I destini e le avventure della collezione privata: la nuova Pinacoteca Stuard di Parma

Quelle che si tende a raggruppare sotto l’etichetta di “collezioni pubbliche” (troppo spesso considerato sinonimo di “statali”) hanno, in realtà, origini storiche e percorsi di formazione decisamente variegati.

Può capitare, ad esempio, che nell’Ottocento un facoltoso nobile parmense, tale Giuseppe Stuard, si metta a collezionare opere d’arte di varia epoca e natura raccogliendo oltre 150 pezzi, destinati all’allestimento di una quadreria privata nella propria residenza. Alla morte (1834), affida il proprio patrimonio alla Congregazione di Carità intitolata a San Filippo Neri, di cui è membro laico: d’ora in poi, la collezione seguirà le sorti dell’istituzione, che nel 1904 per volere dell’amministrazione comunale sarà convertita in Ente Morale pubblico per poi confluire, in tempi recentissimi, nell’ASP (Azienda di Servizi alla Persona) di Parma.

Il compito di trovare un luogo adatto ad ospitare la raccolta passa così al Comune, che nel 2002 sceglie per lo scopo i prestigiosi locali dell’ex Convento di San Paolo (da cui era passato, tra il 1518 e il 1519,  anche il Correggio, chiamato dalla badessa Giovanna da Piacenza ad affrescare le volte della propria camera). Grazie ai lavori di riallestimento curati da Alessandro Maliverni e ultimati il 13 gennaio 2016, hanno trovato accoglienza in Pinacoteca anche alcune opere precedentemente conservate presso il Municipio e l’Accademia di Belle Arti, andando così a completare un percorso che si snoda dal Trecento all’Ottocento.

Pinactoeca Stuard convento

In occasione del restauro sono stati anche recuperati il commovente sacello di epoca longobardo-carolingia con la cupola emisferica di ascendenze bizantine, unica testimonianza rimasta delle radici medievali del convento, e le preziose ceramiche e gioielli appartenenti al corredo delle monache.

Dopo la breve introduzione archeologica ha inizio il vero e proprio percorso artistico, il cui fil rouge è rappresentato – noblesse oblige – dai gusti dello Stuard, eclettici ma precisi: per il XIV e XV secolo si rivolge alla scuola toscana, per il Cinquecento e Seicento all’Emilia e alle Fiandre, per poi passare in rassegna l’intera produzione nazionale del Settecento. Il nobile filantropo prediligeva evidentemente le opere di piccolo formato, tra cui compaiono alcune “chicche” come la vivace predella con l’Ingresso di Gerusalemme del senese Paolo di Giovanni da Ambrogio (1409-1449), una curiosa Sacra Famiglia di scuola genovese del ‘500 dipinta su una lastra di lavagna ed una bella serie di bozzetti di artisti seicenteschi) Antonio Maria Viani, Giovanni Lanfranco, Valerio Castello, Bartolomeo Schedoni) che sembrano quasi più “moderni” delle pale d’altare per cui erano stati realizzati. La mascotte della collezione è il prezioso disegno di Levriero realizzato dal Parmigianino come studio per la sala di Diana e Atteone della Rocca di Fontanellato, mentre tra i pochi “quadroni” si segnalano un imponente Cristo e la Samaritana di Annibale Carracci ed una raffinatissima Giuditta di Lavinia Fontana.

Le opere si integrano alla perfezione nelle architetture rinascimentali, dialogando con gli oggetti (arredi originari, albi dei consiglieri, urne per l’elezione dei consiglieri, utensili da cucina) che testimoniano la vita della Congregazione.

Il pezzo forte del percorso è però la ricostruzione della galleria privata dello Stuard basata sui progetti originari: all’interno di una sala a volta si dispone una ricchissima teoria di dipinti di soggetto, formato, periodo e scuola diversi, tenuti insieme soltanto da un gusto infallibile per l’accostamento.

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Prima di passare all’Ottocento parmense, il nuovo allestimento propone un’altra ricostruzione: quella dello studio dell’architetto Nicola Bettoli con il modellino in scala del Teatro Regio da lui progettato. Idea interessante, ma sarebbero servito uno spazio più ampio per sfruttarla al meglio. Si chiude in bellezza con una sala dedicata alla gloria locale Amedeo Bocchi, artista di straordinaria longevità (1883-1976) che attraversa il Novecento mantenendosi fedele alla propria poetica umile ed attenta al dato naturale: basta confrontare Fior di loto (1905) con le due sculture in gesso di Flora e Pomona realizzate nell’anno della morte.

Accanto alle tante luci ci sono però anche alcune ombre: i faretti led sembrano decisamente low cost e non sono sempre ben posizionati, i cartellini fin troppo piccoli, i testi a volte un po’ sbrigativi e la grafica un po’ retrò.

Peccato: viste la particolarità della collezione e le difficoltà a portare la gente nei musei (e lo dimostrano i 5 visitatori presenti il sabato pomeriggio, ad una sola settimana dalla riapertura), un pizzico di ambizione in più non avrebbe fatto male. Un’idea così: perché non unire il percorso con la Camera della Badessa? (É vero, è di proprietà statale, ma ormai gli steccati non sono più impenetrabili come un tempo…).

Info:

Dove: Borgo del Parmigianino 2, Parma.

Orari: Lunedì – venerdì dalle 10.00 alle 17.00; sabato, domenica e festivi dalle 10.30 alle 18.30.

Tariffe: biglietto intero 4 euro, ridotto 2,50.

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