A Bergamo sulle tracce di Moroni (e Malevič).

Bergamo val bene una mostra. Specialmente se questa segna un ritorno d’eccezione come quello del Sarto di Giovanni Battista Moroni (1524-1579), in prestito dalla National Gallery di Londra, a cui la città natale rende omaggio con un percorso articolato in tre sedi – Accademia Carrara, Museo Bernareggi e Palazzo Moroni.

Il Sarto, che accoglie lo spettatore (o il cliente?) sollevando lo sguardo dal proprio lavoro con un’espressione interrogativa e forse un po’ risentita, entra discretamente nel dialogo che i nobili e borghesi effigiati dal grande ritrattista locale intrattengono nella sala ad essi dedicata dall’Accademia Carrara recentemente rinnovata. É stato proprio grazie ai ritratti del Moroni che ho iniziato a cogliere quale fosse la cifra distintiva di quella che Longhi e Testori definivano la “pittura della realtà” lombarda: non tanto, o non solo la verità dei volti e della materia, ma soprattutto la capacità straordinaria di penetrare nell’umano fino a toccarne il dramma. Anche quando i personaggi, come il Vecchio seduto, si rivolgono a noi con un’espressione arcigna, non possono fare a meno di tradire una segreta inquietudine, quasi una domanda inconfessabile (“chi sono io?”).

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La galleria di volti difficilmente dimenticabili prosegue a Palazzo Moroni, la dimora costruita nel Seicento dai discendenti del pittore. Qui è di casa il celebre Cavaliere in rosa, al secolo Gian Gerolamo Grumelli, il cui sguardo tronfio e – diciamola pure tutta – un po’ ottuso non basta a mascherare l’impressione che il mondo in cui il ragazzotto è cresciuto si stia ormai disfacendo come l’architettura classica sullo sfondo.

cavaliere rosa

Se finora la mostra offre solo conferme, alcune sorprese arrivano dal Museo Bernareggi, dove il curatore Simone Facchinetti sferra il colpo di grazia (dopo la grande mostra del 2005) ad un pregiudizio saldamente radicato nella critica del Novecento. Quando è alle prese con i soggetti sacri, infatti, il Moroni è stato accusato di trasformarsi in un pittore didascalico e un po’ bigotto, limitandosi a replicare pigramente i modelli del maestro Moretto e rimpiazzando la tensione problematica presente nei ritratti con una semplicità che puzza troppo di “ortodossia”.

Certamente, davanti alle 8 opere sacre provenienti dalla provincia bergamasca che il Bernareggi sfodera fresche di restauro la sensazione non è quella di trovarsi di fronte ad un grande innovatore dal punto di vista compositivo. Timidi accenti di modernità appaiono però nell’iconografia (nel polittico di Roncola il san Bernardo, notoriamente uomo sobrio e morigerato, sfoggia un paio di guanti decisamente à la page) e nei paesaggi agitati e quasi preromantici. Modernissima, invece, è l’Ultima Cena di Romano di Lombardia: una “immagine scaturita dalla mente del devoto” donatore della pala, ritratto nei panni del cameriere che regge nella mano il calice con il vino. D’altra parte, come aveva intuito  Testori, solo una partecipazione personale all’evento sacro poteva rispondere all’inquietudine dei suoi committenti. In questo il Moroni era in netto anticipo sulla storia, precorrendo gli indirizzi del Concilio di Trento in materia di immagini sacre, e non è certo un caso che l’ambiente ecclesiale di Bergamo gli sia rimasto sostanzialmente ostile fino all’intervento risolutivo di Carlo Borromeo nel 1575.

moron i ultima cena

La chicca finale del percorso moroniano è il “magnifico” ritratto dell’anziano Gian Gerolamo Albani, da sempre annoverato tra i capolavori dell’artista. É significativo che il biografo Francesco Maria Tassi (1793) riferisse proprio a questo ritratto un aneddoto riportato da Carlo Ridolfi (1648): rivoltosi a Tiziano per averne un’effigie, il nobile bergamasco si sarebbe sentito rispondere dall’artista veneto: “Come, crede ella forse di avere un miglior ritratto dalle mie mani di quello lo possa avere in Bergamo dal suo Moroni”?

Moroni_Giovanni_Gerolamo_Albani

Ma non è finita qui, perché fino al 17 gennaio alla GAMEC è in mostra Kazimir Malevič (1879-1935), un artista che dopo aver impiegato la maggior parte della propria vita nel tentativo di superare la rappresentazione della realtà e dare forma ad una nuova “creazione non-oggettiva”, nell’ultima fase si rivolge, sorprendentemente, al Rinascimento. Ne nasce un eclettico gruppo di ritratti dove la costruzione geometrica tipica del suprematismo si fonde con citazioni di Mantegna, Piero della Francesca e Ghirlandaio.

Per info: www.iosonoilsarto.itwww.mostramalevic.it.

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