Gli esordi della Abramovic

 

L’attesa autobiografia di Marina Abramovic, uscita a novembre per Bompiani,  prodiga aneddoti e retroscena sulla formazione e sugli esordi della grande performance artist. Ecco alcuni assaggi.

abramovic

***

Così la Abramovic intuisce la potenza della performance:

“A quattordici anni chiesi a mio padre l’attrezzatura per dipingere a olio. Lui mi comprò tutto l’occorrente, e mi fissò una lezione con un suo vecchio amico partigiano, un artista che si chiamava Filipovic. Questi faceva parte del gruppo Informel e dipingeva quelli che chiamava “paesaggi astratti”. […] Si presentò nel mio piccolo studio con colori, tele e altri materiali, e mi diede la mia prima lezione di pittura.

Filipovic tagliò un pezzo di tela e lo posò sul pavimento. Aprì un barattolo di colla e lo rovesciò sulla tela; aggiunse un po’ di sabbia e di pigmenti di vari colori – giallo, rosso e nero. Poi ci versò sopra mezzo litro di benzina, accese un fiammifero e fece esplodere tutto. “Questo é un tramonto”, disse. E se ne andò. Ne fui molto impressionata. Aspettai che la tela carbonizzata si raffreddasse, presi dei chiodini e la appesi con cautela alla parete. Poi partii per le vacanze con la famiglia. Al mio ritorno era rimasto solo un mucchietto di cenere e di sabbia sul pavimento.

In seguito capii perché quell’esperienza era importante. Mi insegnò che il processo era più importante del risultato, così come la performance per me ha maggiore significato dell’oggetto” (p. 43).

***

All’Accademia di Belle Arti di Belgrado, Marina inizia a frequentare un gruppo di studenti, con cui si parla non solo delle lezioni:

“Ciò di cui parlavamo ossessivamente non aveva ormai più a che fare con la pittura: si trattava di come fare entrare nell’arte la vita stessa” (p. 57).

***

Certo, gli esordi come performer non sono dei più incoraggianti:

“Proposi al centro giovanile di Belgrado un mio lavoro dal titolo Venite a lavarvi con me. La mia idea era di installare vasche per lavare i panni  lungo la galleria del centro giovanile. I visitatori avrebbero dovuto spogliarsi, e io avrei lavato, asciugato e stirato i loro vestiti. A quel punto se li sarebbero rimessi e se ne sarebbero andati, letteralmente e metaforicamente puliti. Il centro giovanile mi bocciò l’idea” (p. 58).

L’urgenza della pulizia ritornerà in uno dei più famosi cicli di peformance della Abramovic, Balkan Baroque, degli anni ’90.

abramiovic balkan baroque.jpg

***

Nel 1977, la performance art é ormai di moda e la Abramovic e il suo compagno di arte e di vista Ulay, già noti a livello internazionale, sono invitati alla Settimana della performance a Bologna:

“Raggiungemmo la Galleria comunale d’arte moderna con dieci giorni d’anticipo (guidando uno scassato furgone Citroen, N.d.R.) e gli ultimi sgoccioli di benzina. Parcheggiamo lì davanti e andammo a chiedere al direttore se c’era un posto dove sistemarci. (Potevamo sempre dormire nel furgone, ma a volte non era male poter usare un bagno). Ci disse che potevamo accamparci nella portineria. Perfetto. Così iniziammo a pensare alla nostra performance. Il risultato fu Imponderabilia.

Per sviluppare il lavoro, partimmo da un’idea molto semoplice: se non ci fossero artisti, non ci sarebbero musei. Da qui decidemmo di fare un gesto poetico: gli artisti sarebbero diventati letteralmente la porta del museo.

Ulay costruì all’ingresso del museo due alte scatole verticali che restringevano il passaggio. La nostra performance consissteva nello stare nudi uno di fronte all’altra in questo varco ridotto, come stipiti o cariatidi classiche. Così tutti quelli che entravano avrebbero dovuto mettersi di sbieco per passare in mezzo a noi. E ogni visitatore avrebbe dovuto fare una celta mentre sgusciava tra noi: fronteggiare l’uomo nudo o la donna nuda?”.

ulay-abramovic487-imponderabilia-1977.jpg

Ed é qui che i due provano sulla propria pelle le difficoltà di fare arte in Italia:

“In teoria ciascuna performance sarebbe stata remunerata con 750.000 lire pagate in anticipo. […] Per noi erano una fortuna. Così ogni giorno ci presentavamo all’ufficio del museo a chiedere quando  i avrebbero pagatoi – come del resto facevano tutti gli altri artisti. E ogn i giorno c’era una scusa: uno sciopero; il cugino del responsabile dei pagamenti erain ospedal; la segretaria era appena andata via; qualcuno si era dimenticato la chiave della cassaforte.

Alla fine atrrivò il giorno della performance. Il pubblico faceva la fila fuori; e noi eravamo ancora nudi, pronti per metterci all’ingresso, e non eravamo ancora stati pagati. Eravamo disperati. Sapevamo che, se ci promoettevano di mandarci i soldi via posta, non li avremmo mai visti. Così Ulay, nudo come un verme, prese l’ascensore, andò al quarto piano, aprì la porta dell’ufficio e chiese: “Dove sono i miei soldi?” Era davanti alla segretaria, seduta alla scrivania, e non c’era nessun altro. Una volta smaltito lo stupore, la segretaria prese la chiave (che tra parentesi era sempre stata lì), aprì la cassaforte e consegnò a Ulay una pila di banconote. Adesso aveva 750.000 lire, era nudo e doveva iniziare subito la perfomance. Dove mettere i soldi? Ebbe un’idea. Nel cestino della spazzatura trovò un sacchetto di plastica e un elastico. Mise le banconote nel sacchetto, lo chiuse con l’elastico e andò al gabinetto. All’epoca in Italia c’erano le cassette dello sciacquone appese alla parete. Sollevò il coperchio di una di esse e vi mise dentro il sacchetto, che rimase a galleggiare. Po scese con l’ascensore, si piazzò all’ingresso davanti a me, e il pubblico cominciò a entrare.

Avevamo deciso di guardare nel vuoto. E mentre la gente sgusciava in mezzo a noi […], non avevo la minima idea che Ulay pensasse preoccupato a cosa poteva accadere ai nostri soldi se qualcuno tirava l’acqua del water!

In teoria la performance doveva durare sei ore. Ma dopo tre ore entrarono due bei poliziotti […] e ci dissero che secondo le leggi dello stato italiano la nostra performance era considerata oscena. Dovevamo interromperla subito.

Per fortuna le nostre 750.000 lire galleggiavano ancora nella cassetta del gabinetto. Tra l’altro fummo gli unici artisti ad essere pagati”.

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...