L’arte fa Boom! I ruggenti anni ’60 al Museo del Novecento

A volte fare un passo indietro permette di guardare meglio quello che si ha davanti: una visita a Boom!60 al Museo del Novecento, infatti, permette di inquadrare la stagione italiana della Pop Art nel suo contesto storico.

Se alla Magnani Rocca a fare da protagonista era la fascinazione degli artisti per la società dei consumi negli anni ’60 e ’70, la mostra milanese curata da Mariella Milan e Desdemona Ventroni documenta il processo opposto: quello per cui l’arte contemporanea entra a bomba nell’immaginario collettivo durante il decennio precedente. L’aspetto più interessante di Boom!60, infatti, non è tanto quello di passare in rassegna un periodo straordinario per l’arte italiana, quanto di puntare i riflettori sull’eco che l’arte suscita nei media e nell’opinione pubblica.

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Forse per la prima volta, negli anni ’50 e ’60 l’arte esce dagli atelier e dalle gallerie per finire sui giornali e sui rotocalchi, facendo a gomitate con il cinema per conquistare la pagina di copertina. I giornali e i periodici, affermatisi insieme alla TV come i veri mezzi di comunicazione di massa, non si limitano ad ingaggiare gli artisti come illustratori e a dedicare all’arte dossier, inserti e rubriche curate da critici del calibro di Roberto Longhi, Francesco Arcangeli e Lionello Venturi. Fanno di più, trasformando gli artisti in vere e proprie star della cronaca.

Sulle pagine di rotocalchi come Epoca, Le Ore, L’Europeo e L’Espresso, le interviste ai maestri affermati si alternano alle liste di giovani talenti emergenti. Alcuni privilegiati, come De Chirico e Carlo Levi, hanno il proprio angolo da cui commentare in libertà gli sviluppi dell’arte contemporanea. Per identificare gli artisti agli occhi del grande pubblico serve un epiteto che li raffiguri: un grande artista fiorentino legato al Realismo come Pietro Annigoni diventa noto ai più come “il pittore delle regine” dopo aver dipinto il ritratto di Elisabetta II e della principessa Margaret, Picasso viene etichettato in modo altisonante come “l’immortale da vivo”, Fontana dopo essere stato liquidato come “quello dei buchi” diventa “l’astronauta della pittura” ed il grande marginale Antonio Ligabue passa alla cronaca come “il Van Gogh di Reggio Emilia”.

Ma soprattutto, l’arte diventa materia di scandalo. Il nulla alla Biennale, La Biennale dei mercanti, Luna Park sono alcuni dei titoli ad effetto con cui la cronaca e la “critica da rivista” si scagliano contro i nuovi movimenti, come l’Astrattismo e l’Informale, che non esitano a servirsi di “stracci” (si parla di Burri, ovviamente), “rottami” (qui di César) di “macchinette” (qui lo strale è rivolto all’arte cinetica), spingendosi a sparare su sacchetti di vernice (qui invece si tratta della “graziosa” Niki de Saint-Phalle) pur di accattivarsi le simpatie del pubblico. A volte il bersaglio polemico è la sconcertante facilità dell’arte contemporanea – simboleggiata dall’opera del Primate della Pittura ed emulo del paint dripping di Pollock, Miss Betsy Chimp(anzé) – a volte la sua indecifrabilità – come nel caso degli improbabili Senza titolo che accompagnano le forme distorte e i “buchi” dell’Informale. (Vent’anni dopo aver partecipato alla Biennale del 1958, Alberto Sordi immortalerà genialmente lo spiazzamento dell'”uomo della strada” per l’arte contemporanea nel suo Dove vai in vacanza?).

D’altra parte, il successo degli artisti è oggetto di ammirazione mista ad invidia: è il caso del francese Bernard Buffet, detto “il pittore in Rolls Royce” per la rapidità con cui i suoi quadri – ora finiti nel dimenticatoio – vanno a ruba a cifre milionarie, e dello spazialista Roberto Crippa, figlio di operai la cui scalata sociale è coronata nell’immaginario mediatico dall’acquisto di un aereo privato. Gli studi più gettonati sono quelli frequentati dai divi del cinema, che non esitano a mettersi in posa per farsi immortalare, purtroppo non sempre con risultati degni – come nel caso di Anna Magnani – della fama dell’effigiato e del pennello dell’artista.

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Sono anche gli anni in cui la cronaca inizia a seguire con attenzione il mercato dell’arte, trattato spesso in tono cronachisti-scandalistico come un nuovo gioco per ricchi parvenu e “collezionisti per hobby”. Sotto i riflettori passano le grandi aste, come quella organizzata nel 1961 dalla neonata Finarte e dalla Galleria Brera, e le crescite record registrate da artisti come Pollock e lo stesso Buffet. Non sfugge all’occhio attento dei media il ruolo centrale svolto dai grandi galleristi e mercanti d’arte, come il veneziano Carlo Cardazzo, capaci di promuovere i propri artisti e di gestire sapientemente il loro successo.

Lo stesso lettore viene abbordato come un potenziale collezionista, diventando il destinatario non solo di suggerimenti di investimento, ma anche di veri e propri prodotti da collezione come le litografie d’autore o le semplici riproduzioni.

In tutto questo, in mostra non mancano i capolavori, provenienti in gran parte dalle collezioni del Museo del Novecento e Boschi di Stefano, come nella prima sala della terza sezione dove campeggiano Chagall, Campigli, Manzù, Rouault e due splendidi Sironi. Ma il merito principale della mostra è quello di illuminare la genesi del fenomeno che i sociologi hanno definito a posteriori come il passaggio dell’arte allo “stato gassoso” (Yves Michaud): cioè il debordare dell’arte al di fuori dei luoghi un tempo assegnati (il museo, la galleria, l’asta) e il suo ingresso nell’immaginario collettivo, spesso al fine di “estetizzare” una società non priva di lati oscuri come quella del boom. La Pop Art, da parte sua, inverte il processo appropriandosi dei media, come fa Mimmo Rotella con i ritagli di rivista.

Resta aperta, poi, la domanda sull’effettivo ruolo dei mass media. Da un lato, i giornali e i rotocalchi riescono nel tentativo di avvicinare all’arte il nuovo pubblico borghese del dopoguerra. Dall’altra, si sentono in dovere di occhieggiare ai desideri del pubblico e a semplificare le cose, alimentando contrapposizioni tra figurazione ed astrattismo che contribuiranno ad allontanare il pubblico da correnti, come l’Informale o l’Arte Povera, che mettono in discussione qualsiasi certezza acquisita e rifiutano decisamente qualsiasi ruolo decorativo dell’arte.

Forse non è un caso che, a distanza di mezzo secolo, le nostre librerie abbondino di manualetti dal titolo “L’arte contemporanea spiegata al mio cane” o “E questa la chiami arte?”. Nel frattempo, la storia è arrivata a dire, come recita il sottotitolo della mostra: Era arte moderna.

 

 

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