A tutto Pop: l’arte del boom alla Magnani Rocca

Dopo le due belle monografiche futuriste su Balla e Severini, la Magnani Rocca prosegue la sua rassegna sui “punti di svolta” del ‘900 italiano con uno dei suoi movimenti forse meno conosciuti: la Pop Art. Già, perché il pop non fu, come verrebbe da pensare se ci si ferma ai soliti Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Claes Oldenburg, un’esclusiva anglosassone, ma ebbe interessanti interpretazioni in contesti diversi e apparentemente lontani come quello italiano.

La mostra curata da Walter Guadagnini e Stefano Roffo sembra appunto voler ridimensionare il primato di americani e inglesi, tracciando una “via italica” alla Pop Art che affonda le radici nelle avanguardie nostrane della prima metà del secolo: in primis il futurismo, con la sua esaltazione mistica della modernità (a cui rende omaggio, con sagace ironia, Mario Schifano), poi l’Informale, con il suo utilizzo dei materiali “di scarto” (e non a caso la mostra si apre con un sacco di Burri).

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Verso la fine degli anni ’50 troviamo così Enrico Baj, già fondatore di una “costola” dell’Informale – l’arte nucleare – intento a giocare con elementi tratti dall’immaginario popolare, come le celebri cravatte – per cui prova una vera e propria ossessione – e i segnali stradali. Nel 1961, anche Mimmo Rotella – formatosi nell’Informale e già protagonista del Nouveau Réalisme – si diverte con gli oggetti, come la scatola di olio da motore marchiata con il nome dell’artista, facendo il verso ad un noto prodotto della Shell ed ammiccando alla merda d’artista dell’amico Piero Manzoni. Mentre Concetto Pozzati, con il gustoso libro La pera è la pera, gioca d’anticipo sulla celebre banana dei Velvet Underground firmata Warhol. Stupisce un po’ trovare tra i precursori del movimento anche il raffinato Fabio Mauri, la cui sobrietà concettuale è apparentemente quanto di più lontano dalla colorata e sfacciata estetica pop.

Eppure, il legame tra concettualismo e Pop Art è strettissimo, e non solo in Italia: nel 1964, Andy Warhol con le sue Brillo Box – del tutto identiche alle scatole di detersivo in commercio nei supermercati – poneva la domanda da 1 milione di dollari: “che cosa è l’arte, se l’opera non si può distinguere dall’oggetto comune?”. Tre anni dopo, il grande teorico del concettualismo, Joseph Kosuth avrebbe risposto che a definire l’arte non è la forma, ma l’idea e l’intenzione dell’artista: “un’opera d’arte […] è una presentazione dell’intenzione dell’artista: egli dice, cioè, che quella particolare opera d’arte è arte, implicando così, che è una definizione dell’arte”. In fondo, la stessa risposta si affacciava, con quasi un decennio di anticipo, dalle provocazioni di Manzoni e Rotella e dai collage di objet achetées (oggetti comprati) di Mauri.

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D’altra parte, le differenze tra la versione italiana della Pop Art e quella internazionale saltano all’occhio. Diversamente dai colleghi, infatti, i pop artist nostrani continuano a guardare con un occhio alla tradizione del Rinascimento, di cui riprendono le immagini canoniche per reinventarle con linguaggi contemporanei – come fa Roberto Barni con la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello e Tano Festa con i suoi frammenti michelangioleschi. Contrapponendo al “distacco industriale di Warhol la simpatia artigianale che comporta l’uso del pennello” (come afferma Giosetta Fioroni).

Beninteso, i “nostri” condividono con Warhol & co. la stessa ricettività per la vita moderna, il consumo di massa i media (la TV, il cinema, la pubblicità), le nuove icone e i nuovi riti che questi introducono nella società. Al centro del dipinto di Barni campeggia una Cinquecento, che fa il paio con l’Alfa Giulia di Giulietta Lo Bello. Un telefono spunta dallo specchio di Pistoletto. Mentre Claudio Cintoli si dedica alla decorazione del luogo-simbolo della swinging Roma anni ’60: il Piper Club.

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Ma l’amore sviscerato e sfegatato per la modernità – e persino il godimento per “lo spettacolo di un pubblico abbrutito dai mass media”, dichiarato senza se e senza ma da Cesare Vivaldi nella pubblicazione Crack del 1960 – hanno il proprio contraltare in una vena più critica, dove l’entusiasmo lascia spazio ad un’attenzione venata di pessimismo per i lati negativi della società contemporanea, che si fanno più evidenti con il rallentamento della crescita economica a metà del decennio. Nascono così le macchine inquietanti di Gianni Bertini, le figure alienate di Sarri e i veri propri proclami rivoluzionari di Giangiacomo Spadari e Adolfo Natalini. Di mezzo c’è il ’68.

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Mostra ben curata, che mantiene il livello elevato di qualità a cui ormai la Magnani Rocca sta abituando il suo pubblico – giovanissimo, anche grazie al programma serale di aperitivi beat – ma tutt’altro che facile come il soggetto farebbe pensare. I testi sono a tratti poco “pop” e non sempre risulta semplice collegare le spiegazioni nei pannelli alle opere menzionate. Divertente l’accostamento tra le opere pop di Gino Marotta, Piero Gilardi & co. e i capolavori di Dürer, Carpaccio e soci: in questi casi è meglio evitare confronti diretti, eppure il reggiseno ingrandito di Domenico Gnoli fa la sua sporca figura a fianco della splendida Famiglia dell’infante di Goya.

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4 comments

  1. Culturefor · ottobre 18, 2016

    Già prima ero curiosa…ora lo sono un po’ di più! Spero di riuscire ad andare durante una pausa pranzo in settimana 🙂

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    • Andrea Sartori · ottobre 18, 2016

      Eh sì, merita! Sei già stata a Boom60 al Museo del Novecento?

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      • Culturefor · ottobre 18, 2016

        No 😦 mi sono persa l’inaugurazione ieri perchè ero bloccata in ufficio!
        Dovrei riuscire a recuperare nei prossimi giorni…tu l’hai vista?

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      • Andrea Sartori · ottobre 18, 2016

        Io idem 😦 Cerco di recuperare settimana prossima!

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