Ritorno al Futurismo (2): Boccioni100 @Palazzo Reale

Visita in anteprima a Umberto Boccioni. Genio e memoria con la conservatrice del Museo del Novecento, Danka Giacon, ed un gruppo di agguerriti blogger e instagrammer: un’occasione imperdibile per sbirciare dietro le quinte (con gli ultimi ritocchi all’allestimento ancora in corso) della mostra che Palazzo Reale dedica al centenario dalla morte di uno degli artisti che hanno segnato il corso del XX secolo.  Sono talmente numerosi gli spunti ricevuti (e talmente evidente la mia incapacità di coordinare l’ascolto e la visione con un maldestro tentativo di cronaca in tempo reale su Twitter) che servirebbe un’altra visita per metabolizzarli. Tanto meglio: non c’è il rischio di rovinare la sorpresa tentando di condividere i motivi di interesse della mostra.

Una premessa doverosa: se (come il sottoscritto) il nome di Boccioni vi fa venire in mente subito le opere del periodo futurista, come Forme uniche della continuità nello spazio, meglio dimenticarvene. Almeno per qualche minuto. Non perché il Boccioni futurista sia escluso dalla mostra, ma perché fissare lo sguardo sul punto di arrivo rischia di far perdere di vista il percorso. E le sorprese più spiazzanti della mostra, infatti, arrivano dall’inizio: all’ingresso della prima sezione campeggia un bassorilievo antico, tanto improbabile da chiedersi se sia un residuo della mostra Mito e Natura che occupava le stesse sale. Niente affatto: si tratta, invece, di una delle tante fonti che Boccioni, nell’arco degli anni giovanili osserva, studia, accumula e cataloga con assiduità quasi maniacale. Accanto alle correnti artistiche più “di tendenza” come il Divisionismo (incontrato prima grazie alla frequentazione di Giacomo Balla a Roma nei primi anni del secolo e poi dalla conoscenza dei lavori di Gaetano Previati e Giovanni Segantini a Milano) e il Simbolismo europeo (Franz Von Stuck, Kathe Köllwitz, Félicien Ròps e compagni), compaiono inaspettatamente la pittura del Rinascimento (sia fiorentina che lombarda) e le incisioni nordiche e tedesche (Dürer ma non solo).

Modelli variegati che vanno ad alimentare un curioso diario visivo pervenuto tramite la sorella alla Biblioteca Civica di Verona e composto di 216 ritagli, in prevalenza riproduzione artistiche ma anche fotografie e ritagli di stampa, accostate in base a criteri estetici più che cronologici. I curatori l’hanno definito giustamente Atlante della Memoria, perché Boccioni continuerà ad attingere a questo straordinario repertorio di immagini nell’arco della propria vita e della propria opera.

A questo punto ci si potrebbe chiedere come un artista così attento e ricettivo verso le testimonianze del passato possa essere il protagonista del tentativo, forse il più diretto e risoluto mai intrapreso nell’intera storia dell’arte, di rompere i legami con la tradizione artistica: il Futurismo appunto. Qui la mostra suggerisce discretamente diversi fattori: l’attenzione per la realtà sociale e i cambiamenti epocali in corso, la fascinazione per Milano che in quel periodo è una vera e propria città-cantiere, l’adesione al culto del progresso propugnato dall’ispiratore e teorico del movimento, Filippo Tommaso Marinetti.

Fatto sta che il tratto grafico secco e nervoso delle incisioni nordiche riemerge non solo nei 60 meravigliosi disegni conservati al Castello Sforzesco (esposti per la prima volta insieme dal 1976), ma torna utile anche quando si tratta di esprimere i temi cari al Futurismo: la tecnologia, la città, la velocità. Persino le Forme uniche della continuità nello spazio conservate al Museo del Novecento (niente paura, non potevano mancare!) tradiscono un ricordo della classicità, come sottolineano i curatori tramite l’accostamento ad un bronzo del grande maestro francese dell’800, Auguste Rodin.

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Come a voler affermare che l’invenzione del futuro non può non nascere da una conoscenza profonda ed amorevole del passato.

Perché in fondo (con il gentile permesso di Marinetti) il tempo dell’arte non coincide mai perfettamente con una corsa lineare in avanti. E ad indicarlo sono proprio gli ultimi ritratti di Boccioni del 1916 che, con le loro geometrie monumentali di lontana ispirazione cubista, si aprono già al Ritorno all’ordine, nuova parola …d’ordine  a cui i colleghi Funi e Sironi si sarebbero uniformati nel Dopoguerra.

Ci sarebbe molto altro da dire (per esempio sulle scelte originali nell’allestimento) riguardo a questa mostra non banale, frutto di un lavoro di ricerca comune tra Castello Sforzesco e Museo del Novecento, partito nel 2012 da un’idea della curatrice Francesca Rossi. Ma è decisamente meglio farne esperienza di persona.

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INFO:

Palazzo Reale, dal 23/03/2016 al 10/07/2016.

Orari: Lun: 14:30 – 19:30
Mar – Mer – Ven – Dom: 09:30 – 19:30
Gio – Sab: 09:30 – 22:30.

2 comments

  1. Anna Maria · marzo 23, 2016

    Purtroppo ultimamente le mostre di Palazzo Reale mi hanno molto deluso, dubito che visiterò anche questa.

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    • Andrea Sartori · marzo 23, 2016

      Cara Anna Maria, anch’io negli ultimi anni ho visto mostre molto discontinue come livello di qualità, ma questa onestamente merita.

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