La solitudine dei musei civici (1)

Si dice spesso che la più grande ricchezza dell’Italia è il patrimonio culturale diffuso sul territorio. I dati che si citano per monitorare lo stato dell’economia culturale italiana (come la crescita del 9% dei visitatori ai musei italiani registrata nel 2015), però, si riferiscono esclusivamente agli istituti statali. Da un certo punto di vista, l’equazione “museo = statale” è naturale (se pensiamo ad un museo italiano, molto probabilmente ci vengono subito in mente gli Uffizi o le Gallerie dell’Accademia – quelle di Firenze, quelle di Venezia è già più difficile…) ma anche fuorviante, perché in fondo i siti culturali di proprietà statale sono meno del 10% (437) del numero complessivo di musei, gallerie e siti archeologici diffusi in modo capillare sul territorio nazionale (4.588 nel 2011).

Ed è proprio guardando ai territori, più che ai grandi “attrattori”, che ci si può fare un’idea più chiara del reale stato di salute del patrimonio culturale. Per esempio studiando il caso dei musei civici, che nascono dopo l’Unità per custodire le opere d’arte e gli oggetti provenienti da chiese e conventi soppressi in età napoleonica o da donazioni private: una vera e propria carta d’identità storica e artistica del territorio che però resta, spesso, coperta di polvere e dimenticata. Prendiamo alcuni esempi.

Il Museo della Città di Rimini, ospitato dagli spazi immensi dell’ex collegio dei Gesuiti, documenta l’intero arco della storia del capoluogo: dall’età villanoviana al Novecento. Non mancano pezzi di grande valore, come il Cristo morto sorretto da un angelo di Giovanni Bellini, belle testimonianze di epoca romana, polittici di scuola giottesca riminese del Trecento e tele seicentesche di Guercino e Guido Cagnacci, per finire in bellezza con i disegni ad alto contenuto erotico di Federico Fellini e Tonino Guerra (che, ebbene sì, oltre che poeta, sceneggiatore ed autore di celebri slogan pubblicitari fu pure valente illustratore). Il tutto però, affogato in un allestimento confusionario e votato all’horror vacui, dove gli oggetti sembrano accatastati per riempire gli spazi, e pannelli interminabili e tediosini (come nella sezione archeologica) si alternano a spiegazioni scarne o inesistenti (nella Pinacoteca). Risultato: nel calderone, tutto sembra avere la stessa importanza (poca) e il filo narrativo si perde quasi da subito. Certo, se guardiamo i numeri non sono affatto male, con 87.000 visitatori nel 2013, ma il merito è soprattutto della Domus del Chirurgo, che con i suoi splendidi mosaici, scoperti nel 1989 proprio a pochi metri di distanza dal Museo e visitabili con lo stesso biglietto, funge da attrattore principale.

Una situazione simile é quella dei Musei Civici di Pavia, ospitati dal magnifico Castello Visconteo, che possono sfoggiare una bella collezione romana e altomedievale ed una delle migliori raccolte di pittura rinascimentale della Lombardia: la Pinacoteca Malaspina, dove spiccano la splendida Pala Bottigella di Vincenzo Foppa, una Sacra Famiglia giovanile di Correggio ed opere di Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Veronese e Cerano. Anche qui, l’allestimento è datato e polveroso; i pannelli eccessivamente fitti e tecnici nella sezione archeologica e medievale, quasi inesistenti nella Pinacoteca; l’illuminazione vagamente funerea. A meno di non essere degli esperti, è difficile cogliere l’importanza della collezione.  In effetti, nel 2014 i Musei Civici sono stati visitati da 25.000 persone: pochini, se si considera anche l’effetto-traino esercitato dalle grandi mostre ospitate dalle Scuderie del Castello.

Anche quando si lavora sull’allestimento, poi, si può arrivare a toccare con mano (insieme ai pregi) i limiti oggettivi dello spazio espositivo. Come al Museo Archeologico “Paolo Giovio” di Como, dove le sezioni dedicate alla Protostoria e all’età romana sono state ridisegnate nei primi anni Duemila con un progetto sobrio e rispettoso del contesto (il settecentesco palazzo Giovio) che le ospita. Come in tutti i musei archeologici, però, purtroppo i frammenti isolati dal proprio contesto originario dicono poco di sé. In questi casi, una ricostruzione (fisica, grafica o multimediale) della collocazione originaria può aiutare, ma é difficile inserire strumenti aggiuntivi all’interno di spazi non enormi e certamente non nati per ospitare un museo. Per di più, il “Paolo Giovio” è tagliato fuori dall’itinerario più battuto dai turisti, quello che dal lungolago si addentra nel centro storico fino al Duomo o, al massimo, fino alla Basilica di San Fedele. Risultato: il museo raggiunge a fatica i 10.000 visitatori all’anno, in una provincia che sfiora i 3 milioni di presenze turistiche.

Quali vie d’uscita all’impasse dei musei civici? Qualche spunto, e qualche esempio alla prossima puntata…

 

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