Finalmente, Ai Weiwei

Finalmente, dopo due mesi di attesa, Ai Weiwei.

É bello poter incontrare qualcuno a cui hai tentato per diverso tempo di avvicinarti e a cui, in qualche maniera, hai tentato di avvicinare gli altri. Bello e allo stesso tempo rischioso, perché la presunzione di “conoscere già” è forte.

A Palazzo Strozzi, come in ogni retrospettiva che si rispetti, passano in rassegna tutti i temi del lavoro di Ai che lo hanno reso così irresistibilmente interessante e maledettamente celebre in “Occidente”.

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Forever (2003)

C’è, naturalmente, il desiderio di libertà, colto sempre in tensione con la sua negazione: nel cortile campeggia Refraction, l’installazione pensata per la grande monografica ad Alcatraz del 2014 che ricrea un’ala di uccello utilizzando fornelli solari tibetani, materiale che sembra tarpare sul nascere qualsiasi spinta all’elevazione, con un chiaro richiamo all’oppressione esercitata dalla Repubblica Popolare sul Tibet.

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Refraction (2014)

Per Ai, però, la libertà non può esistere senza verità. Anzi, le due cose sono fatte della stessa pasta, come dimostra la ricerca dei nomi delle giovani vittime del terremoto del Sichuan nel 2008,  da cui partono i noti problemi dell’artista con le autorità. In mostra, la documentano le opere Snake – costruita con gli zainetti dei bambini sepolti dalle macerie – e Rebar and Case, dove i tondini di ferro distorti prelevati dalle scuole crollate con irrisoria facilità sono custoditi e nascosti alla vista da bare di legno deformate.

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Snake (2010)

C’è, poi, la riflessione sul rapporto tra tradizione e modernità. Tema che l’artista affronta in modo provocatorio – ma non privo di ambiguità – prima con la famosa performance Dropping a Han dinasty urn (1995) e poi, in maniera più poetica, con le originali – e innegabilmente belle – ricomposizioni di manufatti antichi scampati alle distruzioni maoiste come gli sgabelli di Grapes (2010), per finire con la ripresa delle tecniche artigianali minacciate dalla globalizzazione (su tutte la ceramica). Con cui peraltro il buon Ai dà il suo piccolo contributo all’occupazione, dando da lavorare a centinaia di persone.

(Qui ci sta anche una sottolineatura di quanto Ai, nella sua “cinesità”, pensi e crei l’arte in modo occidentalissimo, continuando a guardare ai ready made di Duchamp – al quale dedica, non a caso, la prima opera del periodo americano: The Hanging Man, un ritratto dell’artista francese realizzato con un semplice appendiabiti in fil di ferro).

Il curatore Arturo Galansino ci ricorda, d’altra parte, che siamo in uno dei luoghi-simbolo della città-simbolo del Rinascimento, e non si può eludere il confronto con il periodo-simbolo dell’arte di tutti i tempi. Anche se, dei simboli, Ai se ne fa da sempre beffe: l’immagine-simbolo del suo atteggiamento verso il Rinascimento è, infatti, il dito medio alzato proprio contro Palazzo Strozzi, che va ad arricchire la celebre serie A study of perspective (il cui humour un po’ greve, in fondo ha un che di toscanaccio). Dell’Umanesimo, l’artista sembra vedere semmai  il lato oscuro della privazione della libertà, evocata dai ritratti in mattoncini Lego di “perseguitati politici” come Dante, Savonarola, Filippo Strozzi e Galileo.

Ma c’è, soprattutto, un‘apertura completa alla vita e il tentativo di trasfigurarla attraverso l’arte, anzi di farla letteralmente entrare nell’arte: le manette della detenzione nel 2011 e l’appendiabiti usato in cella diventano preziosi oggetti di giada e cristallo. Come a dire che ogni esperienza, anche dolorosa, è buona perché permette una crescita. Un gesto di commozione sfiora anche i resti umani scoperti in un campo di lavoro, che diventano opere di porcellana (Remains, 2015).

Nell’ultima sezione alla Strozzina va in scena l’aspetto pubblico di Weiwei: la  partecipazione ai circoli di espatriati a New York negli anni ’80, l’adesione ai fermenti intellettuali in patria, l’amore sviscerato per i social media, che diventano una vera e propria forma di espressione artistica (e un’altra fonte di guai con il regime), gli innumerevoli selfie e il geniale rovesciamento del rapporto tra sorvegliante e sorvegliato.

Sarà un po’ perché le opere sono tra le più conosciute, sarà un po’ per la perfezione della location che tende a neutralizzarne la carica sovversiva (traslocare Refraction dagli spazi claustrofobici di Alcatraz a quelli luminosi del cortile di Michelozzo, o separare i fiori bianchi di Blossom dai cessi del carcere è come tagliare una mano alla Gioconda), ma alla fine si esce appagati solo a metà.

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Blossom (2014)

É proprio quando pensi di aver già visto tutto, però, che l’arte ti coglie senza difese: e dando un ultimo sguardo a Palazzo Strozzi, i gommoni rossi che incorniciano le finestre ti fanno realizzare di aver dato per scontata proprio l’opera-copertina della mostra, quella che più di tutte ha destato scalpore, l’unica pensata espressamente per questo luogo e per questo tempo.

Perché le opere in mostra parlano di temi importanti, ma in fondo lontani nello spazio e nel tempo (la cultura cinese, il terremoto, la repressione…) e viene abbastanza immediato archiviarli come se riguardassero il passato, gli altri. Ma un’opera come Reframe è un pugno nello stomaco sferrato a te, a noi, per ricordarti che qui ed ora molte persone vivono situazioni simili, o persino peggiori, di quelle attraversate dall’artista.

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Difficile rimanere indifferenti. Tutt’al più si può attaccare l’artista cinese per aver scelto, “finito il filone dell’attivismo in Cina” con la restituzione del passaporto nel 2015, di trasformarsi opportunisticamente “in una sorta di Amnesty International sfruttando la tragedia dei profughi in Europa“. Come pontifica il “nostro” Bonami, “non c’è bisogno di Ai Weiwei per essere scossi da ciò che oggi accade nel mondo. L’arte non può essere solo comunicazione. Per quella i mezzi a nostra disposizione sono più che potenti”. E così sia.

O ci si può scagliare contro i gommoni “ordinati, puliti, con il fondo che sembra una grata per essere in tono con le bifore rinascimentali del palazzo”: “giocattoli oversize, a misura di un art system senza rischio né stupore“. Per carità, le imbarcazioni di fortuna sono in effetti un po’ pacchianotte, ma sentirlo dire da gente che fino a ieri ha osannato il non-plus-ultra del kitsch-senza-contenuti (ogni riferimento all’inutile Jeff Koons è puramente intenzionale) fa parecchio strano.

E chissà che “abbellire” i gommoni non sia – e sarebbe perfettamente in linea con la poetica di Ai – solo un tributo ai migranti che li hanno usati, in un tentativo commosso di trasfigurarne il dolore?

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