Le avventure acquatiche di Christo e Jeanne Claude @ Santa Giulia Brescia

Grande folla ieri sera a Santa Giulia per l’inaugurazione della mostra Christo and Jeanne Claude. Water projects. Sintomo di un’attesa crescente per il progetto The Floating Piers, che collegherà le due sponde del lago di Iseo tra Sulzano e Montisola, stendendo sull’acqua una passerella galleggiante di oltre 1 km di lunghezza di colore giallo sole.

La mostra, curata da un Germano Celant finalmente ripresosi dai bagordi di Art&Foods, documenta, attraverso immagini, disegni e plastici, tutti i progetti più ambiziosi della celebre coppia di “impacchettatori”. Sia quelli effettivamente realizzati che quelli rimasti sulla carta, come c’è 2000 meters wrapped, inflated pier, pensato per il Rio de la Plata a Buenos Aires nel lontano 1970: il prototipo originale di The Floating Piers, che può prendere forma 45 anni dopo anche grazie all’avanzamento della tecnologia.

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La cosa che colpisce di più è il processo creativo dell’artista. I disegni preparatori, di cui alcuni sono talmente belli da potersi considerare opere d’arte autonome, sembrano indicare che all’origine del progetto ci sia, da una parte, la visione onirica di qualcosa di assolutamente nuovo e, dall’altra, uno studio  quasi maniacale del contesto architettonico e paesaggistico e degli aspetti tecnici della realizzazione. Quale delle due fasi venga per prima nel processo e quale sia il rapporto tra le due, la mostra non lo spiega. Ma forse non sarebbe in grado di spiegarlo neanche Christo, che a giudicare dal discorso fatto per l’inaugurazione (un ringraziamento agli organizzatori e via di corsa a vedere la mostra) sembra un tipo di molto carisma e poche parole. (E ad ogni modo, come è noto, neanche Celant è particolarmente prodigo di spiegazioni).

Alla fine la mostra, nonostante il rigore espositivo che si sposa bene all’allestimento “immersivo”, lascia aperte diverse domande. Non tanto l’amletico dilemma “arte o non arte?”, che susciterebbe dibattiti infiniti e forse inconcludenti. Piuttosto la domanda: “perché”? Perché dedicare tante energie (umane, tecniche e finanziarie) alla realizzazione di un’opera, se così la si può chiamare, che resterà in loco solo tre settimane senza produrre alcun ritorno economico? Qui è l’artista ad indicare nella conferenza di martedì sera una possibilità di lettura, definendo i propri interventi una «espressione della libertà, la libertà dal possesso». Se si intende il perché come un’esigenza di significato, invece, rimaniamo a brancolare nel buio (“non chiedetemi che cosa significhi, è l’esperienza che conta”).

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Eppure, osservando il pubblico sembrerebbe che questa passerella gialla sia capace di risvegliare nella gente un senso di attesa. Attesa di cosa? Difficile dirlo, ma in fondo anche l’esperienza dell’ignoto fa parte dell’arte.

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