L’arte del consenso e il culto del duce a Salò

Il MuSa di Salò dedica una mostra al Culto del Duce: L’arte del consenso nei busti e nelle raffigurazioni di Benito Mussolini (1922-1945), ed è subito polemica.

Già alla vigilia dell’inaugurazione il 29 maggio (inizialmente prevista il 28, ricorrenza della strage di Piazza della Loggia a Brescia e poi spostata per evitare l’infelice coincidenza), l’ex sindaco di Salo metteva le mani in avanti sottolineando che “è molto importante che i busti del Duce siano accompagnati da un serio apparato critico, per non scivolare nell’apologia”. Da parte sua, la sezione provinciale dell’ANPI esprimeva a priori la propria “totale contrarietà all’esposizione e il giudizio negativo sulla preparazione, la sensibilità culturale, umana e civile di chi l’ha curata”. Il riferimento poco lusinghiero è rivolto al direttore del MuSa, Giordano Bruno Guerri, storico ed autore di numerose biografie su personaggi-chiave del primo dopoguerra e del ventennio come D’Annunzio, Marinetti, Bottai e Ciano. Che non si definisce né fascista né comunista, ma liberale e libertario: evidentemente, un patentino insufficiente a placare le critiche preventive e a garantire quel minimo sindacale di fiducia e buon senso che imporrebbero di giudicare una mostra solo dopo averla vista.

E allora vediamola.

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Il percorso parte da un assunto molto chiaro: “Benito Mussolini fu il prodotto principale della «fabbrica del consenso» impiantata dal regime fascista. […] L’operazione che il duce realizzò con il fascismo fu trasformare un’idea politica in una fede, e se stesso nel suo dio”. Nella prima sezione, sono 33 sculture di artisti più e meno noti a documentare il nascere e l’evolversi (o meglio, l’involversi) del culto della personalità: se negli anni ’20 il duce è rappresentato in abiti borghesi, nel decennio successivo si trasforma in una sorta di divinità, raffigurata a torso nudo come quelle classiche. Non mancano poi le mitizzazioni di matrice futurista, come il “profilo continuo” di Renato Bertelli, in cui Mussolini diventa il simbolo di un avvenire glorioso per le patrie sorti. Con eccezioni impreviste, come Antonio Ligabue – per temperamento totalmente estraneo alla retorica di regime – che accetta, dopo molte resistenze e spinto dalla fame, di realizzare un ritratto equestre del duce, ma lo esegue invertendo la posizione delle mani nel saluto romano, in un’irriverente parodia involontaria.

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Nella sezione dedicata ai dipinti e alle xilografie sfilano le interpretazioni della figura del duce date dagli autori aderenti alle diverse avanguardie del periodo, tra cui i futuristi Prampolini e BOT (quest’ultimo che lo evoca come una presenza inquietante e quasi demoniaca che emerge da uno sfondo cupo, quasi a promettere sventure). Nella varietà delle rappresentazioni, Mussolini incarna il modello del nuovo italiano, in cui ci si può e ci si deve riconoscere come in una personalità superiore e al tempo stesso familiare. La caduta nel ridicolo, derivante dallo scontro tra la retorica di regime e la realtà del Paese, è inevitabile ma non sembra scuotere la presa sulla nazione, tanto che – come sottolinea Guerri citando Calvino – coloro per cui il malcontento crescente si trasforma in aperta opposizione sono una minoranza.

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Tempi lontani, apparentemente irripetibili. Eppure, come non riconoscere anche ai nostri giorni una certa disponibilità ad affidarsi ciecamente all'”uomo forte”, al leader, colui che sa risolvere i problemi intervenendo “dall’alto” – e, rovescio della medaglia, una certa sfiducia nella capacità della società civile di elaborare da sé un tentativo di risposta ai propri bisogni? É forse proprio la possibilità di trarre delle indicazioni per l’oggi l’aspetto che rende più interessante una mostra certamente non memorabile per qualità artistica, ma che non si può accusare di parzialità o nostalgia.

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Semmai, i “critici a tutti i costi” avrebbero potuto concentrare l’attenzione sui cortometraggi che accompagnano l’allestimento – peraltro ben curato – della sezione del percorso museale dedicata ai tragici mesi della Repubblica di Salò. Qui, la catastrofe finale del regime viene letta dalle prospettive opposte di un partigiano e di un milite della RSI: sulle stesse immagini (la prima scena inquadra una ragazza sfollata; mentre la seconda indugia, forse – questa volta sì – con toni che puzzano un po’ troppo di commiserazione, sugli ultimi giorni del duce) si snoda la narrazione in prima persona del protagonista. La sorpresa è che, soprattutto nella prima scena, le prospettive sembrano inaspettatamente simili. Entrambi, in fondo, combattono innanzitutto per salvare la propria famiglia, il milite solo con una lieve spolverata di patriottismo in più rispetto al partigiano.

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Un tentativo empatico di far entrare il pubblico nei panni dei protagonisti della storia (introdotto dai musei anglosassoni) che però se utilizzato in modo incauto rischia di appiattire tutto e far perdere la necessaria distanza critica. Per fortuna, ci sono le videointerviste ai protagonisti veri ad offrire la testimonianza di chi è caduto nella trappola della propaganda per poi uscirne:

«Il mio fanatismo era così alto che, nonostante tutto, ostentavo la mia fede fascista, sentivo il bisogno di partecipare al miglioramento, ma quando tutti i nostri amici sono morti in Russia ho cominciato a capire la stupidità della guerra».

Un tempo alle elementari si spiegava che la storia, tra le tante cose, serve a non ripetere gli errori del passato.

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