La Crocifissione del Pordenone a Cremona

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“Enorme precipiti

cavalla che s’invalla

nella strage finale.

A squarciagola nitrisci.

Nel dialetto-maniera

gli assassini inveisci.

Con te

la lingua

arriva a sera.

Si lacera l’orizzonte.

S’apre la terra.

I troni ingoia

ed i bugiardi dèi.

L’inascoltato diritto

dei plebei

non più langue.

S’erige sotto i legni

giudicante.

Nel dolore urlante

fa il segno della croce

bagnandosi nel sangue

del tuo e nostro

Amante”.

Giovanni Testori, Maddalena (1989).

Questa è la “didascalia in versi” che Giovanni Testori dedica alla grande Crocifissione affrescata da Giovanni Antonio de’ Sacchis sulla controfacciata del Duomo di Cremona tra il 1520 e il 1522.

Opera straordinaria perché una rappresentazione così cruda dell’evento sacro non ha precedenti nella pittura coeva, se non, forse, nella Crocifissione terminata poco prima al Sacro Monte di Varallo da Gaudenzio Ferrari: se, in quest’ultima, la “carnale presenza” dei personaggi era sfiorata perlomeno da una “carezza d’infinta carità” (Testori), tuttavia, lo sguardo di Pordenone sembra esprimere una condanna senza appello nei confronti dell’inconcepibile violenza di cui l’uomo si è macchiato. In questa radicalità si può cogliere molto probabilmente anche un’eco della difficile situazione in cui si trovava allora Cremona, vittima delle scorribande contrapposte dell’esercito veneziano e della Lega di Cambrai e colpita da peste e carestie.

A sorprendere è il fatto che l’effetto drammatico scaturisca da una sintesi perfetta di elementi classici ed anticlassici, di “lingua” e “dialetto”: un “vento nordico”, proveniente dalle stampe tedesche di Dürer, scompiglia e distorce la plasticità romana, mentre quest’ultima fornisce solidità e credibilità alle forme. Con questa miscela inedita, il Pordenone influenza la nascente scuola cremonese dei Campi, innescando una corrente che giungerà fino al giovane Caravaggio.

Tredici anni più tardi (1532-3), anche il Romanino si ricorderà di Pordenone, declinandone la composizone generale in una chiave ancora più marcatamente “dialettale” nella Crocifissione di Pisogne, capolavoro di quell’eccezionale ciclo affrescato che proprio Testori definì provocatoriamente la “Sistina dei poveri”.

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