di essere rilanciato su un piano più profondo: quello della natura e delle ragioni del fare arte.

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