L’irresistibile attrazione delle rovine @Palazzo Altemps

My city of ruins, la mia città di rovine, recitava una canzone di Bruce Springsteen tratta dall’album The Rising, scritto nel 2002 sull’onda del dramma delle Twin Towers. La forza delle rovine, a Palazzo Altemps fino al 31 gennaio 2016, sceglie di partire proprio dai traumi del passato recente per indagare il tema della memoria, aprendo con una serie di impressionanti vedute fotografiche, pittoriche e cinematografiche di rovine moderne. Un incipit spiazzante, quasi un invito a riconoscere che, anche se abitualmente pensiamo alle rovine come il risultato del lento lavorio della storia, il presente è un produttore (e un distruttore, come dimostra il caso recentissimo di Palmira) altrettanto efficiente di macerie.

(Per inciso: si può solo immaginare quale possa essere la sorpresa quando ci si accorge che per errore e, va detto, per errata indicazione di un sorvegliante, si è seguito il percorso di visita al contrario, rimanendo FERMAMENTE CONVINTI fino all’ultimo…cioè fino all’inizio, che la mostra segua un ordine cronologico).

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Ad ogni modo (e non è solo una facile consolazione), la mostra è aperta a tante possibilità di lettura quanti sono i modi possibili di guardare alle rovine: come una mera assenza che evoca l’inesorabile azione divoratrice del tempo (sic transit gloria mundi, atteggiamento che compare nella pittura romana ben prima dell’avvento del Cristianesimo) oppure come una fonte di fascino e di ispirazione con cui misurarsi alla pari (si pensi al misto di reverenza e di ambizione con cui gli artisti del Rinascimento si confrontano con i modelli classici); come le vestigia di un passato che non può non suscitare nostalgia in confronto alla mediocrità del presente (lo sguardo romantico, all’origine della moda del “vedutismo” e della stessa archeologia come disciplina amatoriale prima che scientifica) oppure come una congerie sconnessa di frammenti di cui si è perso il collante (lo sguardo postmoderno). Passando per l’indifferenza con cui, fino a tempi imbarazzantemente recenti, si sono cancellate le tracce del passato in nome di un futuro che non ammetteva indugi, o quella (in fondo non così diversa) con cui i turisti globalizzati di oggi si avvicinano ai reperti solo per il breve istante che serve a scattare una fotografia.

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Un turista che adotta un dispositivo tipicamente postmoderno  fotografando una fotografia postmoderna in cui alcuni turisti postmoderni fotografano opere antiche (per la cronaca il titolo dell’opera è Niobidi, di Alessandro Celani).

Atteggiamenti tutti ben documentati da oltre 120 oggetti: dalle più note vedute settecentesche di Giovan Battista Piranesi e Giovani Paolo Panini, anticipate dalle fantastiche bizzarrie manieriste di Monsù Desiderio (1593-1644), alle prime indagini archeologiche, per arrivare fino ai tempi nostri con i monumentali frammenti di Igor Mitoraj e i “Paesaggi rovinati” immortalati da Gabriele Basilico, Edward Burtynsky e Luigi Ghirri. Se il monito contro un cattivo uso del passato è chiaro, la mostra si tiene alla larga dallo slogan un po’ banale di “salviamo il patrimonio” tanto di moda  (e ora entrato in aperta tensione con la demagogia della “rottamazione”): la rovina, infatti, non va solo conservata con cura, ma deve essere continuamente riletta con gli occhi del presente per mantenersi viva.

Di grande raffinatezza l’allestimento della sala del Galata dove, intorno alla scultura del guerriero suicida,  scendono dal soffitto brani di letteratura esemplificativi dello sguardo sulle rovine nelle diverse epoche storiche (trattasi peraltro di un richiamo sottile ai Poemi sospesi, scritti in lettere dorate su lenzuoli di lino, che in età preislamica ornavano le tende della Ka’ba).

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La mostra ha, infine, il pregio raro di mantenere la promessa – ormai divenuta luogo comune – di entrare in dialogo con lo spazio espositivo. I maligni diranno che la missione non era poi impossibile, date le caratteristiche della location: Palazzo Altemps, dai cui fregi affrescati nel 1585 fanno capolino curiosissime vedute di rovine,  è infatti la straordinaria casa della splendida collezione di opere greco-romane del cardinal Ludovisi, alcune delle quali restaurate ed integrate nel Seicento dal Bernini e dall’Algardi. Ma la scelta dei curatori di assecondare il genius loci del museo piuttosto che proporre improbabili contrasti, di questi tempi, è appunto un segno inconfondibile di genialità.

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