La mostra (monstre) di mostre: Ennesima @ Triennale.

Il panorama attuale, forse un tantino sovraffollato, offre la varietà di mostre più disparata, che – come nel caso di Palazzo Reale – può coesistere persino nello stesso contenitore. La mostra di mostre, però, mancava ancora all’appello, ed è curioso che ad inaugurare ufficialmente questa categoria sia un progetto intitolato Ennesima, da un’altrettanto curiosa opera concettuale del 1973 di Giulio Paolini recante lo schema di sette tele mai realizzate. Di cosa si tratta esattamente? L’idea di Vincenzo De Bellis, direttore della galleria-àtelier Peep-Hole e di Mi-Art, che ne ha affidato la direzione artistica ad Edoardo Bonaspetti, è di quelle ambiziose: esporre nello stesso luogo – il primo piano della Triennale – sette modi possibili di fare una mostra, dalla personale alla documentazione d’archivio passando per tutte le declinazioni della collettiva (incentrata su un tema, su un movimento, su una tecnica o su una generazione) e conditi con una selezione di opere site-specific. Percorsi diversi per formato e contenuto, ma destinati a dare vita, idealmente, ad un’esplorazione degli ultimi cinquant’anni di arte in Italia.

Proviamo allora ad addentrarci nel labirinto, cercando di non perdere il filo.

Ad accogliere i visitatori è un anfitrione d’eccezione come Alberto Garutti, vecchia conoscenza degli amici di Tenere vivo il fuoco, che dimostra ancora una volta la propria straordinaria discrezione integrando nell’ambiente i suoi Temporali: ogni volta che un fulmine cade sul territorio nazionale, i faretti dello scalone d’onore vibrano di luce (ed anche se la giornata dovesse essere fiacca dal punto di vista meteorologico, ci penseranno i foglietti descrittivi all’ingresso ad attirare l’attenzione).

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Quest’opera site-specific, però, non è altro che un gradito appetizer per la prima portata, una collettiva tematica incentrata sulla “scrittura dell’immagine”. Tema quanto mai ampio e buono a tenere insieme gli artisti più diversi per generazione, tecnica e poetica, da Luciano Fabro e Mario Merz a Francesco Vezzoli e Lara Favaretto. Nell’ambiente aleggiano ancora gli aromi e i ricordi non troppo gradevoli della pantagruelica quanto scalcagnata sagra di Arts & Foods che si consumava fino a poche settimane fa in questi stessi spazi. Da allora, occorre sottolinearlo, la cura degli allestimenti ha fatto notevoli passi in avanti.

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Un salto abbastanza brusco ci conduce alla retrospettiva sulla poesia visuale e le raffinate ricerche verbo-visive del Gruppo 70 (che ha i suoi esponenti più noti in Giuseppe Chiari e Eugenio Miccini, ma la mostra include anche Vincenzo Agnetti e il “grande cancellatore” Emilio Isgrò), la cui carica polemica a dire il vero sembra ormai disinnescata ad oltre mezzo secolo dalla nascita del movimento (era il 1963). Proprio l’anno in cui nasceva Alessandro Pessoli, a cui è dedicato il format dell’esposizione personale (la prima in un museo per l’artista). Se la sua traboccante vena immaginifica riesce nel tentativo di dimostrare “come la pittura non abbia ancora esaurito tutte le sue possibilità espressive”, forse considerare il ravennate “uno degli esponenti più rilevanti delle ultime tre generazioni di artisti italiani” pare un po’ eccessivo.

Si passa poi alla mostra collettiva dedicata alle performance, in particolare al sotto-genere del tableau vivant, scelto allo scopo di evidenziare “l’intersezione tra mondo vivente e raffigurazione artistica che è alla base della performance in generale”. Qui l’operazione espositiva si fa ancor più complessa e raffinata, sdoppiandosi a sua volta in due sotto-format: gli stand al centro della sala ospitano la riproduzione di performance storiche di Jannis Kounellis, Gino De Dominicis e Fabio Mauri accanto a quelle di artisti emergenti come Massimo Grimaldi e Marcello Maloberti (interessante la sua Kasalpusterlengo, in cui il cartello d’ingresso della cittadina viene letteralmente sradicato dalla sede originaria e portato in una processione simbolica al museo), mentre ai lati sono documentati tableau vivant (tra gli altri di Vanessa Beecroft, Maurizio Cattelan e Paola Pivi) in cui la performance è solo il “pretesto” per dare forma ad immagini fotografiche o video. Senza la presenza fisica degli attori ad animare gli spazi (le performance vengono eseguite solo la domenica dalle 15 alle 17), però, tutta la sezione diventa statica, lasciando un’impressione lievemente spettrale.

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La medesima che si prova nella mostra d’archivio, dedicata allo spazio autogestito di via Lazzaro Palazzi, fondato a Milano nel 1989 da un gruppo di allievi di Luciano Fabro e attivo fino al 1992. Per attenuare la freddezza della pura documentazione, i curatori hanno ricostruito filologicamente Avanblob, la prima esposizione collettiva organizzata dal gruppo nel 1990 alla Galleria Massimo De Carlo: peccato che il risultato sia impenetrabile – quasi letteralmente, visto che per entrare bisogna attraversare una porta “per gnomi”.

Si chiude con 2015: tempo presente, modo indefinito, mostra collettiva dedicata ad una generazione, quella degli artisti nati tra gli anni ’70 e ’80, ognuno rappresentato da un’opera inedita. Contrariamente  alle intenzioni, lo spazio è un po’ sacrificato per offrire una “mappatura” anche solo parziale dello “stato dell’attuale ricerca artistica in Italia”, e l’osservazione che tra gli 11 artisti presenti “affiorano più di sovente le diversità piuttosto che le interdipendenze” sembra una comoda scappatoia. Sarà la stanchezza che inizia a farsi sentire, poi, ma sono poche le opere capaci di farsi notare: tra tutte il suggestivo video di Yuri Ancarani (1972), dove le capre selvatiche si aggirano tra le tombe di un cimitero haitiano a scongiurare l’apparizione dei temuti zombie, e i pali di legno corrosi dalla laguna veneziana e ricoperti in bronzo di Giorgio Andreotta Calò (del 1979).

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Alla fine del tour de force sarebbero tanti gli spunti da riprendere e sedimentare, ma l’impressione generale è che il contenitore (o contenitore di contenitori?) abbia la meglio sul contenuto, soffocando l’identità individuale delle opere. Forse è esattamente l’effetto ricercato, in sintonia perfetta con il gusto postmoderno. Dopo decenni di meta-teatro e meta-narrazione, a cui si uniscono ora le meta-mostre, però, si inizia a sentirsi sazi di operazioni che vanno ad aggiungere nuovi strati di complessità intellettuale a ciò che già di per sé è misterioso, senza avventurarsi a sondare ciò che è davvero oltre (meta).

Nessun problema: all’uscita ci si potrà ancora lasciare accendere da uno dei lampi di Garutti.

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