Ritorno al futurismo: Balla @ Fondazione Magnani Rocca

La Fondazione Magnani Rocca è uno di quei posti che, ogni volta, sanno sorprenderti di nuovo.

Questa villa con parco immersa nella placida campagna parmense, oltre a conservare la preziosa raccolta dello storico e collezionista Luigi Magnani (in cui spiccano la splendida Madonna con Bambino giovanile di Dürer ed una delle più ricche e straordinarie serie di nature morte di Morandi, amico intimo del proprietario), è in questi anni la sede di una serie di mostre che propongono una rilettura di alcuni momenti-chiave del secolo appena trascorso. Dopo il “Novecento antico” di Massimo Campigli, le sculture di Manzù e Marini e il Novecento romano, questa volta la Fondazione ci riporta indietro al futuro, anzi al futurismo, con una monografica dedicata ad uno dei massimi esponenti di questo movimento: Giacomo Balla, Astrattista Futurista, a cura di Elena Gigli e Stefano Roffi (fino all’8 dicembre 2015).

Una mostra futurista anche nella concezione, che abbandona la classica organizzazione cronologica per una tematica, incentrata sui 9 punti programmatici del Manifesto per la ricostruzione futurista dell’universo sottoscritto nel 1915 da Balla e da Fortunato Depero: ASTRATTO, DINAMICO, TRASPARENTISSIMO, COLORATISSIMO E LUMINOSISSIMO, AUTONOMO, TRASFORMABILE, DRAMMATICO, VOLATILE, SCOPPIANTE. Anche l’allestimento, con i suoi vortici “paroliberi” riprodotti sulle pareti e sui pavimenti, riprende chiaramente la poetica espressa dal manifesto.

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Per rispettare la natura della mostra, anche questo post seguirà rigorosamente una struttura “futurista”, basata cioè su riflessioni in libertà.

  • Ricostruzione futurista dell’universo: affermazione un po’ roboante, dove una fiducia illimitata nel potere dei soli mezzi artistici si unisce ad un desiderio irrefrenabile di rottura con il passato (o meglio, con la subalternità nei confronti dell’arte antica che secondo Balla e Depero rappresentano il male atavico di un’Italia decadente): “L’arte, prima di noi, fu ricordo, rievocazione angosciosa di un Oggetto perduto (felicità, amore, paesaggio) perciò nostalgia, statica, dolore, lontananza. Col Futurismo invece, l’arte diventa arte-azione, cioè volontà, ottimismo, aggressione, possesso, penetrazione, gioia, realtà brutale nell’arte, splendore geometrico delle forze, proiezione in avanti”.
  • L’adesione ai principi del manifesto è totale ed investe tutti i campi dell’arte e della vita: il teatro, il cinema, la moda, l’arredamento e la decorazione della casa, dove la debordante creatività di Balla si esprime con una libertà senza precedenti. Basti vedere lo stravagante abito giallo e verde, i divertenti mobili per bambini e i coloratissimi fiori futuristi esposti alla sezione TRASFORMABILE.

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  • Le figlie, dai nomi eloquenti di Luce ed Elica, dovevano saperla lunga su quanto l’artista fosse affascinato dalla poetica del primo manifesto futurista del 1909, quello firmato da Marinetti. In particolare la seconda, nonostante il terribile sgarbo subito alla nascita, sarà la fedele custode dell’opera del padre: l’amore filiale non ha limiti.
  • Dietro la volontà di una netta cesura nei confronti del passato, per la verità, c’è anche una concezione dualistica della stessa creazione artistica: mentre l’arte “vecchia” che si limita a cercare il vero nella natura, il futurismo ambisce a ricreare il mondo ex novo attraverso la ricerca di “equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo”. D’altronde, già il Manifesto tecnico del futurismo dichiarava che “il ritratto, per essere un’opera d’arte, non può né deve assomigliare al suo modello, e che il pittore ha in sé i paesaggi che vuol produrre”.
  • Fulminante, e sottilmente autoironica, la consapevolezza della nuova posizione dell’artista che emerge da un curioso autoritratto letterario di Balla: “Nel 500 mi chiamavo Leonardo o…Tiziano. Dopo 4 secoli di decadenza artistica, son riapparso nel 900 per gridare ai miei plagiatori che è ora di finirla con il passato perché son cambiati i tempi. Mi dissero pazzo: poveri tonti!!!!!! O’ già creato una nuova sensibilità nell’arte espressione dei tempi futuri che saranno colorradioiridesplendoridealluminosissssssimiiiiii“.
  • La poetica del secondo Manifesto si capisce meglio confrontando le opere giovanili di Balla del primo decennio del secolo come la Fontana a Villa Borghese, dove l’attenzione al dato naturale si esprime in forme ancora post-impressioniste, con quelle della metà degli anni ’10 (esposte nella sezione TRASPARENTISSIMO), dove il realismo del paesaggio lascia posto alle sue pure linee di forza. L’anello intermedio è rappresentato dagli studi condotti nel 1913-14 sul movimento dei rondoni, che Balla osserva con pazienza quasi paranoica nello sforzo di carpirne le linee di direzione definite dall’intreccio delle ali. Morale: anche nel tentativo di ricreare l’universo in forme astratte, il punto di partenza non può essere che il dato naturale, che viene progressivamente purificato e sintetizzato.
Linee di velocità (1914)

Linee di velocità (1914)

  • Intermezzo curioso: alla base della ricerca del 1915-16 culminata nella serie Trasformazione Forme Spiriti c’è una visione del mondo spiritualista, assorbita nei circoli teosofici frequentati da Balla (con tanto di sedute spiritiche!): le linee e i raggi, infatti, esprimono le forze invisibili dell’universo e i movimenti compiuti dagli spiriti nel loro processo di purificazione e reincarnazione.
  • Ogni fuga in avanti ha le proprie frenate e marce indietro: anche se Balla non aderirà al “ritorno all’ordine” degli anni ’20 per restare ufficialmente fedele al secondo futurismo (quello a cui aderisce anche Osvaldo Bot) nelle opere del terzo decennio ricompare la figura umana. Ne è esempio il dittico che unisce le sezioni VOLATILE e DRAMMATICO, dove sul retro di una Dimostrazione interventista astratta del 1915, Balla dipinge dieci anni dopo un intimo e delicatissimo ritratto della figlia Luce nella propria Verginità.
  • Il cerchio si chiude nel 1937, come afferma limpidamente Balla: “Avevo dedicato con fede sincera tutte le mie energie alle ricerche rinnovatrici, ma a un certo punto mi sono trovato insieme ad individui opportunisti e arrivisti […] e nella convinzione che l’arte pura è nell’assoluto realismo, senza del quale si cade in forme decorative ornamentali, ho ripreso la mia arte di prima: interpretazione della realtà nuda e sana che attraverso la spontanea sensibilità dell’artista è sempre infinitamente nuova e convincente”.
  • A restare inalterato e allo stesso tempo sempre mutevole, nei decenni, è lo sguardo che l’artista rivolge a se stesso nei gustosissimi ritratti presentati nella sezione AUTONOMO, dal sardonico Autocaffè al luminoso Autoballarioso del 1946, passando per il beffardo Autoghigno del 1938. Veri e propri selfie d’autore, che giustamente Elena Gigli definisce il nucleo della mostra.
  • Sintesi: bella mostra, che riesce a gettare una luce nuova su un artista centrale del Novecento e su un movimento complesso e contraddittorio, quello futurista, che ad oltre un secolo dalla nascita non finisce di farci giungere il proprio boato rivoluzionario.

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