Su e giù per la Valcamonica (avanti e dopo Christo)

” I miei progetti sono completamente irrazionali, totalmente inutili. Nessuno ne ha bisogno: ecco perché i miei progetti esprimono una completa libertà. Nessuno può comperarli”. Così dichiarava, forse un po’ compiaciuto per il successo al di là di qualsiasi previsione di The Floating Piers, Christo nel discorso di apertura alla Conferenza Generale di ICOM (l’organizzazione internazionale dei musei) a Milano lo scorso 4 luglio.

Christo Icom

Strano che una dichiarazione di questo tipo, invece di scatenare un putiferio tra gli addetti ai lavori, sia stata accolta da uno scroscio di applausi. Sono in tanti, in effetti, a tacciare l’arte contemporanea (o almeno certe forme di produzione) di inutilità, intesa però in senso negativo. Basti leggere l’editoriale di Franco Fanelli sul patinato Giornale dell’Arte di luglio, che liquida (con grande finezza ma in modo molto netto) la passerella sul lago di Iseo come un esempio di “arte da comitive”. Senza pensare a quanto sia acceso nel mondo anglosassone il dibattito tra chi invoca il sostegno pubblico alle arti come un investimento utile per la società (perché sono una forma di educazione, perché favoriscono la coesione e l’inclusione sociale e via dicendo) e tra chi preferisce considerare l’arte come un fine in sé (“L’art pour l’art”, o “Art for art’s sake”, era il motto dei puristi del XIX secolo).

Prima di prendere posizione, però, sarebbe meglio scavare in fondo all’affermazione provocatoria di Christo. E forse per cercare un indizio occorre fare qualche km in più, lasciarsi alle spalle il lago di Iseo ed entrare nel Parco Nazionale di Naquane in Valcamonica, comune di Capo di Ponte, uno dei siti con la maggiore concentrazione di incisioni rupestri datate dal Neolitico all’Età del Ferro. Animali, guerrieri, telai, strumenti non meglio identificati (per cui nessuno ha ancora trovagto un nome migliore di “palette”), edifici e persino labirinti, raffigurati in modo quasi ossessivo sulle pareti rocciose ed affiancati e persino sovrapposti a più riprese nell’arco dei secoli. Come a voler mettere in scena, in modo confuso ma tutt’altro che privo di forza, il mondo che circondava le tribù camune del luogo.

Perché? I pannelli ci provano ad gettare un lume, passando in rassegna tutte le teorie formulate dagli archeologi, solo per arrendersi, alla fine, di fronte all’inesplicabile. La spiegazione più gettonata (e forse anche più facile) è quella che attribuisce a questa straordinaria proliferazione di immagini una funzione rituale, ma di che natura ed origine non è dato sapere. Almeno per ora.

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Incisioni rupestri della Grande Roccia, Parco Nazionale di Naquane

Il rituale ci riporta, però, ad un altro mistero artistico della Valcamonica: le chiese affrescate da quel grande genio del Rinascimento (ma di un Rinascimento totalmente alternativo a quello romano di Raffaello e Michelangelo) che risponde al nome di Girolamo Romanino. L’artista bresciano, dopo aver assistito all’emergere del giovane Tiziano a Venezia ed aver subito uno smacco cocente a Cremona per opera di un altro veneziano acquisito, Pordenone, che lo rimpiazza nella realizzazione degli affreschi del Duomo, sale nella valle, chiamato dalle confraternite locali a raffigurare scene del Vecchio Testamento, della vita di Maria e della Passione sulle pareti delle chiese locali.

A Pisogne e poi a Bienno e Breno, Romanino mette in scena tutta l’umanità del luogo: dalla piccola nobiltà, un po’ ridicola nel tentativo d’imitare quella di città, alla borghesia tronfia del proprio benessere – si sa, la Valcamonica è da sempre terra di piccola industria – fino ai contadini e agli allevatori scalcagnati ma non privi di una propria dignità – il più celebre è forse il pastore con agnello in spalla che compare tra gli astanti della Presentazione di Maria al Tempio di Bienno. Tutti radunati a partecipare all’avvenimento straordinario di uno di loro – nella Lavanda dei Piedi di Pisogne il Cristo ha le fattezze tutt’altro che idealizzate di un “contadino, di un montanaro, tarchiato e anziano” per dirla con Guido Piovene – che, incomprensibilmente e silenziosamente, si carica sulle spalle una croce per morirvi nello stupore attonito della comunità.

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G. romanino, Crocifissione, Chiesa di S. Maria della Neve, Pisogne (1531-32)

Non è un caso  che le confraternite della valle usassero riunirsi, nel periodo di Avvento e di Quaresima, per ripercorrere tramite letture e canti i fatti del Vangelo: quasi una performance teatrale, fatta di un’immedesimazione diretta negli eventi rievocati, che doveva in qualche misura corrispondere alla ricerca di uno spirito inquieto come Romanino. Grazie a questa adesione totale al soggetto, secondo Testori, Santa Maria della Neve “per forza poetica tiene alla Sistina, ne è come l’alterità”.

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E forse, a questo punto, alla fine del percorso un po’ sbilenco che ci ha portati in giro tra il lago di Iseo e la Valcamonica ci sentiamo più a nostro agio di fronte alla provocazione di Christo sull’inutilità del gesto artistico. Non possiamo certo dire che le incisioni rupestri e l’arte del Romanino non esibiscano una propria funzione pubblica: attraverso la sua rappresentazione, in qualche misura esse “fondano” la comunità (adesso forse diremmo che “incrementano la coesione sociale”, ma sono tempi duri i nostri…).

Ma questo è solo come conseguenza di qualcosa di interamente gratuito, libero e, strettamente parlando, inutile: l’accadere di un evento che, misteriosamente ma imperativamente, chiede una risposta. E forse per recuperare lo stupore dei camuni di fronte alla natura e allo strano caso di un Uomo crocifisso e risorto, c’era proprio bisogno di un pontile galleggiante bagnato dalla luce del sole.

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