Pensieri postumi su The Floating Piers

Meglio tardi che mai.

Nonostante il timore di temporali e code infinite, ero anch’io tra le migliaia di persone che domenica 3 luglio hanno salutato i pontili galleggianti di Christo. Un evento che in sole due settimane è stato capace di attrarre 1 milione e mezzo di visitatori, suscitando grande entusiasmo (e fortissimi impatti economici) ma anche un certo sarcasmo da parte di alcuni commentatori.

Oggetto del dibattito è stata proprio la natura di “evento” di The Floating Piers, che secondo alcuni (semplificando all’estremo) poco avrebbe a che fare con l’espressione artistica, fatta più di contemplazione estetica e raccoglimento che di ingegneria futuristica, barluccichii e caciara. Una contrapposizione che ricalca le obiezioni ricorrenti nei confronti dell’arte contemporanea, colpevole di privilegiare l’effimero e il concettuale rispetto alla forma e alla bellezza.

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Molto probabilmente, fino a poco tempo fa anch’io mi sarei schierato con i detrattori. In effetti, un’idea come quella di Christo non può non suscitare molti punti interrogativi: che senso ha montare una specie di mega-materassino da 5km, tenerlo su 15 giorni e poi sbaraccare tutto come se nulla fosse? Quale messaggio vuole trasmettere un’operazione di questo tipo?

Domande più che ragionevoli, spazzate via però – o lasciate clamorosamente aperte – dallo stesso Christo, che con il suo fare fanciullescamente tranchant dichiarava: “non chiedetemi che cosa significhi, è l’esperienza che conta”. Risposta evidentemente giudicata sufficiente dal pubblico, che si è lasciato trasportare da un’ondata di attesa spasmodica per precipitarsi all’instante sul lago di Iseo, tanto da spiazzare gli stessi organizzatori e mandare in tilt il sistema dei trasporti.

Anche qui si potrebbe obiettare: il solito happening, in cui le masse distratte si spostano come enormi greggi al seguito del pifferaio bulgaro, con la promessa della straordinaria opportunità di farsi un selfie per dire “c’ero anch’io”. Eppure, ad un’osservazione attenta (resa peraltro indispensabile dal rischio di capicollare in acqua o sbattere contro bambini ipercinetici), all’ultimo giorno di apertura l’arancio abbagliante della passerella era visibilmente segnato da macchie di gelato, sporco, sangue, cerotti e brandelli di carne arrostiti dal sole.

 

OK, forse qui è sfuggita un attimo la penna, ma è evidente che partecipare all’evento sia costato un certo sacrificio: camminare o stare in coda per ore con 35 gradi non è il massimo, a maggior ragione se non sei più nel fiore degli anni o se devi tirarti dietro il figlio in passeggino (e se poi non resisti alla tentazione di spararti il classico panino con la salamella e un bel birrozzo tiepido sotto il sole prima di ripartire, beh, quello è un problema tuo). La cosa strana è che tutto ciò si svolgesse in un’atmosfera di festa collettiva, molto diversa da quella compunta e compiaciuta che aleggia su happening artistici sempre più autoreferenziali come le fiere e le Biennali.

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É proprio la partecipazione di persone delle età ed estrazioni più disparate a far riflettere sul fatto che ogni esperienza artistica sia, di fatto, un evento. Cioè l’accadere di qualcosa che, colpendo la tua sensibilità, sposta il tuo sguardo spingendoti a rivolgerle l’attenzione e facendoti accorgere di un desiderio che prima forse non sapevi nemmeno di provare. In The Floating Piers, la “forma” (la passerella) che può apparire più o meno bella, è solo un segno per sottolineare la bellezza impressionante e malinconica del paesaggio del Lago di Iseo. Camminare sulle acque è senza dubbio una figata, ma dopo 100 metri ti abitui anche a quello, tanto da sentire il mal di mare nel breve tratto di terraferma che collega i due bracci della passerella. Ciò a cui non ci si abitua mai è la capacità di guardare le cose con uno sguardo nuovo, perché va ripresa ogni volta daccapo. E qui l’arte è una delle poche cose che, se presa sul serio, ti può scuotere dal torpore.

La cosa bella di Christo, poi, è che, a differenza di altri artisti contemporanei, non pretende di spiazzare il tuo sguardo normale sulle cose per importi un messaggio predefinito, ma piuttosto per restituirti un po’ di libertà.

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Poi, certo, l’evento porta con sé di tutto: dal chiosco stile Oktoberfest a misura di tedesco e dai gruppi organizzati con tanto di cartellino, alle vendite di magliette e souvenir per finire con gli immancabili ma ogni volta sempre più molesti selfie stick. Ma alla fine si può perdonare: d’altra parte anche i locali dovranno trarre qualche beneficio da tutto questo bendiddio. Tanto poi si sbaracca tutto e Montisola finalmente ritroverà la sua quiete, che da adesso forse sapremo apprezzare di più.

P.S. E comunque, a quelli che hanno snobbato Christo, per fare davvero i fighi avreste dovuto superare con nonchalance il lago e farvi il tour delle chiese del Romanino in Valcamonica. Al prossimo post.

2 comments

  1. Culturefor · luglio 8, 2016

    Mi è piaciuta tantissimo la tua recensione/riflessione!
    Io a malincuore ho saltato la visita: odio le code e odio ancora di più il caldo, una potenziale esperienza magnifica per me si sarebbe trasformata…in un incubo!

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    • Andrea Sartori · luglio 8, 2016

      Ahahah grazie Alessandra! Anch’io temevo molto e ho aspettato fino all’ultimo, partendo da Pisogne però non ho trovato code (caldo sì purtroppo, e tanto)!

      Piace a 1 persona

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