50 sfumature di pianura: William Congdon @ Casa Testori

Domenica scorsa, visita guidata per pochi intimi a Casa Testori con Davide dall’Ombra: il modo perfetto per gustare la mostra “William Congdon. Pianura” curata da Francesco Gesti (fino al 14 febbraio 2016).

Del pittore americano avevo una visione un po’ stereotipata (enfant prodige dell’Espressionismo Astratto e sodale di Jackson Pollock, Mark Rothko e Barnett Newman; testimone, come ambulanziere, dei massacri del secondo conflitto mondiale; tra gli anni ’50 e ’70 instancabile viaggiatore su rotte alternative ai circuiti più battuti – Europa e un lungo periodo in Italia ma anche Africa ed Asia; infine dedito, dopo la conversione avvenuta nel 1959 ad Assisi, ad opere di soggetto religioso).

Quella che la mostra vuole mettere a fuoco, però, è la fase meno conosciuta ma forse più compiuta della sua opera quando, dopo aver girato il mondo, Congdon si ritira in un fazzoletto di terra della Bassa Milanese stretto attorno al monastero della Cascinazza. Qui, come scrive Gesti, “non c’è niente” tranne uno scarno reticolo di campi solcati da canali, punteggiati da rogge e interrotti qua e là da rade macchie di vegetazione.

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La sorpresa che coglie il visitatore consiste nella varietà di forme e colori che Congdon sa cogliere nella “desertica pianura”, trovandovi la stessa ricchezza di fascino che nell’arco dei viaggi gli avevano offerto le città. Quelle che a prima vista potrebbero sembrare campiture uniformi di colore rivelano, con un po’ di pazienza, sfumature inaspettate di tono caldo e freddo mentre, se si scava con gli occhi dentro la neve e la nebbia, affiorano le tracce delle forme coperte dalla coltre. Come a dire, con Testori, che ci voleva lo sguardo cosmopolita di un “cittadino del mondo” come Congdon per farci (ri)scoprire la malinconica bellezza della Pianura Padana.

Congdon tre ali di nebbia

Le tre ali della nebbia (1988)

Il grande alleato dell’artista è il tempo, come rivela non solo l’avvicendarsi delle stagioni sui campi, ma anche il movimento tellurico che, in opere come Terra Arida 2 ed Estate 13 del 1981, porta la terra a premere sul cielo, arrivando ad incrinare la linea dell’orizzonte altissima. A sorreggere la profondità dell’indagine ci sono, poi, il trattamento tormentato della materia e il sapiente bilanciamento dei colori che affondano le proprie radici nel periodo newyorkese.

Congdon terra arida 2

Terra Arida 2 (1981)

 

Se nelle opere monocrome della seconda metà degli anni ’80 Congdon cammina sul filo dell’astrazione, non arriva mai a varcarlo: i campi di colore sono sempre percorsi, infatti, da segni discreti che richiamano il dato naturale, come le onde tracciate a pennello nel bellissimo Orzo del 1991. La violenza della figurazione torna ad esplodere, poi, nella splendida serie dei Glicini e delle Violette degli ultimi anni ’80, per culminare negli enigmatici Tre Alberi dipinti pochi giorni prima della morte, il Venerdì Santo del 1998, sotto l’ispirazione della Trinità di Rublev.

Congdon glicine

Glicine 12 (o Santo Spirito), 1981

Tentativo riuscito quello di rimettere in questione lo sguardo su un artista capace di lasciarsi colpire ogni volta dal reale come se fossela prima, anche grazie alla riscoperta di lavori poco noti o inediti concessi dalla Fondazione Congdon e da collezionisti privati. Si comprende, alla fine del percorso, anche la ragione dell’affinità provata dal padrone di casa Testori nei confronti del pittore newyorkese: non solo perché figurativo e lombardo di adozione, ma soprattutto perché capace di sondare, attraverso la materia, la profondità del dramma umano riportandone ogni volta in superficie – differentemente dai colleghi di un tempo – una nota di speranza.

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