L’ineguagliabile versatilità del genio: Raffaello, il sole delle arti @Venaria Reale

Difficile, forse inutile realizzare una mostra monografica su Raffaello. Troppo conosciuto (o così almeno si crede) e troppo grande per essere abbracciato in uno sguardo complessivo, senza parlare dell’impossibilità di trasportare gli affreschi. Raffaello. Il Sole delle arti, a cura di Gabriele Barucca e Sylvia Ferino, alla Venaria Reale fino al 24 gennaio evita questo rischio affrontando la sua figura da un punto di vista laterale: quello del rapporto con le “arti applicate”, cioè quell’ambito, a lungo considerato “minore”, che spazia dalla produzione di ceramiche, medaglie, monete ed arazzi alle tarsie lignee e alla decorazione delle armature.

Una prospettiva marginale solo in apparenza, perché in realtà mette a fuoco un aspetto centrale evidenziato dalla critica negli ultimi decenni, ovvero la diffusione dei modelli di Raffaello e il loro ruolo nella formazione di un linguaggio classicista non solo nel pieno Rinascimento, ma nel Seicento ed oltre.

A volte è lo stesso urbinate a confrontarsi direttamente con le arti applicate fornendo disegni o cartoni. É il caso della porta in legno intarsiato tra la Stanza di Eliodoro e la Sala di Costantino e del ciclo di arazzi commissionati nel 1515 da Papa Leone X per la Cappella Sistina, a cui è dedicata la sezione conclusiva della mostra, che mette in scena con un allestimento spettacolare una straordinaria serie di repliche della Pesca miracolosa. Più spesso, invece, il “virus” di Raffaello si propaga grazie alla mediazione del primo strumento di comunicazione di massa dell’era moderna: la stampa. É la solida e duratura collaborazione con l’incisore Marcantonio Raimondi (1480-1534), infatti, a consentire una diffusione senza precedenti nella storia dell’arte ai modelli raffaelleschi, di cui nella maggior parte dei casi ad essere riprodotti sono i disegni preparatori.

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A loro volta, le invenzioni di Raffaello sono riprese con poche varianti ma con straordinaria abilità decorativa da ceramisti, orafi, intagliatori e maestri vetrai, dando vita a una produzione “in filiera” di artigianato artistico. (Fatte le debite proporzioni, è po’ come se oggi la Richard Ginori uscisse con un set di piatti con i pupazzetti di Jeff Koons, con la sola differenza che agli inizi del Cinquecento gli “imitatori” erano esentati dal pagare le royalty all’ideatore, per il semplice motivo che il diritto d’autore era ancora lontano dall’essere codificato – il che porterebbe fieno alla cascina dei creative commons).

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Ma prima ancora che sulle arti applicate, la circolazione dei modelli iconografici di Raffaello esercita un influsso decisivo sulle stesse arti figurative. Hanno ragione i curatori affermando che le Madonne con Bambino di Raffaello (quella del Granduca presente in mostra, quella di Foligno, quella della Seggiola, oltre alla splendida Sistina), replicate all’infinito fino all’Ottocento e persino ad oggi, hanno avuto per l’arte sacra occidentale la stessa centralità delle icone di Andrej Rublev per l’arte orientale. Forse fin troppo, al punto da essere trasformate in immaginette da santino o in oggetti di merchandising, come per gli svenevoli angioletti di Fiorucci ispirati (inconsapevolmente, a quanto diceva lo stilista) a quelli della Madonna Sistina. Ma, in fondo, anche l’attuale proliferazione delle immagini non è così differente, se non per la dimensione, da quella sviluppatasi nel Rinascimento.

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Anche nel genere della “pittura di storia”, le invenzioni introdotte da Raffaello nelle Stanze Vaticane giungeranno, attraverso la mediazione di Annibale Carracci e Guido Reni, fino al neoclassicismo con David e Canova, mentre le famose grottesche scoperte nella Domus Aurea proprio dall’urbinate, designato dal Papa come sovrintendente alle antichità romane, scateneranno una vera e propria mania decorativa in tutta Europa.

É talmente ricca la mostra da non accorgersi quasi che, a conti fatti, i capolavori di mano del maestro presenti non sono molti (il ritratto di Elisabetta Gonzaga e quello di Giovane con mela degli Uffizi, la Muta di Urbino, l’Estasi di Santa Cecilia di Bologna, la Madonna del Granduca e la Visione di Ezechiele di Palazzo Pitti oltre ad alcuni lavori giovanili) e gli affreschi sono presenti solo in riproduzione, di qualità non sempre eccelsa.

Inevitabile chiedersi, in ogni caso, cosa abbia determinato il successo sensazionale dei modelli raffaelleschi. Qui, però, la mostra non sembra voler rispondere direttamente ed occorre leggere tra le righe per identificare una traccia: la purezza compositiva delle immagini sacre e la naturalezza dei gesti, capaci di imprimersi nella memoria; la capacità di narrare gli eventi storici e mitologici in modo drammatico e credibile al tempo stesso; l’ineguagliabile perfezione formale.

Nonostante la mostra dedichi una sezione ai precursori e maestri dell’urbinate (Perugino, Pintoricchio, Luca Signorelli, il padre Giovanni Santi), forse non emerge sufficientemente il suo ruolo di “grande sintetizzatore”, capace di trarre spunti da una varietà impressionante di fonti e di ricomporle in un linguaggio coerente. Ma per documentare anche questo aspetto occorrerebbe una quantità di materiali e di spazi ancora maggiore; meglio rimanere concentrati sul nocciolo della questione.

A proposito: L’arte della bellezza (alla Venaria fino al 31 dicembre 2016), che presenta l’opera dei grandi gioiellieri milanesi Mario e Gianmaria Buccellati, conferma il potere seduttivo esercitato sulle arti applicate dall’arte figurativa antica e moderna.

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