Tra magia e tecnologia: un commento a caldo su Operazione Caravaggio

Per celebrare la riproduzione della Natività di Caravaggio di Palermo, trafugata nel 1969 dall’Oratorio di S. Lorenzo, Sky Arte imbastisce un documentario in stile americano rivistato “alla Lucarelli” (che segue con un documentario dedicato ai furti e alle distruzioni di opere d’arte perpetrati dalla mafia). I piani temporali si alternano freneticamente (l’indagine, il progetto di riproduzione, la vita del Caravaggio, di cui si sottolinea prevedibilmente l’aspetto avventuroso), le piste investigative si accumulano e rincorrono per poi perdersi nell’indeterminato e nel leggendario (al malcapitato Piero Grasso l’ingrato compito di certificare che la ricerca è ormai divenuta “un mito”, come a voler dire che ci siamo rassegnati al fallimento).

Un inciso: si ripete più volte che i ladri si sono allontanati su un Motoape, ma non vengono citati testimoni oculari…

Si tratta di un’attenta preparazione alla rivelazione finale, ovvero la creazione di una copia digitale del capolavoro perduto grazie ad un progetto biennale finanziato per 100 milioni di euro dalla stessa Sky e realizzata da Adam Lowe, già autore della spettacolare riproduzione delle Nozze di Cana del Veronese al Louvre, ricollocate nel refettorio del convento di San Giorgo a Venezia.

Si sottolineano le difficoltà tecniche dell’impresa: la mancanza di fotografie di buona qualità e la conseguente impossibilità di apprezzare i dettagli, l’incertezza storica riguardante il periodo di esecuzione, lo stato di degrado dell’opera. Si presentano le ricerche e si ipotizzano diverse soluzioni alle lacune, ma il documentario glissa con discrezione sullo sviluppo del progetto per non rovinare il colpo di scena: lo svelamento della copia, alla presenza comprensibilmente commossa di Sergio Mattarella. La riproduzione appare perfetta, forse vince addirittura il confronto con l’originale, che l’illustre pentito Gaspare Spatuzza sostiene essere finito in pasto ai porci. (E in ogni caso, a distanza di 45 anni, chi se lo ricorda tanto bene da poter fare un confronto?).

Alla fine sembra di assistere alla consacrazione di un nuovo originale, opera di magia più che di tecnologia, resa ancora più preziosa ed esoterica dall’alone di mistero che circonda il modello.

Nel documentario Peter Glidewell, vero regista dell’intera operazione, ribadisce un refrain già orecchiato più volte: per mettere le opere d’arte al riparo da furti e distruzioni basterebbe “scannerizzarlo”. Peccato che l’UE abbia già investito miliardi di euro nell’impresa dal 2000, con risultati così-così come la biblioteca digitale Europeana, mentre gli specialisti si pongono già da alcuni anni il problema non banale di come conservare il volume crescente di patrimonio digitale. Per la serie “conservazione genera conservazione”. In ogni caso, ci vorrebbe tanto tempo per completare l’opera da poter nutrire una flebile speranza che nel frattempo mafia, Isis e barbarie comune possano essere eliminati dalla faccia della Terra (con le armi della cultura, ci si intende).

P.S. la cosa che mi sconvolge di più è che i mafiosi ascoltati nelle indagini ostentassero di considerare il dipinto come una cosa qualsiasi, tutt’al più come un simbolo della loro vittoria sullo Stato (e sai che vittoria poi, l’Oratorio era incustodito e la serratura difettosa..). Probabilmente non si sono nemmeno degnati di guardarlo, perché da lì avrebbe potuto iniziare la loro conversione.

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