La maschera e il volto: David Bowie is…@ MAMbo Bologna

Avrò avuto 6 o 7 anni quando la mia babysitter un po’ flippata mi fece guardare (o meglio, si mise a guardare piazzandomi sul divano) Labirynth, il film fantasy-goticheggiante del 1986 in cui un etereo David Bowie figurava come il Re dei Goblin. Non ci capii assolutamente nulla, anche perché il film era pensato per un pubblico di adolescenti, ma mi restò una sensazione vagamente inquietante e una domanda: chi è questo David Bowie? Alimentata ulteriormente dalla risposta sibillina della babysitter: “il Duca Bianco”.

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Poi ci furono l’album Hours del 1999, con l’incredibile singolo Thursday’s Child e, andando indietro, la scoperta dei pezzi grandiosi degli anni ’70 come Ziggy Stardust, Rebel Rebel, Heroes e tanti altri, con cui Bowie era diventato una presenza familiare, quasi scontata. Fino a gennaio, quando il video di Lazarus che metteva in scena platealmente la morte incombente, e la frase da brividi freddi “Look up here, I’m in heaven…everybody knows me now” riportavano a galla la domanda: “chi è stato David Bowie”?

Una risposta prova a darla la mostra David Bowie is, prodotta dal Victoria & Albert’s Museum di Londra, che è approdata a luglio al MAMbo di Bologna dopo un tour tra USA, Brasile, Canada, Francia, Paesi Bassi ed Australia in cui ha totalizzato più di 2 milioni di visitatori. La mostra non si concentra tanto sulla musica di Bowie, quanto sulla sua personalità complessa e proteiforme, di cui ogni sezione esplora le numerose “facce” senza seguire un ordine strettamente cronologico.

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©Forbes

Il rock degli anni ’50, i romanzi di science fiction, ma anche l’espressionismo tedesco del primo dopoguerra e il Dada, fino al teatro kabuki giapponese: David Jones (così all’anagrafe) assimila le fonti di ispirazioni più disparate e, trasformandole con la sua creatività debordante, ne trae continuamente nuove identità e nuove forme artistiche. Arrivando a realizzare l’ideale della “opera d’arte totale” di Wagner, dove musica, teatro, cinema ed arti visive si fondono in un’esperienza sinestetica. La febbre creativa di Bowie lo porta a ideare personalmente le copertine per i suoi dischi e i costumi per gli spettacoli (dire concerti è riduttivo), sempre impareggiabilmente eccentrici e immancabilmente spiazzanti, ma per raggiungere il risultato desiderato non esita a collaborare con i migliori grafici, scenografi e stilisti come il geniale Kansai Yamamoto. (Per la cronaca: alle scenografie di Labyrinth collaborò un certo Ron Mueck, che di lì a poco sarebbe stato scoperto da Charles Saatchi e diventato uno dei maggiori artisti contemporanei…).

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Che l’artista crei i propri personaggi e si immedesimi con loro fino quasi a diventare l’alieno Ziggy Stardust, la sua evoluzione Aladdin Sane, il fighissimo Halloween Jack di Diamond Dogs e il sinistro Duca Bianco non è una novità, ma a stupire è la lucidità con cui intuisce che il futuro dello spettacolo sia nella capacità di assumere nuove identità e creare una nuova estetica. Anticipando perfettamente tutti i rischi dell’operazione, come nel corto The Mask, in cui Bowie impersona un mimo che riscuote il successo del pubblico grazie alla maschera che indossa, salvo scoprire alla fine dello show di non essere più in grado di toglierla.

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Alla fine, la qualità della musica passa quasi in secondo piano dietro al profluvio di stimoli visivi offerti dai costumi, dalle copertine, dai video e dall’allestimento originale. Anche l’audioguida ad alta fedeltà targata Sennheiser che si attiva automaticamente in sincro con i video, si perde un po’, sovrastata dalla colonna sonora diffusi dagli altoparlanti. Ma soprattutto, la domanda resta senza aperta: nessuna delle identità assunte da Bowie esaurisce la sua personalità, e questa non può coincidere semplicemente con la somma delle sue creature, ma sfugge via ogni volta che sembra di averla afferrata.

Forse, alla fin dei conti, se esiste un “vero Bowie” è proprio quello che compare nell’attimo precedente all’uscita di scena, quando l’ultima maschera cade (con un colpo di scena degno del migliore regista teatrale) svelando dietro la grande rockstar il volto di un Lazzaro qualsiasi. Un po’ come il Prospero della Tempesta di Shakeseare, che, dopo aver mosso con la propria magia l’intera trama dell’opera e i suoi personaggi, rinuncia agli incantesimi rimettendosi umilmente all’indulgenza del pubblico.

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David Bowie is

Bologna, MAMbo.

Fino al 13 novembre.

http://www.davidbowieis.it.

 

 

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