Residenze sabaude tra conservazione e valorizzazione: Venaria vs Rivoli

Nella cultura italiana si aggira ormai da decenni, senza accennare a placarsi, lo spettro di una solenne minchiata: la contrapposizione tra i fautori della conservazione e quelli della cosiddetta “valorizzazione economica” del patrimonio storico-artistico. Di per sé, le posizioni dei due schieramenti (che, semplificando all’osso, sottolineano rispettivamente la necessità di preservare i beni culturali per le generazioni future e quella di trarne benefici economici per la collettività) sarebbero del tutto ragionevoli. Peccato che siano in molti a ritenerle incompatibili: gli uni paventando il pericolo che l’applicazione di strategie manageriali e di marketing al patrimonio culturale finisca per snaturarlo ed avvantaggiare affaristi senza scrupoli; gli altri etichettando i primi come reazionari, salvo avallare in alcuni casi scelte alquanto discutibili.

Per fortuna, esistono esperienze capaci (almeno in teoria) di mettere tutti d’accordo. Una di queste è il caso del recupero della Venaria Reale, residenza voluta nel 1658 da Carlo Emanuele II di Savoia come palazzina di caccia ed ampliata da Vittorio Amedeo II (1888-1732) per gareggiare con le più sfarzose regge europee, affidandone il progetto al grande sacerdote-architetto Filippo Juvarra. Dopo un lungo periodo di declino iniziato con l’arrivo di Napoleone, nel Dopoguerra il complesso versava in condizioni di preoccupante degrado, che l’affidamento nel 1978 alla Soprintendenza non bastò ad interrompere. Solo nel 1998, infatti, furono sbloccati i fondi statali già destinati, a cui si aggiunse un importante finanziamento europeo finalizzato al restauro integrale del complesso, completato in tempi record nel 2007.

Il risultato? Ambienti restituiti allo splendore originario, senza far rimpiangere (ma neanche dimenticare) la dispersione degli arredi e delle collezioni; un allestimento elegante e spettacolare allo stesso tempo, capace di immergere il visitatore nella storia della reggia e dei Savoia e di ridonare vita agli spazi. Con alcune chicche come il “teatro virtuale” firmato da Peter Greenaway, che ricrea la vita di corte grazie ad attori del calibro di Alessandro Haber, Remo Girone, Giuseppe Battiston e (ahimè) la beniamina locale Luciana Littizzetto; la scenografica collocazione nelle scuderie juvarriane, a cura di Davide Livermore, del celebre Bucintoro dei Savoia, unico esemplare veneziano del Settecento superstite di imbarcazione ad uso cerimoniale ed, infine, la raffinata installazione sonora di Brian Eno nella Grande Galleria.

Ma soprattutto, la Venaria si è affermata come un centro di produzione culturale di livello nazionale, grazie ad un folto programma di mostre ed eventi (quella attualmente in corso su Raffaello sole delle arti merita un post a parte). A testimoniarlo sono anche i numeri: negli ultimi anni il complesso si è collocato stabilmente tra i primi 10 complessi museali statali più visitati, con una media annuale di 750.000 ingressi. Il tutto senza dimenticare la conservazione, ambito nel quale il Centro ospitato dalle scuderie alfieriane si è rapidamente affermato come il terzo istituto di ricerca e formazione in Italia.

Quale il segreto di questo matrimonio felice tra conservazione e valorizzazione? Certamente la scelta di un modello pubblico-privato di gestione autonoma (caso raro in un Paese dove la diffidenza tra i due settori è saldamente radicata) deve aver giocato un ruolo importante. Il Consorzio di Valorizzazione della Venaria Reale, a cui partecipano Ministero, Regione, Comune e Compagnia di San Paolo, infatti, gestisce direttamente la programmazione culturale, i servizi al pubblico e la comunicazione, distinguendosi per un livello di autofinanziamento superiore alla media dei musei italiani (il 45% dei ricavi complessivi è costituito dalle entrate da biglietteria e servizi aggiuntivi). Certo, qualcuno potrà obiettare che le tariffe di ingresso non sono propriamente economiche (25 euro per il percorso di visita intero e le mostre), ma i servizi sono di ottima qualità. C’è solo da sperare che le tensioni tra Regione e Ministero emerse in occasione della nomina del nuovo direttore Mario Turetta, che la prima considera imposta dal secondo, non alterino il clima collaborativo creatosi nell’arco degli anni.

Che una buona ricetta non basti ad assicurare il risultato è dimostrato, però, dall’esperienza del vicino Castello di Rivoli, altra residenza sabauda progettata dallo Juvarra ma rimasta incompiuta a causa dello svuotamento delle casse statali, esposta anch’essa ad un lungo declino e infine recuperata nel 1984 con un intervento di restauro avveniristico. Obiettivo: accogliere una delle maggiori collezioni italiane di arte contemporanea, creando attorno ad essa un polo di produzione culturale di livello internazionale.

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Nonostante l’autonomia gestionale e il sostegno di sponsor come Regione Piemonte, Fondazione CRT,  Città di Torino, Unicredit, però, negli ultimi anni il progetto culturale che pure era partito a lancia in resta sembra aver preso una piega pericolosamente simile al cantiere interrotto del Castello. In effetti, aggirandosi tra le sale si respira un’atmosfera di disarmo: la collezione permanente, pur di rilievo e rinnovata nel corso degli anni, sembra abbandonata a se stessa, mentre la qualità delle mostre temporanee è piuttosto disomogenea (tra quelle in corso, i video piuttosto banalotti di Francesco Jodice perdono il confronto con la personale della tedesca Paloma Varga Weisz, una che non si vergogna di lavorare da artigiano in un periodo in cui sembrano contare solo le idee – che pure non le mancano).

Nel frattempo, la competizione sul segmento del contemporaneo è in crescita esponenziale non solo a livello nazionale con i vari MART, Maxxi, Madre, Museion e Fondazione Prada, ma anche nella stessa Torino, dove la fondazione privata Sandretto Re Rebaudengo si è ormai affermata come un punto di riferimento. La svolta potrebbe essere la fusione tra Rivoli e la GAM di Torino, con l’insediamento di un nuovo Direttore comune nella persona di Carolyn Christov-Bakargiev, già curatrice al Castello tra il 2002 e il 2008 e successivamente protagonista di una prestigiosa carriera internazionale. Primo intervento annunciato: il riallestimento della collezione permanente. A lei va un grosso in bocca al lupo: i modelli di governance possono aiutare, ma in fondo la differenza vera la fanno le persone.

 

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