W la democrazia: Affordable Art Fair Milano 2016

Ci sono le fiere d’arte patinate, quelle predilette da collezionisti facoltosi e addetti ai lavori, dove si va per comprare ma soprattutto per capire dove “tira il mercato” e che, causa la proliferazione abnorme negli ultimi 10 anni e le poche differenze reciproche, si ritrovano a contendersi lo stesso pubblico dai numeri calanti. E poi c’è una fiera che spopola e si moltiplica, tanto da raggiungere le 14 edizioni all’anno in 11 città del mondo, da New York a Seoul passando per Milano, dove si è installata nei suggestivi spazi di Superstudio Più in via Tortona.

Si chiama Affordable Art Fair e si basa su una formula tutto sommato semplice, ideata dall’eccentrico britannico Will Ramsay nel 1996: rappresentare quel segmento di arte che non può accedere alle grandi fiere né alle gallerie più prestigiose, ma che è capace di suscitare l’interesse del grande pubblico, se non altro per il prezzo accessibile (non oltre 6000 euro). Affordable si può tradurre con “abbordabile, alla portata di tutti”, ma forse il termine che definisce meglio la fiera è “democratica“.

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Democratica perché, all’interno della fascia di prezzo definita, si trova veramente di tutto: Pop, Post-pop, figurativo, post-espressionismo astratto, iper-realismo, stencil art, naif e tanti disegni. Ma nela varietà di forme e linguaggi prevale un tono brillante, colorato, e tendenzialmente poco impegnativo. L’esempio migliore è forse Deodato (Milano-Lugano) che affitta lo spazio espositivo più grande e centrale per accostare il neo-pop giapponese di Takashi Murakami e Tomoko Nagao ai sericollage di Marco Lodola e a una serie di commoventi manifesti nordcoreani. Il kitsch non manca, ma è esibito sempre senza vergogna né autocompiacimento (vedasi Il Melograno, Livorno), e a volte arriva a sfiorare la genialità come nel caso delle sagaci parodie di Sergio Vanni (Morotti, Varese).

C’è anche chi imita, ma sempre in modo scoperto, come fa il peraltro bravo Federico Romero Bayter (Hofburg-Kompatscher, Bressanone) con le vedute urbane di Congdon degli anni ’50 e ’60. Chiaramente poi c’è l’eccezione che conferma la regola, come la raffinata malinconia degli artisti altoatesini di Vijion (Ortisei) e di quelli di Studio 3257 (Milano). C’è persino la Street Art, all’esterno naturalmente, dove una grande tela bianca rappresenta il terreno su cui dovranno misurarsi in competizione dieci writer.

L’Affordable Art non è democratica solo per il prezzo (alla sinistra dell’ingresso si trova una parete coperta di quadretti 50×50 cm che vengono via a non più di 500 euro) ma anche perché, a differenza delle mostre e fiere patinate, nella maggior parte dei casi  non richiede particolari sforzi interpretativi. Nessun curatore in vista, pochi i cataloghi: basta il semplice cartellino. E, nel caso opposto, una delle regole prevede che i galleristi, lo staff della fiera e, se possibile, gli stessi artisti siano sempre a disposizione per “spiegare” le opere. C’è anche un ricco programma di performance e talk, ma qui preferiscono chiamarli Lezioni di Storia dell’Arte per tutti.

Democratico, inevitabilmente, anche il pubblico, persino alla serata di inaugurazione che di solito è riservata agli addetti ai lavori: ci trovi lo studente di Brera reso inconfondibile dalla camicetta vintage e dall’occhialino tondo modello “aviatore astigmatico” accanto al bauscia-anzianotto-con-biondona-ucraina-al-seguito che se la tira manco fossimo ad Art Basel, il volto noto della critica (ho il nome sulla punta della lingua…) intento a biasimare la gente che sceglie i quadri in base ai colori della stanza a fianco della giovane coppia in cerca di un quadro che si sposi bene con la parete color tortora della camera da letto, e poi il semplice curioso a cui non frega nulla dell’arte né della critica ma che appenderebbe volentieri il critico alla parete per puro gusto.

Ma, soprattutto, ciò che rende la fiera democratica è la birra lautamente offerta da Warsteiner (almeno il giorno dell’inaugurazione): geniale strategia per iniettare liquidità nel mercato.

N.B. Naturalmente, a seconda delle prospettive, le caratteristiche sopra descritte possono essere lette in positivo o in negativo. Ma la flessibilità interpretativa, in fondo, è una delle cose che rendono interessante il mondo dell’arte.

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