Liberi liberi siamo noi…Gradi di libertà al Mambo

Dove e come nasce la nostra possibilità di essere liberi o di non esserlo? Questa è la domanda ambiziosa che si pone Gradi di libertà, la mostra al Mambo di Bologna (fino al 22 novembre) curata dalla Fondazione Golinelli, realtà ispirata alle fondazioni filantropiche americane e attiva nel campo dell’educazione e della cultura, che ha da poco trasformato la propria sede nella periferia bolognese in un innovativo spazio di sperimentazione creativa e formazione.

Il tentativo di rispondere ad un interrogativo così universale e profondo non può essere affidato ad un format tradizionale, ma si presta meglio un percorso interdisciplinare composto da una selezione di opere d’arte contemporanea, a cura di Cristiana Perrella, e da una serie di video-documentari scientifici a cura di Giovanni Carrada.

Ad aprire la mostra è una rassegna di canti popolari appartenenti a diverse culture che esprimono un’aspirazione alla libertà politica, un’installazione dell’americana Susanne Hiller. É solo il preludio alla grande sala centrale, dove campeggia il cosiddetto Liber Paradisius (1257), il volume in cui venivano registrati gli affrancamenti degli schiavi avvenuti a Bologna.

Liber Paradisius (1257)

Liber Paradisius (1257)

A dominare, nella sala, è proprio la ricerca di un’emancipazione sociale e politica, in contrapposizione ai limiti posti alla libertà individuale dai culti religiosi e dalle superstizioni, come nel wall painting dell’artista-tatuatore messicano Dr Lakha, dalle brutture del capitalismo, come nei gesti di contestazione dell’artista croato Ivan Grubic, oppure dai modelli di bellezza femminile imposti dalla società contemporanea, come nella performance collettiva del 1997 di Vanessa Beecroft. A dire il vero, però, quando questa ricerca ambisce a diventare critica sociale sembra avere le polveri bagnate: Grubic si balocca in atti un po’ infantili come mettere il naso rosso alle statue di personaggi storici o dipingere le lacrime al pagliaccio di McDonald’s, mentre Bob and Roberta Smith (in realtà è un artista solo, al secolo Patrick Brill) affida la sua meritoria battaglia a favore dell’educazione artistica a cartelli con scritte del tipo “L’arte è un diritto umano”. Graffianti e incisive come un coniglietto capitato in un covo di crotali affamati.

Quanto a banalità, non è da meno l’esposizione dei 50 oggetti che aumentano i nostri gradi di libertà, tra cui figurano l’automobile, Internet, i viaggi, la scuola etc.  Le scelte meno scontate sono anche quelle più discutibili, come il credito, la moneta e l’Unione Europea: ok in linea ideale, ma il disoccupato alle prese con il rimborso del mutuo o l’allevatore bergamasco alle prese con le quote-latte potrebbero obiettare.

160915_ conferenza stampa al Mambo per la mostra Gradi di Libertà in collaborazione con la Fondazione Golinelli. Fotografo: BENVENUTI

Conferenza stampa al Mambo per la mostra Gradi di Libertà. Fotografo: BENVENUTI

L’opera che batte tutte per originalità è la performance dell’artista americano di origini taiwanesi Tehching Hsieh, che per un anno, tra il 1980 e il 1981, si impone di timbrare un cartellino ogni ora del giorno e della notte, documentando il tutto con una cinepresa. Lo sguardo allucinato del povero performer testimonia la ricerca di un assoluto controllo sui propri ritmi biologici che però si trasforma inevitabilmente in schiavitù nei confronti di una folle regola auto-imposta. Forse non è un caso che, nel 2000, l’artista abbia dichiarato di aver trovato la propria libertà smettendo di fare arte…

Quanto ai video-documentari scientifici, si prodigano a sciorinare dati statistici e studi riguardanti vari aspetti della libertà (Piero Angela fa ancora scuola): l’influenza della società sul nostro comportamento, lo scarto esistente tra l’istinto e la consapevolezza, il ruolo dell’educazione e delle esperienze giovanili nell’acquisizione della libertà, le potenzialità e i condizionamenti forniti dalle tecnologie digitali. Peccato che questa messe di informazioni si chiuda con domande sibilline del tipo “La libertà esiste o no? Liberi si nasce o si diventa? Possiamo mai essere liberi se non abbiamo imparato ad esserlo fin da giovani? Arte e scienza possono fiorire dove non c’è libertà?”. Mah.

Nonostante non sia in gran forma, arte batte scienza 1-0. É proprio uno dei video a far trasparire involontariamente il perché nel tentativo di evidenziare le reciproche somiglianze: entrambe guadagnano la propria libertà in epoca moderna contrapponendosi all’autorità, entrambe intraprendono un cammino aperto verso la verità, entrambe sono meritocratiche, etc. Tutto vero, ma forse l’arte è meglio attrezzata a confrontarsi con la libertà perché, mentre la sorella si affanna a cercare le cause dei fenomeni, essa si interroga sul loro senso (il che può permettere, ad un grande artista come Yves Klein, di anticipare l’esplorazione dello spazio).

Quello che sembra mancare nella mostra, ad ogni modo, è una visione costruttiva della libertà. A dichiararlo esplicitamente è l’opera conclusiva del percorso, I sei traditori della libertà di Pietro Ruffo, che riprende dal filosofo Isaiah Berlin la contrapposizione tra libertà negativa (libertà da vincoli) e positiva (libertà di seguire un ideale), schierandosi a favore della prima. Perché? “Mentre la prima costituisce la base del pensiero liberale, la seconda può associarsi a un improprio uso politico, fungendo – secondo il filosofo – da presupposto per le derive nazionaliste e totalitaristiche (sic!)”: considerazione giustamente ispirata a Berlin dal ricordo fresco degli orrori nazisti, ma non è che il liberalismo e il suo correlato economico, il liberismo, ci abbiano regalato grandi gioie ultimamente (vedasi crisi economica del 2008).

Nell’impersonalità generale, alla fine, la cosa che rimane più impressa sono i pochi volti presenti in mostra: quelli degli operai cinesi schiavizzati ma dignitosi di Cao Fei, degli adolescenti insicuri e desiderosi di McGinley e degli incazzatissimi giovani turchi di Halil Altindere.

Per trovare un esempio straordinario di libertà artistica, poi, basta uscire dalla mostra e seguire le indicazioni per la visita a Morandi (Giorgio naturalmente, con tutto il rispetto per Gianni), uno che per cinquant’anni ha dipinto quasi gli stessi soggetti standosene tranquillo a casa propria in via Fondazza, senza che le innumerevoli rivoluzioni dell’arte del Novecento lo distraessero dalla sua paziente e testarda ricerca del senso delle cose. Quella del Mambo è la raccolta più completa di opere del grande pittore bolognese, dal vivace Paesaggio del 1913 all’ultima Natura Morta del 1964, dove la forma sembra quasi squagliarsi, anticipando alcuni dei più moderni esiti dell’arte contemporanea.

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P.S. se il presente post è quasi privo di immagini è perché il Mambo richiede un’autorizzazione preventiva alla pubblicazione. E la chiamano libertà…

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