Chicche giottesche a Palazzo Reale.

Visita guidata esclusiva per blogger a Giotto. L’Italia organizzata da Valeria di Electa. Occasione privilegiata per (ri)scoprire la mostra, soprattutto per merito della preparazione e passione della guida Mara. Ecco alcune (tra le tante) piccole e grandi “chicche” che non avevo colto durante la prima puntata:

  • L’allestimento “contemplativo” di Mario Bellini è curato fin nei minimi dettagli: i supporti delle opere sono stati realizzati in ferro per richiamare la professione di fabbro esercitata dal padre dell’artista (differentemente da quanto riporta il Vasari, che voleva Giotto nato in una famiglia di umili pastori).
  • Giotto apporta un’ampia serie di innovazioni non solo al linguaggio artistico, ma persino alla preparazione del supporto: sul retro del Polittico della Badia Fiorentina, infatti, si nota l’accostamento di tavole  di pioppo di formato verticale, una soluzione che assicurava maggiore stabilità rispetto alla giustapposizione (più frequente nel periodo) di tavole di formato orizzontale.
  • Il Dio Padre in trono proveniente dalla Cappella degli Scrovegni, ora ai Musei Civici di Padova a prima vista sembrerebbe un Cristo benedicente per il proprio aspetto giovanile. La particolarità è dovuta alla ripresa di un’iconografia di origine bizantina, come testimonia il ritrovamento di un’immagine analoga in una raccolta costantinopolitana di omelie mariane del XIII secolo. Da questa scelta inconsueta emerge in modo ancor più sorprendente la capacità di Giotto di rendere la figura del Padre una “presenza tangibile, concreta“.

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  • Giotto è al passo con gli ultimissimi sviluppi della tecnologia: nella cuspide del Polittico Baroncelli in Santa Croce a Firenze, ritrovata da Federico Zeri e conservata al San Diego Museum of Art, due angeli rivolgono lo sguardo al Padreterno attraverso delle grosse lenti scure, mentre gli altri quattro si coprono gli occhi per evitare di essere folgorati dalla visione celestiale. Proprio come noi quando osserviamo un’eclissi solare. Probabilmente si tratta di un riferimento alle sperimentazioni ottiche a cui l’artista aveva potuto assistere durante il proprio soggiorno a Bologna.Giotto,_eterno_e_angeli,_forse_cimasa_del_polittico_baroncelli,_san_diego,_fine_arts_gallery.jpg
  • All’interno dello sterminato “tappeto di teste” disposte su file parallele che popola i pannelli laterali dello stesso Polittico Baroncelli, c’è qualcuno che va controcorrente. Mentre tutti i personaggi sono rivolti alla scena centrale con l’Incoronazione della Vergine, un uomo che indossa un copricapo rosso si volta all’indietro: come nel Terzo Canto del Paradiso, dove Dante, esposto alla visione beata delle anime – dall’aspetto di volti umani dai contorni evanescenti – crede di trovarsi di fronte ad immagini riflesse e si volge a cercarne l’origine, cadendo così nell’errore opposto a quello di Narciso. Ipotesi decisamente suggestiva, che porta con sé una ridda di implicazioni e riflessioni riguardo al tema dell’immagine e della rappresentazione artistica (storici ed estetologi, scatenatevi!).IMG_20151220_113407635.jpg
  • Ancora una volta è una cuspide a riservare sorprese: in quella del Polittico di Bologna, dalla bocca del Padreterno si dipartono due linee orizzontali (difficilmente identificabili ad occhio nudo) che a prima vista parrebbero baffi! Trattasi in realtà di lame, un riferimento alla “spada affilata a doppio taglio” che nell’Apocalisse (1,16) esce dalla bocca del Figlio dell’Uomo e a cui san Paolo paragona la parola di Dio “che penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12)IMG_20151220_114239174
  • Fino alla chiusura, la mostra si conclude con una spettacolare ricostruzione virtuale della Cappella Peruzzi in Santa Croce: in un box a grandezza reale posto nella suggestiva location della Sala delle Cariatidi, l’esterno e l’interno si animano con riproduzioni di alta qualità degli affreschi illuminati a luce naturale ed ultravioletta. La seconda, in particolare, permette di individuare dettagli difficilmente visibili ad occhio nudo a causa del cattivo stato di conservazione delle pitture (qui, infatti, Giotto abbandona la tecnica del “buon fresco” a favore della più fragile pittura a secco, sottoposta per di più ad uno scialbo nel Settecento e ad un pessimo restauro nel secolo successivo). Basterebbe questo a mettere in programma una seconda visita.

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