Ambienti immersivi: Studio Azzurro a Palazzo Reale, il Sacro Monte di Varallo a Casa Testori

Dalle incisioni rupestri in poi, l’uomo ha fatto arte con quello che aveva a portata di mano. Negli ultimi decenni, le forme espressive a disposizione degli artisti si sono moltiplicate a dismisura anche grazie alle cosiddette nuove tecnologie che, oltre a consentire una riproduzione sempre più fedele delle opere del passato, hanno dato vita a linguaggi artistici inediti. Per credere basta vedere l’esperienza di Studio Azzurro, collettivo artistico formato nel 1982 a Milano da Fabio Cirifino, Paolo Rosa e Leonardo Sangiorgi proprio per esplorare le possibilità poetiche aperte dai nuovi media. Un’esperienza così significativa da spingere il Comune di Milano a dedicarle una retrospettiva (anzi, una retro-prospettiva) nientemeno che nel tempio delle grandi mostre, Palazzo Reale.

La filosofia di Studio Azzurro si intravede già nei primi lavori: installazioni composte da schermi e amplificatori sincronizzati, dove le immagini elettroniche e i suoni si amalgamano con lo spazio fisico dando vita ad ambienti avvolgenti (e a volte sconvolgenti), in cui lo spettatore si trova letteralmente immerso. Quasi ad anticipare di  30 anni una delle parole-chiave del linguaggio dei media digitali – “immersività“, appunto. Forse non è un caso che nella prima opera in mostra del 1985, l’immagine di un nuotatore in movimento attraversi dodici schermi, con una visuale collocata a pelo dell’acqua. A rompere la monotonia sono alcuni micro-eventi apparentemente casuali: una palla che rimbalza, un’ancora che affonda.

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Dal 1995, con l’ingresso di Stefano Roveda, lo Studio si dedica alla costruzione degli ambienti sensibili, che diventeranno presto il suo marchio di fabbrica. Ora lo spettatore è chiamato ad interagire direttamente con le installazioni, come in Coro, dove i corpi di uomini e donne addormentati reagiscono al passaggio degli spettatori con movimenti, gemiti ed esclamazioni. Si intravede lo zampino dell’arte cinetica e programmata degli anni ’50 e ’60, ma con una differenza: mentre in quel caso la partecipazione del pubblico giocava, in fin dei conti, il ruolo della cavia in un esperimento scientifico, qui  l’opera sembra costruita apposta per lo spettatore. (Purtroppo l’effetto è diminuito dalla ricollocazione delle opere in un contesto diverso da quello originale. I pannelli, poco efficaci, e i testi che indugiano troppo su una lettura socio-antropologica delle opere, ci mettono poi del loro facendo perdere gran parte dell’immediatezza).

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Studio Azzurro, Coro (1995)

Le opere teatrali realizzate ininterrottamente dagli anni ’90 ad oggi sono una vera e propria esplosione di spunti visivi, sonori e gestuali, dove i punti di vista si alternano continuamente, intrecciando un racconto complesso e polifonico. Peccato che qui la tecnica giochi un brutto scherzo, dal momento che le riproduzioni video di vent’anni fa possono restituire solo una pallida impressione dell’esperienza vissuta dal pubblico.

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Meditazioni, Mediterraneo (2000-2010)

Ma i lavori in cui la poetica di Studio Azzurro si esprime al meglio sono i Portatori di Storie degli anni 2000: ambienti sensibili “abitati”, dove il visitatore è chiamato ad entrare in rapporto con persone in carne ed ossa (e pixel) e ad ascoltarne la storia. L’ultima, strepitosa realizzazione è Miracolo a Milano, creata appositamente per la mostra, che popola la Sala delle Cariatidi dei personaggi di una Milano invisibile (clochard, senzatetto, immigrati) ognuno dei quali, dopo aver offerto uno scampolo della propria vita, si alza in volo per raggiungere una “nuvola” collocata al centro del soffitto. Qui il dialogo tra l’installazione e lo spazio fisico è di grande effetto: il soffitto ricorda una quasi una volta sfondata di Correggio o Andrea Pozzo, dove gli angeli e i santi però hanno il volto delle persone che incontriamo ogni giorno sul metrò.

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Miracolo a Milano (2016)

Il percorso della mostra non è cronologico, ma si può cogliere lo sviluppo di una storia: l’arte, grazie alla partecipazione dello spettatore (se è giusto usare questo termine) dà vita ad un evento, coinvolgente ma ancora indistinto; con il tempo l’evento definisce i propri contorni facendosi incontro con una presenza umana, il quale genera a sua volta, appunto, una storia.

Ma non bisogna lasciarsi ammaliare dalle moderne tecnologie multimediali: gli ambienti immersivi non nascono con loro. Anzi, forse il primo prototipo data addirittura al ‘500: è il Sacro Monte di Varallo, straordinaria installazione multimediale che abbraccia architettura, pittura e scultura per narrare agli uomini semplici della Valsesia la vita e la passione di Cristo. L’8 maggio era l’ultimo giorno per apprezzare da vicino le statue del Cristo (di mano del grande Gaudenzio Ferrari) e del Manigoldo (di ignoto e truce scultore del XVI secolo) dalla Cappella del Calvario fresche di restauro, per l’occasione in mostra nella casa dello storico che più ha amato e meglio ha descritto il “gran teatro montano” di Varallo, Giovanni Testori.

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Qui l’arte non si limita più a rappresentare l’evento, ma è l’evento stesso: a dimostrarlo è proprio la rimozione dal contesto originale, che non fa perdere nulla. Certo, le statue non prendono la parola quando ci si avvicina, ma se si sta attenti sono capaci di narrare la propria storia. E la cosa più incredibile è che sembra scritta apposta per ognuno.

 

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