Il mito senza fine di Piero della Francesca a Forlì

Difficile descrivere una mostra complessa come Piero della Francesca. Indagine su un mito. L’unico modo che mi viene in mente per iniziare è metterla a confronto con Giotto. L’Italia. Nel senso che entrambe puntano allo stesso obiettivo (mostrare l’impatto dirompente che i due pittori ebbero sull’arte contemporanea e successiva), ma usando mezzi diversi: mentre la mostra su Giotto proponeva una selezione di lavori del fiorentino, quella su Piero mette in scena una galleria quasi infinita di opere, in cui però sono solo tre quelle attribuite al protagonista (la Madonna giovanile di Newark, il San Gerolamo con devoto di Venezia e la Madonna della Misericordia di Borgo Sansepolcro).

Piero,_Pala_della_misericordia,_madonna_della_misericordia

Piero della Francesca, Madonna della Misericordia (1445-1455)

Le altre sono le tessere di un puzzle complesso ed ambizioso, assemblato da un team curatoriale d’eccezione (Antonio Paolucci, Daniele Benati, Frank Dabell, Fernando Mazzocca e Paola Refice). Il percorso inizia ponendo in rassegna la fortuna critica dell’aretino: dalle lodi sperticate dell’allievo Luca Pacioli e del Vasari ad un periodo di oblio durato oltre due secoli (al punto che, nell’Ottocento, lo storico Giovanni Rosini si azzarderà ad attribuire la celeberrima Pala di Brera al più modesto allievo Fra’ Carnevale…), per passare alla riscoperta intrapresa nell’Ottocento da francesi, inglesi e tedeschi, che si recano in pellegrinaggio ad Arezzo per studiare e copiare (con esiti più e meno indegni) le Storie della vera Croce. Un recupero che diventa una definitiva consacrazione ad opera di Roberto Longhi e dei suoi studi monografici del 1914 e 1927.

É proprio nel segno di Longhi che prosegue il percorso, con un flashback sui precursori (il prospettico Paolo Uccello, l’arcigno Andrea del Castagno e i luminosissimi Beato Angelico e Domenico Veneziano), per poi analizzare i vari modi in cui le innovazioni di Piero vengono recepite dalla generazione successiva di artisti (in Toscana dal raffinato Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli, nelle Marche da Fra’ Carnevale, in terra emiliana da Marco Zoppo, Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti, a Venezia da Giovanni Bellini e a Roma dalla gloria locale Melozzo da Forlì ed Antoniazzo Romano). Già, perché – come Giotto – Piero viaggia un po’ in tutta Italia, toccando non solo Arezzo, Rimini e Urbino, ma anche Ferrara, Bologna e Roma, dove è chiamato a dipingere due “storie” per il Palazzo Apostolico. Anche se negli ultimi tre casi la perdita delle opere complica il tentativo di comprendere come la sua “sintesi prospettica di forma-colore” (nella celebre definizione di Longhi) riesca a diffondersi in un così breve arco di tempo nella penisola.

Ma la mostra si spinge oltre, muovendosi sulle tracce dell’eredità del pittore nell’Ottocento e nel Novecento. Qui la ricerca si fa più avventurosa, rivelando suggestioni pierfrancescane non solo nei paesaggi dei Macchiaioli ma anche nelle opere pre e post-impressioniste di Puvis de Chavanne, Degas e Seurat. Richiami che diventano sempre più diretti nei grandi movimenti artistici italiani del primo dopoguerra come la Metafisica e Novecento, documentati da una galleria di capolavori di Carlo Carrà, Felice Casorati, Massimo Campigli, Achille Funi, Virgilio Guidi, Giorgio Morandi e Gregorio Sciltian, e nel Realismo Magico dei romani Giuseppe Capogrossi e Antonio Donghi. Manca all’appello solo Paul Cézanne, che proprio Longhi considerava il grande erede di Piero.

Sorge spontanea, a questo punto, la domanda: cosa spinge questi artisti indiscutibilmente “moderni” a prendere per modello un pittore così lontano nel tempo? Le letture che la mostra suggerisce variano a seconda dei casi: per alcuni la fascinazione si rivolge al rigore del metodo prospettico e matematico, per altri alla potente sintesi delle forme che sembra astrarre la realtà sensibile in un mondo di essenze puramente intellegibili; in molti casi ad attrarre è la luce zenitale che sembra assorbire le figure e l’atmosfera sospesa e carica di mistero, quasi sacrale, che si stende sulla rappresentazione. Nel Novecento gioca anche il desiderio di appoggiarsi a fondamenta solide per ricostruire un linguaggio artistico nazionale dopo la rottura determinata dalle prime avanguardie (anche se, a dirla tutta, il solito Longhi aveva già definito i volumi di Piero “cubo-futuristi”).

Lavorare per accostamenti e collegamenti è un rischio, ma i curatori ne escono quasi sempre in grande stile: spesso i riferimenti sono talmente lampanti da non richiedere spiegazioni (come quello tra la Silvana Cenni di Casorati, quasi una Madonna della Misericordia teletrasportata in un mondo estraneo) mentre altri sono sottili ma convincenti; solo in pochi casi l’interpretazione sembra un po’ forzata, come in quello delle vedute desolate di Edward Hopper (che forse non ebbe neppure modo di conoscere personalmente l’opera di Piero) su cui si chiude a sorpresa il percorso.

Alla fine di una mostra impegnativa ma che corrisponde pienamente alla promessa, tornano in mente le parole dell’altro grande “riscopritore” di Piero, Bernard Berenson, che in un pamphlet del 1950 sintetizzava così le ragioni del suo fascino eterno:

“[…]sono tentato di concludere che a lungo andare le creazioni più soddisfacenti sono quelle che, come in Piero e Cézanne, rimangono ineloquenti, mute, senza urgenza di comunicare alcunché, senza preoccupazione di stimolarci con il loro gesto o il loro aspetto. Se qualcosa esprimono è carattere, essenza, piuttosto che sentimenti o intenzioni di un dato momento. Ci manifestano energia in potenza piuttosto che attività. La loro semplice esistenza ci appaga”.  

 

INFO: Forlì, Musei di San Domenico, fino al 26 giugno 2016.

Orari: martedì-venerdì 9.30-19.00, sabato e domenica 9.30-20.00.

Con soli 2 euro in più rispetto al biglietto di ingresso è possibile visitare anche la Pinacoteca Civica, che custodisce una bella serie di opere del maggiore esponente del Rinascimento in terra romagnola, Marco Palmezzano.

One comment

  1. Anna Maria · aprile 5, 2016

    Io penso sempre che per vedere il vero Piero vale la pena andare un po più a sue e passare qualche giorno tra Arezzo San Sepolcro Monterchi e tornare estasiati da tanta abbondanza.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...