Il filo non si è spezzato: Si fece carne @ Basilica di San Lorenzo

La mostra “Si fece carne” al Salone Donatello della Basilica di San Lorenzo, curata da Federico Chiezzi e Mons. Timothy Verdon, riprende il filo del discorso del rapporto tra arte e sacro da dove lo avevamo lasciato alla puntata precedente con Bellezza Divina: al punto in cui si innesta una rottura rappresentata dalla “perdita dei canoni che un tempo assicuravano una leggibilità dell’arte”. Come precisa il cardinal Betori nella presentazione, in realtà però “non ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente nuovo” perché “in fondo, la grandezza degli artisti del passato è stata sempre legata a una forma di rottura con i canoni vigenti e una irruzione del nuovo”. In questo senso, la mostra non pretende di offrire uno stato dell’arte sacra di oggi, ma piuttosto intende mostrare alcuni percorsi di ricerca in cui l’apertura al sacro coincide con “una coraggiosa irruzione in spazi non ancora ben definiti e dai non facilmente identificabili esiti”.

L’incipit è di quelli folgoranti, con il piccolo Ex voto offerto dal grande Yves Klein alla santa “dei casi impossibili e disperati”, Rita da Cascia: il dono consiste in un saggio dei tre colori – il blu, quello prediletto dall’artista, il rosa e l’oro – con cui gli artisti di tutti i tempi, e Klein su tutti nel Novecento, hanno tentato di esprimere l’immateriale e l’infinito.

Anche le collezioni un po’ kitsch di ex voto, santini e cimeli che le fotografie dell’artista americana di origini ebraiche Nan Goldin ci spiegano di fronte agli occhi sono i testimoni del perdurare di una devozione forse ingenua ma autentica, a cui si può guardare con repulsione, con condiscendenza o con un filo di nostalgia. La Via Crucis dell’italo-albanese Adrian Paci, invece, prende a modello l’iconografia antica e la trasporta in un mondo che più contemporaneo non si può: la periferia di Milano. Difficile non identificarsi con l’evento rappresentato.

Segue una pausa architettonica, con la galleria (degli splendori o degli orrori?) di chiese contemporanee di Fabrice Fouillet e quella, più austera e nostalgica, di geometrie gotiche di Gianni Ferrero Merlino.

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Fabrice Fouillet, Corpus Christi (2012-2013)

Non mancano neppure gli sfottò, seppure di squisita raffinatezza come la Storia eterna della stupidità del duo Luciano Caruso e Franco Visco (scrittore e poeta nichilista il primo, artista concettuale il secondo, entrambi sconosciuti al grande pubblico): una sorta di libro visivo che riporta, per ciascuna delle domande e risposte contenute nel Compendio del Catechismo, un commento tra il critico e il corrosivo. Una scelta inconsueta, quasi a voler dire che l’arte contemporanea ha il merito di mettere in questione un modo un po’ dogmatico di comunicare le verità della fede, costringendoci a riguadagnare il contenuto delle definizioni a partire dalle grandi domande.

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Luciano Caruso e Franco Visco, Storia eterna della stupidità (c’è vita sulla terra), 1969-1970

La seconda sezione presenta alcune prove del dialogo con il sacro che alcuni importanti artisti toscani, da Giuliano Vangi a Chiara Pasquetti, hanno riallacciato negli ultimi decenni, a fianco con le opere realizzate dalle artiste della benedettina (ma di confessione protestante) Community of Jesus. Se nel complesso il livello di qualità non regge quello altissimo della sezione precedente, non mancano le belle sorprese come la vivace Via Crucis di Gabriele Wilpers, che reinterpreta in chiave pop, ma non per questo in modo meno credibile o commovente, il linguaggio delle vetrate gotiche.

Se gli esiti presentati finora hanno origine nell’iniziativa spontanea degli artisti, la terza e ultima sezione documenta il tentativo della CEI di instaurare un dialogo tra liturgisti, storici dell’arte ed artisti coinvolgendoli nell’illustrazione del Nuovo Lezionario, coordinata dall’allora segretario Betori e completata nel 2009. Tra gli 88 autori a cui è stata affidata la realizzazione delle 211 tavole e 3 copertine raffiguranti episodi o passaggi biblici, quello più presente in mostra è Mimmo Paladino, che con il suo consueto “linguaggio dei segni” si presta in maniera forse sin troppo facile al compito. Le migliori sorprese arrivano da dove meno le aspetti: Ettore Spalletti evoca con grande delicatezza la Promessa della Resurrezione, Velasco Vitali dà forma con grande efficacia all’immagine del profeta Elia “assunto in un turbine di fuoco su un carro di cavalli di fuoco” (Siracide), mentre il “grande cancellatore” Emilio Isgrò si trova evidentemente a proprio agio con il brano dell’Esodo in cui Dio promette di cancellare dal proprio libro gli adoratori del vitello d’oro.

Il percorso si chiude, o meglio si apre all’esterno sul sagrato della Basilica con i Testimoni di Paladino, forse fin troppo granitici per suscitare empatia, ma ormai l’invito a proseguire il percorso è lanciato. The best is yet to come.  

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