Contro Marina Abramovic. W la Abramovic.

Dopo essere stato esposto per una settimana (anche se solo in video, il che non é la stessa cosa) alla performance-capolavoro di Marina Abramovič, The artist is present e aver studiato un po’ i suoi lavori precedenti, mi aspettavo di trovare nella sua autobiografia Attraversare i muri la descrizione della vita straordinaria di una persona straordinaria. Invece, proprio gli aspetti della biografia e dell’opera di Marina che dovrebbero conquistare il lettore sono quelli che mi hanno convinto di meno.

Non mi affascina, per esempio, il culto esasperato, ascetico, che Marina nutre per la resistenza fisica, gli allenamenti,  i lunghi digiuni e i periodi di immobilità a cui sottopone il suo corpo per estenderne i limiti. Quasi come se dovesse dimostrarsi all’altezza dei genitori, eroi della resistenza partigiana durante la Seconda guerra mondiale, rendendo le sue performance veri e propri tour de force di durata estenuante e fatica indicibile. Al punto da indispettirsi con il compagno-collega Ulay perché durante l’esecuzione di Gold found by the artist, dopo 13 giorni di fila passati seduto per 8 ore a digiuno, senza parlare, si alza prima del previsto onde evitare di trovarsi con milza e testicoli spappolati. Non mi hanno mai affascinato gli asceti, e penso che fare arte con il proprio corpo voglia dire prenderne sul serio anche i limiti, senza volerlo trasformare a tutti i costi in una macchina.

Abramovic nightsea crossing.png

Durante Gold found by the artist, Marina fa un’esperienza mistica, descritta con toni che ricordano l’estasi di Santa Teresa d’Avila:

É successo all’improvviso: tutto immobile – senza dolore – solo il battito del cuore – tutto é diventato luce. […] Ulay continuava a cambiare. In una frazione di secondo si trasformava in centinaia di volti e corpi. É durato fino a diventare uno spazio blu circondato dalla luce.

E ti credo, dopo 8 ore a guardare fisso la stessa persona senza muoverti, é già strano che non ti sia apparso Lenin a braccetto con Padre Pio!

D’altra parte, non mi conquista la vena spiritualista che conduce Marina, ogni volta che si sente debole o in cerca di equilibrio, a bussare alla porta di bonzi buddisti, santoni indiani e sciamani brasiliani, sottoponendosi a ritiri fatti di alimentazione ayurvedica, silenzio e meditazione, massaggi, anche per mesi di fila. Da queste esperienze paniche e dalla celebre marcia sulla Muraglia Cinese nascono gli “oggetti transitori“: pezzi di minerale su cui i visitatori sono chiamati ad entrare in contatto e che dovrebbero trasmettere l’energia della natura. Meglio non esprimersi senza averli provati, ma mi permetto di nutrire qualche dubbio sull’efficacia.

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Mi lascia ugualmente perplesso il “metodo Abramovič“, coniato dall’artista per insegnare ai colleghi e agli stessi spettatori come compiere le sue performance. L’apprendistato, ovviamente, é a base di azioni incomprensibili come camminare per ore senza meta, compiere lo stesso gesto al rallentatore per ore, trovare la strada di casa bendati, salire su una pedana rimanendo immobili. Pare che, dopo questa cura, chiunque si trasformi in un perfetto performer, ma personalmente non mi sento troppo attirato a provare l’esperienza, né sono convinto che un buon metodo (per quanto utile) sia sufficiente a fare un artista.

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Allo stesso modo, mi urta la vena masochistica che domina i primi lavori di Marina, da Rhythm 10 – in cui l’artista tenta di colpire a velocità crescente gli spazi tra le dita della mano con un coltello – a Thomas Lips (1975) – in cui, stesa nuda su un blocco di ghiaccio, si incide con un rasoio una stella a cinque punte sull’addome, che il getto d’aria di un radiatore sospeso dal soffitto fa sanguinare continuamente. Nelle opere più recenti l’autoflagellazione é sublimata in una confessione pubblica – delle proprie sofferenze, delle proprie paure – come in Confession, in cui per un’ora l’artista propina la lista dei propri difetti e dei propri errori ad un malcapitato asinello. Mi sembrano tutte espressioni diverse di un autocompiacimento di fondo, che in generale non apprezzo negli artisti.

Mi affascina, invece, e molto, il credo di Marina – “l’arte é vita e la vita é arte” – ma non altrettanto la sua applicazione: abortire per timore che la maternità entri in contrasto con il lavoro é davvero un peccato. Non perché mi senta nella posizione di giudicare, ma perché non riesco neanche ad immaginare cosa l’artista avrebbe potuto trarre da un “materiale” eccezionale come la maternità (vedasi la svolta portata dal parto gemellare nella pittura di Jenny Saville).

Eppure, le perplessità non fanno altro che aumentare lo stupore assoluto per le performance più riuscite della Abramovič, veri e propri miracoli artistici.

Come Balkan Baroque (1997), in cui l’artista si presenta intenta a strofinare per 7 ore consecutive ossa di vacca in via di putrefazione, cantando canzoni popolari jugoslave: un’immagine potentissima dell’orrore della guerra dei Balcani. Peccato non essere stati lì.

abramiovic balkan baroque.jpg

O in The Artist is Present, in cui – per chi non lo sapesse – Marina si offre per 90 giorni, per 8 ore consecutive, allo sguardo diretto degli spettatori del MoMA. Come si scopre nel libro, l’idea e il titolo provengono in realtà dall’amico Klaus Biesenbach, che propone alla Abramovič di riprodurre da sola la performance Nightsea Crossing, eseguita negli anni ’70 con Ulay. Ma é tutto di Marina il merito di aver accolto la sfida, offrendosi interamente al pubblico in uno dei più grandi atti d’amore che si ricordino (e si ricorderà ancora fra 200 anni) nella storia dell’arte:

Io ero lì per tutti coloro che erano lì. Mi era stata concessa una grande fiducia di cui non dovevo abusare in nessun modo. Le persone mi aprivano il cuore e io, in cambio, aprivo loro il mio. […] Il dolore fisico che provavo era un conto. Ma il dolore del mio cuore, la sofferenza dell’amore puro, era molto più grande.

Qui neanche un freddo insensibile come il sottoscritto può resistere. Certo, la capacità di controllare il corpo (nessun movimento, nessuno starnuto, niente pipì) acquisita grazie ai lunghi esercizi é fondamentale, ma lo é ancora di più la disponibilità a mettere a nudo la propria fragilità e vulnerabilità, rendendosi capace di accogliere quella degli altri.

https://www.youtube.com/watch?v=ASS7xMOM1EE

Secondo la Abramovič esistono tre Marine: quella guerriera, quella spirituale e quella vulnerabile. É quando entra in scena la terza che inizia lo spettacolo vero.

 

 

 

 

 

 

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