Prima del postmoderno: Giulio Paolini al Poldi Pezzoli

Uno stereotipo un po’ ritrito vuole che i tratti distintivi di Milano siano la razionalità e l’efficienza, ma non mancano i luoghi capaci di mettere in questione il luogo comune. Uno di questi è il Museo Poldi Pezzoli, talmente unico da rientrare in una categoria a parte, quella delle case-museo, che presenta la concentrazione maggiore proprio nella città meneghina (Museo Bagatti-Valsecchi, Casa-Museo Boschi di Stefano, Villa Necchi Campiglio).

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Tutto nasce dal genio del ricco aristocratico Giacomo Poldi Pezzoli (1822-1879), marito di un’ereditiera di lusso della “Milano bene” come Rosa Trivulzio. Nell’arco dei suoi viaggi in Europa, Giacomo colleziona letteralmente di tutto: tanta pittura dal ‘400 (con una folta rappresentanza delle scuola lombarda, veneta e toscana senza farsi mancare qualche chicca fiamminga) al ‘700 (memorabile la sala dedicata ai ritratti di Fra’ Galgario, inquietante e commovente fotogallery di una classe nobiliare in via di disfacimento) ma anche scultura, libri antichi e una congerie disparate di opere d’arte applicata e rarità (mobili, gioielli, smalti, armi, vetri ed orologi). Oltre a capolavori come le Madonne con Bambino di Vincenzo Foppa e Mantegna, il Ritratto di giovane donna di Piero del Pollaiolo, il Cavaliere in nero di Giovan Battista Moroni e l’Autoritratto di Sofonisba Anguissola, l’altro ingrediente che rende unica la casa-museo è l’allestimento di gusto eclettico: Poldi Pezzoli chiama infatti i migliori interior designer ed artigiani della Milano dell’800 a decorare le stanze in una varietà di stili che spazia dal neo-gotico dello Studiolo di Dante al barocco dello scalone, passando per il neo-rinascimentale della Sala Nera.

A muovere Poldi Pezzoli sembra essere una volontà di accumulo senza fine, insieme ad un gusto infallibile (supportato anche dalla collaborazione di un grande connaisseur come Giovanni Morelli) e ad un’evidente nostalgia per un passato ancora immune dagli sconvolgimenti e dalle brutture della moderna civiltà industriale. Il risultato è, curiosamente, una perfetta riedizione delle Wunderkammer (o gabinetti delle meraviglie) che rappresentavano il gingillo e il vanto dei nobili del tardo Rinascimento. Tanto da diventare, nei decenni successivi, la casa ideale per altre collezioni milanesi, arrivate ad ampliare (se ce ne fosse bisogno) il nucleo originario.

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La Sala del Ghislandi (Fra’ Galgario)

Forse fin troppo unico, il Poldi Pezzoli, per essere apprezzato dal largo pubblico: pur trovandosi in pieno centro, infatti, il Museo nel 2015 ha accolto solo 65.000 visitatori (ma nel 2013 erano stati 42.000). Come restituirgli l’interesse che merita? Tra le diverse iniziative, a partire dal 2011 la Fondazione ha chiamato alcuni tra i maggiori artisti contemporanei a “reinterpretare” con le loro opere la casa-museo. L’ultimo della lista è Giulio Paolini, grande esponente-dissidente dell’Arte Povera, che con Expositio riprende il confronto con la storia dell’arte, uno dei fil rouge che percorrono la sua attività.

La prima opera in esposizione si intitola, non a caso, Expositio (1994): 4 calchi della classica Venere di Fidia, posizionati su un piedistallo al centro del Salone dell’Affresco, sono intervallati da grandi specchi di forma irregolare. Come a sottolineare quanto sia complessa la lettura di un’opera classica, a causa della molteplicità dei possibili punto di vista: “l’oggetto è sempre uguale a se stesso, sono il nostro sguardo e la nostra esperienza a dare significato all’opera”. Riflessione profonda e condivisibile ma già trasformatasi quasi in luogo comune dell’estetica contemporanea: forse non era proprio così indispensabile ribadire il concetto, a maggior ragione in un luogo già enigmatico come il Poldi Pezzoli. Più intrigante il gioco di riflessi che gli specchi innescano con gli oggetti esposti.

Italia Antiqua (2014-5), la seconda installazione e l’unica realizzata appositamente per la mostra nella Sala dei Tessuti, è composta da 15 collage fotografici dove, all’interno della stessa incisione del perduto Circo Flaminio di Roma, “calano” oggetti o personaggi di varia epoca e provenienza, estrapolati dal contesto originario ed accostati senza una logica apparente. In altri 4 “capricci”, le immagini di alcune opere della collezione del Museo sono reinserite all’interno dei suoi stessi ambienti: un pastiche di citazioni e frammenti di gusto tipicamente postmoderno, che quel geniaccio di Poldi Pezzoli però aveva battuto clamorosamente sul tempo.

La mostra si conclude con Tre per tre (ognuno è l’altro o nessuno, 1998-9), nel Salone Dorato. Il protagonista della famosa incisione Lo studio del disegno di Chardin si fa in tre, comparendo con lo stesso identico aspetto ma in momenti diversi: la prima volta come modello, la seconda come artista autore del ritratto, la terza come spettatore. Il gioco questa volta ruota intorno al rapporto tra i personaggi, il luogo che li ospita – l’opera – e il ruolo che essi assumono nella partita.  Operazione raffinatissima, che però finisce per parlare solo di se stessa e con se stessa: mentre le opere di Mantegna, Bellini & co. sono come finestre aperte su una realtà “altra”, il gioco di sguardi tra i personaggi di Paolini rimane chiuso al proprio interno, con l’effetto di allontanare più che interpellare lo spettatore.

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Giulio Paolini, Tre per tre (1998-9)

Un’autoreferenzialità caratteristica di una una corrente dell’arte concettuale, che  interrogandosi ossessivamente sulla natura dell’opera finisce per dimenticarla. Forse ci sarebbero modi più efficaci per avvicinare il pubblico di oggi ad un museo davvero unico.

 

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