Il Tesoro d’Italia (sono io): scoperte sgarbiane a Salò

Una delle pagine più brutte di un Expo 2015 passato alla storia come un successo era stata Il Tesoro d’Italia, la mostra ospitata dal padiglione di Eataly, che nelle intenzioni del curatore Vittorio Sgarbi avrebbe dovuto esibire al mondo la “biodiversità regionale” del Bel Paese. Spazi inadeguati, allestimento a metà tra quello di una casa d’aste di secondo piano e quello di un mercatone cinese tipo HaoMai ed assenza di qualsiasi strumento di orientamento per il visitatore: nonostante la presenza di alcune perle di valore (ricordo in particolare uno dei due splendidi David di Tanzio da Varallo guardarsi attorno spaurito in mezzo a tanta confusione), il risultato assomigliava molto ad un minestrone confuso e alla fine insipido. La cui degustazione era stata peraltro interrotta improvvisamente, nel caso di chi scrive, da un falso allarme incendio con conseguente evacuazione immediata (quasi ad accentuare il riflesso gastrointestinale provocato dall’abbuffata).

Mostra Sgarbi Expo

A distanza di un anno, il Vittorio nazionale ci riprova, proponendo una variazione sul tema con la mostra Da Giotto a De Chirico: I Tesori Nascosti. Questa volta l’ospite è il Musa di Salò, appartenente alla rete Garda Musei nata nel 2015 per valorizzare il patrimonio artistico delle località del lago ed arricchire ulteriormente un’offerta turistica storicamente apprezzata soprattutto dal mercato tedesco, ma negli ultimi anni anche da un numero crescente di italiani. Rispetto al precedente milanese, la novità principale della tappa gardesana è la scelta di esporre solo pezzi provenienti da collezioni private. Soluzione doppiamente saggia, perché effettivamente se esistono tesori “nascosti” vanno cercati nelle raccolte familiari e bancarie, e perché permette di aggirare le polemiche suscitate dal fermo rifiuto opposto da alcuni musei pubblici a prestare i propri capolavori ad Expo. (É sempre bello ricordare a questo proposito che, insieme all’Ecce Homo di Piacenza, uno degli autoesclusi eccellenti era stato l’arcimboldesco Cuoco o Minestrone di Cremona, che – oltre ad aver ispirato, con presumibile rivoltamento tombale dell’incolpevole autore, l’imbarazzante mascotte Foodie – avrebbe potuto tranquillamente figurare come icona della rassegna patrocinata da Oscar Farinetti).

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Questa volta, poi, il visitatore non è lasciato da solo, ma è guidato dalla voce dello stesso Sgarbi – forse anche per giustificare il costo non proprio modico del biglietto (16 euro) – che gli espone chiaramente le ragioni delle proprie scelte. Non mancano naturalmente le perle di narcisismo di cui abbondava già la peraltro bellissima mostra bolognese del 2015 a Palazzo Fava. (Una su tutte: quella in cui V.S. si autodefinisce umilmente come “più acuto” di un mostro sacro come Denis Mahon per aver scovato una Diana e una Lucrezia del Guercino nella collezione perugina dei conti Oddi, per cui erano state dipinte). Al netto delle idiosincrasie a cui siamo ormai abituati, la scelta delle opere è raffinata e al contempo democratica, capace di valorizzare sia il Classicismo dei “soliti noti” Guido Reni e Guercino “seconda maniera che i “pittori della realtà” come Romanino a Sciltian passando per Ceruti. Non senza scoperte fulminanti, come un inedito San Francesco in Meditazione di Tanzio da Varallo, un eccellente ritratto del pesarese Simone Cantarini, e i dipinti di soggetto religioso del ferrarese Mastelletta, dei cui paesaggi sognanti il critico è il maggiore collezionista, e del romagnolo Guido Cagnacci, la cui atmosfera irreale porta già dritti nell’Ottocento. E le riscoperte, come l’iperrealismo del semisconosciuto Ettore Beraldini (1887-1965), presente con Minaccia il temporale.

A differenza del Tesoro d’Italia, la chiave di lettura della mostra è chiara: l’argomento a tema non è tanto la storia dell’arte italiana, quanto la tensione che accompagna la caccia al capolavoro e il piacere ineffabile della connaisseurship di cui – con buona pace dei detrattori patinati – il buon Vittorio è uno dei pochi maestri in circolazione. Certo, in alcune sezioni l’allestimento ricorda un po’ l’affollamento della sagra di Eataly, ma d’altra parte gli spazi del Musa non sono immensi.

Imparare dagli errori è un segno di intelligenza, mai come di questi tempi.

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