Guttuso. La forza delle cose e la violenza del colore @Pavia

Quando si nomina Guttuso, a tutti – compreso il sottoscritto – la prima cosa che viene in mente sono i grandi quadri di denuncia sociale e politica, come la grande Crocifissione che nel 1941 lo rivelò agli occhi del pubblico e della critica – recentemente esposta anche a Palazzo Strozzi nella mostra Bellezza Divina. Eppure Guttuso è stato anche, e forse soprattutto, un pittore delle cose, degli oggetti, della realtà quotidiana. Un lato meno conosciuto dell’artista siciliano su cui punta l’attenzione la mostra Guttuso. La forza delle cose, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, concentrandosi su un tema che ha accompagnato l’artista sin dagli anni ’30 al 1987: la natura morta.

A spingere Guttuso a dedicarsi con tenacia a questo genere è un ardore conoscitivo, il desiderio di cogliere e di esprimere attraverso la pittura “il significato delle cose”. Negli anni cambiano gli oggetti-chiave (le damigiane, le ceste, i bucrani), lo stile (dall’espressionismo di Corrente al neo-cubismo degli anni’40 sotto l’influenza dell’amico Picasso, fino al realismo degli anni ’60 e ’70), i colori (con un brusco passaggio da quelli spenti degli anni ’30 alle cromie brillanti che lo accompagneranno dagli anni ’40). Ma non cambia la ricerca di un rapporto con le cose, come testimoniano le belle citazioni che punteggiano le opere:

La realtà comincia quando un artista si pone di fronte al mondo, all’oggetto, quando questo appare all’artista, quando l’artista si scontra con l’oggetto per conoscerlo.

Se io non riuscissi  a vedere sempre le cose come se fosse la prima volta, vuol dire che non avrei più niente da dire.  Vuol dire che sarebbe il momento della mia fine. […] Non si capisce il mondo mai una volta per tutti, lo si capisce ogni volta.IMG_20161101_180308973.jpg

Forse è proprio per questa tensione verso le cose che Giovanni Testori arrivò a definire Guttuso un “lombardo di importazione“, a fianco dei grandi “pittori della realtà” come Romanino, Caravaggio e Ceruti. Non a caso, prima di stabilirsi definitivamente a Roma, Guttuso aveva trovato un osservatorio ideale sulla realtà a Velate, nel Varesotto, con la sua finestra affacciata sulle Prealpi.

Eppure, nel realismo di Guttuso c’è qualcosa che non torna del tutto. In alcune nature morte, specialmente nella seconda metà degli anni ’40 e poi dagli anni ’70, i colori sono talmente vividi e squillanti da apparire violenti, sovrastando e quasi soffocando le forme. Certo, per il pittore, il colore è l’espressione più diretta della “forza emotiva con cui è rappresentata ogni cosa”, ma la sua tendenza a prevalere sugli oggetti sembra introdurre una nota falsa in tutta l’operazione.

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Forse è quello a cui si riferiva Testori in un’impressionante lettera scritta nel 1947, a soli 23 anni (!!!) all’amico siciliano:

Così, per esempio, davanti alla tua fetta di anguria che il tuo siciliano vorrebbe addentare, vien da pensare che tu non sia passato dall’anguria al rosso, ma dal rosso all’anguria, e che, insomma, in te non sia un oggetto a determinare una forma, ma un colore a determinare un oggetto. Ma un colore ha in sé la forza necessaria per determinare un oggetto?

Francamente io non credo a questa strana generazione, che partendo da un astratto (il colore) vorrebbe arrivare a un concreto (l’oggetto). […] Caro Guttuso, io non credo che il problema sia di poter arrivare alla realtà, ma di potere partire dalla realtà. Di avere cioè una fede che questa partenza permetta. E non tanto per dipingere, credimi, quanto per vivere.

Come dire che una ricerca appassionata e tenace del “significato delle cose” è destinata inevitabilmente allo scacco se non parte dalla constatazione che, prima di tutto, la realtà esiste e precede qualsiasi tentativo di conoscenza e di rappresentazione.

P.S. tra le oltre 50 nature morte, c’è anche spazio per le gustosissime illustrazioni satiriche che Guttuso produceva per i periodici e rotocalchi negli anni ’50 e ’60 e per le foto che lo ritraggono al fianco di personalità e dive del tempo, a cui si deve la straordinaria notorietà al grande pubblico (Boom60 docet).

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