Lo spazio e il tempo: Kiefer e Parreno @Hangar Bicocca

Una delle molte differenze che distinguono l’arte contemporanea da quella moderna consiste nel rapporto con lo spazio: mentre la seconda, dal Rinascimento in poi, intende proiettare lo spettatore in un ambiente “altro” (che però, grazie alla costruzione prospettica, si presenta come la prosecuzione di quello reale), la seconda tende ad inserirsi direttamente – e spesso violentemente – nello spazio reale, trasformandolo. Certo che, proprio per questo motivo, l’arte contemporanea necessita di spazi adeguati. Come quelli dell’Hangar Bicocca, ex complesso industriale a nord di Milano recuperato dalla Pirelli e dal 2004 adibito a “contenitore” di esposizioni permanenti e temporanee.

hangar bicocca esterno

Sin dall’apertura, l’esposizione permanente consiste in realtà in una sola, spettacolare installazione: i Sette Palazzi Celesti dell’artista tedesco Anselm Kiefer (1945). Sette torri di altezza compresa tra i 14 e i 18 metri, costruite in cemento armato utilizzando moduli tratti dai container navali. Ad un primo sguardo possono apparire identiche, ma ognuna è “personalizzata” da particolari: la prima ad essere costruita, Sefiroth, presenta i nomi delle dieci emanazioni divine che secondo la kabbalah ebraica costituiscono la struttura invisibile del cosmo; la seconda è coronata dal poliedro che compare nella celebre incisione Melencolia I di Albrecht Dürer, emblema dell’aspirazione alchemica a riprodurre i processi della natura per trasformare la materia; alla sommità della quinta e della sesta sono poste rispettivamente le lettere JH e WH che vanno a comporre il tetragramma ebraico, l’impronunciabile Nome divino. Anche se i riferimenti possono sembrare criptici (lo stesso titolo dell’installazione proviene da un antico trattato cabbalistico del IV-V sec. d.c., Il Libro dei Palazzi/Santuari), si avverte immediatamente la sensazione di trovarsi di fronte ad una potente metafora del tentativo umano di elevarsi dalle limitazioni della condizione terrena per attingere una conoscenza diretta del Divino: uno sforzo titanico ma soggetto all’instabilità e al rischio di crollo, come dimostrano la pendenza delle torri e i segni di danneggiamento.

Con il riallestimento completato nell’agosto del 2015 si sono aggiunte cinque tele inedite di grande formato di Kiefer, che creano un dialogo estremamente suggestivo con l’installazione. In particolare, Die Deutsch Heilslinie sembra voler riassumere la storia del pensiero moderno: su un arcobaleno che troneggia su una landa desolata, si allineano i nomi dei grandi filosofi tedeschi (da Kant a Marx) che hanno predetto la liberazione dell’uomo in forma individuale e collettiva. L’arcobaleno è da sempre un ponte gettato verso il cielo, ma qui sembra più banalmente una parabola che si stacca per un momento da terra per poi ricadervi di nuovo, in un’allusione piuttosto chiara agli orrori perpetrati dalle ideologie del Novecento. Al centro della tela, un personaggio visto di spalle come nei quadri romantici di Caspar David Friedrich osserva muto il panorama di angoscia e disperazione. Si tratta di un’angoscia “abitabile”, pero, in cui è piacevole spendere del tempo e lasciandosi sorprendere da un senso di attesa (restando in tema, un grande filosofo tedesco assente dall’elenco precedente, Martin Heidegger, aveva constatato il naufragio dei sistemi filosofici moderni affermando candidamente: “ormai solo un Dio ci può salvare”).

Un capolavoro come i Sette Palazzi rappresentano inevitabilmente un paragone scomodo per gli artisti chiamati a realizzare le esposizioni temporanee, persino per l’eclettico ed acclamatissimo francese Philippe Parreno (1964), alla sua prima antologica in Italia dal titolo enigmatico di Hypothesis.

L’esordio, per la verità, non è dei più memorabili. All’ingresso campeggiano sette (ancora!) strutture trasparenti recanti all’interno figure quasi indecifrabili: trattasi di elementi scenici realizzati dall’artista Jasper Johns ideati per la performance Walkaround time (da cui il nome all’installazione) del coreografo Merce Cunningham con immagini tratte da un’opera di Duchamp, La sposa messa a nudo dai suoi scapoli (1915-23). Piuttosto oscuro se non si conoscono i riferimenti, ma ciò che conta per Parreno è giocare con gli oggetti, trasformandone la funzione e fregandosene altamente del diritto d’autore.

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Philippe Parreno, Walkaround time

Comunque è solo un’entrée prima del piatto forte, l’installazione Danny the street che occupa l’intero spazio della Navata. Più che un’installazione, si tratta di un collage di 19 marquees: sculture in plexiglass di varie forme e dimensioni dotate di luci LED e diffusori sonori, realizzate tra il 2006 e il 2015 ed ispirate alle omonime insegne che annunciano i film all’ingresso dei cinema americani. Qui, però, non servono più ad invitare il pubblico a partecipare ad un evento, ma sono esse stesse a creare l’evento. Le luci mutano al ritmo delle partiture composte per l’occasione da un team di musicisti contemporanei ed eseguite automaticamente da due pianoforti. Allo stesso tempo, lo spazio è battuto da un faro che riproduce la variazione della luce solare creando giochi di ombre tra le colonne, mentre uno schermo gigante proietta in sequenza una selezione di video dell’artista – uno tra tutti Crowd (2015), dove una folla casuale converge misteriosamente verso uno stesso punto di interesse, attratta da una melodia che sembra quasi provenire da un pianoforte invisibile. Non è difficile immaginare che una scena simile abbia avuto luogo il 27 gennaio durante la performance del compositore Mikhail Rudy, invitato ad eseguire dal vivo le musiche create per l’installazione.

Anche se è difficile attribuirle un messaggio profondo come quello dei Sette palazzi, Hypothesis riesce a pieno nell’intento di avvolgere lo spettatore in un ambiente multisensoriale, distante e al tempo stesso simile a quello quotidiano (e qui si intuisce anche la scelta del titolo Danny the street, dal nome di una sorta di strada vivente che compare nel fumetto – sconosciuto ai più – Doom Patrol). Rispetto all’ambiente statico e silenzioso di Kiefer, con Parreno il tempo e lo spazio si fondono, trasformandosi a vicenda: facile non accorgersi del passare dei minuti.

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Info:

Dove: Via Chiese 2, 20126 Milano

Orari: lun–mer chiuso, gio–dom 11-23.

Tariffe: Ingresso gratuito.

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